Editoriali STAMPA

Un’altra Guerra fredda? No grazie

In questi venticinque anni due mondi, Est e Ovest, si sono avvicinati. Durante l'estate che precedette il crollo del Muro iniziò una lunga fase che portò dal mondo bipolare alla multipolarità. Ma non si è ancora scongelato il modo di pensare di allora

È l’estate migliore che si ricordi, per il cinema americano. L’estate del 1989. Batman. Harry ti presento Sally. Sesso, bugie e videotape. Fa’ la cosa giusta. L’attimo fuggente, con il compianto Robin Williams. E poi i sequel di film di successo: Indiana Jones, Ghostbusters, Karate Kid, Star Trek. Il New York Post ha ricordato quell’estate particolare per il grande schermo, chiedendosi: «Dov’è finita, cara Hollywood, la magia di quell’estate?».

Ripensando a quei film, non solo perché spesso riappaiono in tv, essi non sembrano così lontani. Eppure sono trascorsi venticinque anni. Alcune erano pellicole molto elaborate dal punto di vista spettacolare, grazie a una notevole dose di effetti speciali, tanto che, anche guardandole oggi, non smettono di stupire e avvincere lo spettatore. Altre rispecchiavano il disimpegno dell’epoca e la voglia di divertirsi. Altre, al contrario, andavano proprio contro la cultura individualistica e narcisistica degli anni Ottanta.

In Polonia, intanto, già da qualche tempo non si faceva che parlare di Dekalog, una serie di dieci mediometraggi per la televisione, imperniata su una lettura/interpretazione dei Dieci comandamenti, diretti dal regista polacco Kryzstof Kiézlowski.

Il Decalogo ebbe un successo planetario. Il cinema dell’est ha una storia gloriosa, era ed è ammirato e apprezzato anche in Occidente. Ma Dekalog è un’opera che già trascende la vecchia demarcazione est-ovest, è già concepita per un pubblico globale.

Il cinema “tecnologico” di Hollywood rispecchiava l’avvento di un’epoca ormai post post-industriale e il disincanto post-ideologico. Metteva in mostra il contrasto tra l’impegno di alcuni e il disimpegno dei tanti in quella società opulenta ma anche insoddisfatta, mentre le società dell’est erano incastrate nella ruggine di una cultura industriale decrepita, e assorbivano sempre più avidamente i messaggi che venivano dall’Occidente. Anche se, con i loro intellettuali, non rinunciavano, come si è sempre fatto a est, a riflettere sui grandi temi esistenziali.

I due mondi, nell’estate del 1989, erano dunque ancora molto distanti. Erano ancora due “sistemi” congelati in una contrapposizione granitica.

Eppure erano ormai tra loro vicinissimi. Di lì a pochi mesi, sarebbe saltato per sempre il muro che li separava e li aveva resi ancora più nemici.

Tornando dunque ad alcuni di quei film più spettacolari dell’estate dell’89, appare evidente come il grande balzo tecnologico compiuto dall’America e dall’Occidente sia una chiave essenziale per leggere quel passaggio epocale.

Il divario era ormai incolmabile, tra il modo produttivo ormai obsoleto dell’est e quello innovativo dell’ovest, sempre più basato sulla conoscenza e sul terziario, ed era un divario che rendeva inevitabile la resa del sistema sovietico. In campo militare, l’equilibrio basato sulla deterrenza nucleare reciproca (la Mutual Assured Destruction) era stato messo in crisi dai grandi progressi americani nella nuova frontiera dei sistemi d’arma ad alto contenuto digitale (si pensi solo al programma denominato Strategic Defense Initiative, che tutti chiamavano con il titolo del film Guerre stellari).

Il crescente dominio dell’immateriale e della conoscenza nella produzione e nell’organizzazione sociale aveva fatto saltare il tappo che aveva tenuto bloccato il pianeta per una settantina d’anni. Aveva intaccato la base stessa della concezione bipolare del mondo, quell’ideologia condivisa, sia pure con visioni opposte, che aveva reso possibile, con convenienza di entrambe le parti, la costruzione di un sistema duale e un equilibrio permanente, anche se apparentemente precario, tra due potenze egemoniche.

Erano due pensieri, quello capitalistico e quello socialista che, nel loro stesso contrapporsi, si tenevano in piedi reciprocamente fino a essere complementari. Era un bipolarismo su scala mondiale che rifletteva la dinamica dialettica dello sviluppo: pianificato nelle società dell’est e mercatista nelle società dell’ovest.

Era un “pensiero unico”, anche se duale, più solido del “pensiero unico” di cui si è tanto parlato in seguito alla caduta del Muro. Si passava da una lunga fase bipolare, binaria e gerarchica a un’epoca di multipolarità, innervata da forme orizzontali e antigerarchiche di comunicazione.

Questo passaggio, che è sempre più visibile e tangibile nei modi di produzione, nell’organizzazione del lavoro e soprattutto nella comunicazione, sembra una interminabile transizione, dal momento che fatica a tradursi in pensiero dominante.

A venticinque anni dalla fine della Guerra fredda, non si è scongelato il modo di pensare di allora, basato sullo schema bipolare e sulla visione amico-nemico. C’è come una nostalgia delle certezze di quell’epoca. Si sente perfino parlare di nuova guerra fredda, come se a Mosca ci fosse ancora un sistema come quello sovietico e non un sistema di capitalismo rampante e divorante.

Inoltre, per una lunga fase e perfino oggi, il cosiddetto conflitto di civiltà ha sostituito il vecchio bipolarismo, anche se solo un fanatico può ignorare che le vittime dell’estremismo islamico anti-occidentale sono innanzitutto le stesse popolazioni islamiche.

Ci vorranno più di una generazione e altri conflitti perché entri nel senso comune dominante e si affermi davvero l’idea di un mondo unico, e sempre più piccolo, perché ogni giorno più comunicante tra le sue parti anche tra loro più remote.

 

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  • A.U.

    “C’è come una nostalgia delle certezze di quell’epoca”. Putin e quelli che stanno con lui, hanno nostalgia di quell’epoca e anche di quella precedente imperialista. Non inventiamoci equidistanze che non esistono…