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“Words with Gods”, alla Mostra arriva la necessità di perdonare (e perdonarci)

Il film collettivo curato da Mario Vargas Llosa ripercorre il tema della fede, visto da sette registi diversi di sette fedi diverse. Così come in "Manglehorn" di David Gordon Green con Al Pacino (oggi in concorso a Venezia), è forte il bisogno di liberarsi dei peccati e dei rimpianti

Nove registi provenienti da ogni parte del mondo si cimentano con un unico tema: la fede religiosa. È questa l’idea dietro al film collettivo Words with Gods, oggi alla Mostra del cinema di Venezia fuori concorso: ad ogni regista sono stati affidati un piccolo budget e la direttiva di massima di parlare della propria fede, e ognuno si è espresso in maniera differente e totalmente libera da condizionamenti produttivi. La supervisione è di Mario Vargas Llosa, le musiche originali (bellissime) sono di Peter Gabriel.

Dunque l’israeliano Amos Gitai ha messo in scena un confronto fortemente teatrale fra alcuni attori che declamano brani dell’Antico Testamento mentre dietro di loro imperversa uno scontro fra soldati e civili; il brasiliano di origine argentina Hector Babenco narra la storia di un senzatetto che ha compiuto gesti di violenza e abbandono; il serbo bosniaco Emir Kusturica si è filmato nelle vesti di un penitente in un monastero ortodosso; lo spagnolo Alex de la Iglesia ha raccontato la storia di un killer che viene scambiato per un prete cattolico; l’australiano Warwick Thornton filma una donna aborigena che partorisce da sola nell’outback; il giapponese Hideo Nakata narra di un uomo che ha perso la famiglia nello tsunami del 2011; l’indiana Mira Nair segue a Bombay una famiglia ricca che litiga per la suddivisione di un appartamento ultramoderno a ridosso degli slum; l’iraniano Bahaman Ghobadi racconta di due gemelli siamesi attaccati per la testa uno dei quali è religiosissimo e l’altro invece non desidera altro che un rapporto sessuale; e infine il regista-sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga, anche ideatore del film collettivo, narra un rapporto padre-figlio che ha al centro l’ateismo.

Ciò che colpisce, oltre alla varietà di stili e di generi, che spaziano dal melodramma alla commedia, è la centralità del tema del perdono, che emerge da molti film in quest’ultima edizione della Mostra, compreso Manglehorn, il film di David Gordon Green con protagonista Al Pacino, che entra oggi in concorso: sono direttamente incentrati sul perdono e sulla necessità di una redenzione dai propri peccati i segmenti di Kusturica, che ricalca la storia di Robert De Niro in The Mission in una scena catartica che viene ripresa anche da Manglehorn, de la Iglesia, Babenco e Nakata. Sull’umiltà nel porsi di fronte alla potenza di Dio (qualunque sia) sono invece imperniati gli episodi di Thornton, Arriaga e Nair. E tanto Nair quanto Ghobadi vedono nello sguardo innocente di un bambino la capacità di ritrovare un rapporto sano e diretto con la spiritualità.

Il segmento che susciterà maggiore controversia è probabilmente quello di Gitai, in quanto fortemente legato all’attualità: benché non si specifichi dove avvenga la scena, né contro chi i soldati israeliani stiano combattendo, sono inequivocabili il monito del regista contro ogni intolleranza e l’invocazione alla «punizione divina contro gli oppressori».

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