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Altman, un anticonformista a Hollywood

Proiettato oggi l'omaggio del regista Ron Mann al maestro del cinema americano scomparso nel 2006
Altman, un anticonformista a Hollywood

Che cosa significa “altmaniano”? Se lo chiede Ron Mann, il regista di Altman, il documentario che proiettato oggi alla Mostra del cinema di Venezia, nonché il debutto alla distribuzione di MyMovies.it, il portale di “cinema dalla parte del pubblico”.

A rispondergli sono molti degli attori che hanno recitato con il maestro del cinema americano scomparso nel 2006, ognuno dei quali dà una sua personale definizione dell’aggettivo: da James Caan («colui che decide le proprie regole») a Elliot Gould («cercatore di verità»), da Bruce Willis («Prendere Hollywood a calci nel culo») a Julianne Moore («Mostrarci la vulnerabilità degli esseri umani»), dal regista Paul Thomas Anderson («“L’ispirazione») al recentemente scomparso Robin Williams, indimenticabile Popeye per Altman («Aspettati l’inatteso»).

Attraverso una serie impressionante di foto, interviste, home movie e backstage, Mann racconta Robert Altman come un anticonformista nato, refrattario alle regole e praticamente indistruttibile, ripercorrendo gli alti e bassi di una carriera che ha avuto un andamento da montagne russe. «Dal mio punto di vista, io vado sempre dritto», spiega il regista nel documentario, «e continuo a fare sempre la stessa cosa. Ogni tanto quello che faccio piace, e diventa un successo».

La narrazione è affidata alla voce fuori campo della moglie di Altman e dei suoi figli, che hanno condiviso con lui, anche professionalmente, quel percorso tortuoso, dalle prime regie televisive al debutto cinematografico, sottolineando quegli aspetti che hanno reso unica la sua opera: ad esempio il finale irrisolto (perché «la morte è l’unica fine che conosco») e la struttura narrativa corale, affidata a cast giganteschi, lasciando che i dialoghi degli attori si sovrapponessero non per sciatteria, ma grazie a un lavoro minuzioso e rivoluzionario sul sonoro, perché Altman «voleva che l’azione fosse catturata quasi per caso», inseguendo un ideale di cinema naturalistico che era il contrario di quello patinato voluto da Hollywood.

Innumerevoli, ovviamente, le liti con i boss delle major hollywoodiane e dei network televisivi, infinite le volte in cui, in assenza di tali boss, Altman riusciva ad infilare nei suoi lavori qualcosa di profondamente sovversivo, facendo “esplodere i miti e i generi americani”. E a chi lo accusava di essere antiamericano, per il suo sguardo fortemente critico della società che amava e in cui era cresciuto, rispondeva: «Rifletto solo quello che vedo e sento».

«Io non posso girare Superman o Indiana Jones», diceva negli anni Ottanta, lamentando l’infantilizzazione del cinema di cui paghiamo anche oggi le conseguenze. «Non posso, e soprattutto non voglio». E ha continuato a fare di testa sua. Di questo, gli saremo per sempre grati.

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