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Leopardi secondo Martone a Venezia

Il regista affronta un altro dei capisaldi della nostra storia nazionale. Il poeta è ritratto come un giovane entusiasta e innamorato della vita, e per questo destinato a esserne perennemente deluso
Leopardi secondo Martone a Venezia

Dopo il Risorgimento, Mario Martone affronta di petto un altro dei capisaldi del passato nazionale: Giacomo Leopardi. E come Noi credevamo aveva presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia un pezzo fondamentale della storia d’Italia, così Il giovane favoloso entra in concorso al Lido offrendo a pubblico e critica la visione di un gigante della letteratura italiana.

Lo stile Martone, per questo tipo di operazioni, sta diventando un marchio di fabbrica: didascalico ma non pedante, affettuoso ma mai sentimentale, sempre attento alle ricadute sul presente degli eventi che sceglie di raccontare ma non gravato da un antistorico “senno di poi”.

Nel sussidiario del regista napoletano c’è tutto (a volte anche troppo: anche Il giovane favoloso, a nostro parere, potrebbe essere contenuto nella durata standard di due ore, invece di allungarsi per due ore e mezza) quello che serve a capire come mai certi personaggi e certe vicende hanno formato così profondamente l’identità italiana. Sta a noi, poi, cogliere e interiorizzare la lezione.

Il Leopardi di Martone è un giovane entusiasta e innamorato della vita, e per questo destinato ad esserne perennemente deluso. Elio Germano, che lo incarna pregi e difetti, compreso il progressivo decadimento fisico, lo racconta dai vent’anni a casa del padre Monaldo (il come sempre strepitoso Massimo Popolizio) e di una madre arcigna e bigotta che Martone racconta come altrettanto importante (in senso castrante e punitivo) del padre, soprattutto nella formazione della visione leopardiana della Natura come forza ostile. Alla terribile Adelaide Antici il regista dedica uno dei rari momenti surreali de Il giovane favoloso, i più intensi e cinematograficamente appaganti del film.

Al periodo trascorso da Giacomo a Recanati seguono quelli di Firenze e di Napoli, accanto all’amico (e forse amante: ma Martone non indugia nel gossip da rotocalco) Antonio Ranieri, ognuno dei quali rappresenta un tassello di ulteriore consapevolezza e parallelo decadimento fisico di Leopardi. Le fasi della vita dell’autore sono contrassegnate dalla recitazione di alcune sue celebri poesie da lui stesso declamate: e siamo grati a Martone (e a Germano) per averle enunciate intatte, contestualizzandole nella biografia leopardiana e nella Storia d’Italia.

L’infinto, ad esempio, arriva dopo quasi un’ora di un film che è iniziato con la vista di una siepe dietro cui giocano i fratelli Leopardi, all’ombra della casa del padre-padrone.

Forse l’elemento più inatteso de Il giovane favoloso è l’ironia, che colora tutta la narrazione e che viene spesso attribuita allo stesso poeta: l’amata Fanny diventa una literary groupie a caccia di autografi, la rivoluzione delle masse appare inconcepibile perché il cervello di Leopardi «non concepisce masse felici fatte di individui infelici» e il poeta stesso si dichiara orgogliosamente infelicissimo «con licenza vostra e del secolo», identificando la sua condizione «non migliorabile» come quella umana tout court – ma facendolo con il sorriso sulle labbra.

Resta da vedere se pubblico e giuria internazionali della Mostra del cinema coglieranno l’importanza storica e narrativa di un personaggio che pochi, oltre i patri confini, conoscono. Ma se anche Il giovane favoloso restasse un discorso inter nos, rimane comunque un discorso necessario.

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