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I numeri che stracciarono la Cortina

Nell’anno che precedette il loro collasso le Repubbliche satelliti dell'Urss in Europa dell’Est provarono a riformarsi con timide aperture economiche. Era già troppo tardi
I numeri che stracciarono la Cortina

A venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, “Europa” dedica uno speciale al racconto dei mesi in cui il sistema sovietico arrivò al collasso. In questa puntata ci occupiamo del collasso economico dei paesi del Patto di Varsavia.

«Tutti possono intraprendere un’attività economica». Sono, queste, le prime parole di una legge approvata in Polonia nel dicembre del 1988. Portava la firma del ministro dell’industria Mieczyslaw Wilczek e aveva indubbiamente un che di eretico, dal momento che un cardine del capitalismo quale l’iniziativa privata veniva introdotto in un paese ancorato al sistema comunista, centralizzato e intollerante al profitto.

Potrebbe sembrare che la legge voluta da Wilczek, uno dei pochi imprenditori privati di successo nella Repubblica popolare polacca, fosse il tentativo di mettersi in linea con la perestrojka di Gorbaciov, andando persino oltre. Ma non si trattava di questo: quell’occasione era già sfumata. Il provvedimento di fine ‘88, che stimolò in breve tempo la creazione di due milioni di imprese e di sei milioni di posti di lavoro, era orientato a salvare il sistema. Rendendolo spurio. Liberalizzava radicalmente, se non selvaggiamente, senza tuttavia liquidare le imprese di stato e le loro logiche elefantesche.

Era comunque una svolta, e si legava a quanto successo nella tarda primavera e nell’estate di quello stesso anno. C’erano state grosse sollevazioni operaie in molte città. Il ruggito più rabbioso fu quello dei portuali di Stettino. Le proteste furono la spia di un’enorme insofferenza sociale, indotta da un declino economico che negli anni Ottanta era progredito inesorabilmente. Debito, inflazione, produzione industriale avevano superato i livelli di guardia. Il paese era spento.

Il partito si convinse così che bisognava cambiare le cose, drasticamente. Iniziò a negoziare con la rediviva Solidarnosc una transizione graduale, incaricando nel frattempo Wilczek di adoperarsi in modo tale che, in economia come in politica, si raggiungessero nuovi equilibri. Peccato che le elezioni del giugno dell’89, stravinte da Solidarnosc, spostarono questi stessi equilibri più avanti, aprendo all’avvento senza compromessi di democrazia e libero mercato.

L’89 fu (anche) una questione di numeri non soltanto in Polonia, ma in tutto il resto dell’Est. Pure Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Germania est e Bulgaria arrivarono alla fine del decennio con economie tutt’altro che toniche.

Tra i tanti problemi l’indebitamento aveva il peso maggiore. I governi del blocco comunista, volendo evitare tagli e interventi draconiani, resi in teoria necessari dalla crisi delle loro economie, tendenti alla crescita zero o persino alla recessione, si misero a comprare all’estero, a sostenere i consumi e i piccoli privilegi, a indebitarsi sui mercati internazionali. Una tattica che garantiva un’apparente pace sociale, ma lacerava il sistema alle fondamenta.

Sul fronte del debito fece eccezione la sola Romania. Nicolae Ceausescu era riuscito a estirparlo, coronando una sua ossessione. Lo sforzo ridusse tuttavia la popolazione allo stremo.

Volendo sintetizzare, gli anni Ottanta sancirono definitivamente il disfacimento economico dell’Est, incapace tra l’altro di stare al passo con le grandi trasformazioni tecnologiche vissute proprio in quegli anni dall’occidente. I sistemi d’oltre cortina divennero fragilissimi. Neanche una riforma più ardita di quella di Wilczek sarebbe riuscita a farli sopravvivere alla prova dell’89.

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