Cultura STAMPA

Cosa insegna la storia del teatro Valle

Le ragioni profonde degli occupanti sono misconosciute, ma configurano la nascita di un nuovo tipo d'artista
Cosa insegna la storia del teatro Valle

Qualcuno addirittura ancora non lo sa: il teatro Valle di Roma non è più occupato. La ragione non è uno sgombero, ma il risultato di un accordo tra gli occupanti e il comune di Roma raggiunto con la mediazione del teatro di Roma (soprattutto di Marino Sinibaldi, che ne è il presidente). Il tutto è avvenuto tra gli ultimi dieci giorni di luglio e i primi dieci di agosto (dall’undici notte nessuno dorme più nel teatro), mentre la città era semivuota e i giornali raccontavano questa strana trattativa con cauta stringatezza nel migliore dei casi, con sciatta malafede negli altri. In questo momento il teatro è chiuso, dovranno essere fatti dei lavori di routinaria messa a norma e – se così decide la Soprintendenza – di restauro, anche perché la struttura è di metà del ’700, una delle più antiche in Italia.

Il teatro è stato conservato nel migliore dei modi possibili. Quando i funzionari del comune il 13 luglio sono entrati a fare i sopralluoghi, hanno dichiarato: «Magari tutti i beni pubblici a Roma fossero tenuti così. C’è stata una grande cura da parte degli occupanti. Ma il teatro ha comunque bisogno di manutenzione». Uno leggeva queste parole e si poteva un po’ irritare, mettendole a confronto con gli articoli che per tutto il tempo ha pubblicato per esempio il Messaggero, che ha descritto, inventandosi non si sa quali fonti, lo stato del teatro come una specie di bivacco.

Ma non è solo lo stato fisico della struttura ciò che è stato curato in questi anni dagli occupanti: è evidente a chi non sia in cattiva fede, appunto, che l’esperienza del teatro Valle entrerà nei libri di storia del teatro se non in quelli di storia tout-court. Cosa farne di tutta questa roba?

Ho vissuto in maniera pienissima (da giornalista? da militante? da cittadino? a un certo punto, e forse giustamente, è complicato distinguere i piani) venti giorni della trattativa di mezza estate, che sono stati, nella già straordinaria esperienza del Valle, una parentesi ancora più incredibile: di fatto dal 20 luglio fino alla consegna al comune di Roma, si è svolta all’interno del teatro un’assemblea permanente, una discussione interminabile, di livello quasi sempre alto, anche se concitata, alle volte più noiosa alle volte più stimolante, che ha coinvolto fino a cinquecento persone – una roba impensabile, inedita, in un contesto come il nostro dove la partecipazione politica (ad agosto poi!) è una delle attività che riscuote meno fascino.

Questi venti giorni sarebbero da raccontare ora per ora, almeno per provare a rispondere a un interrogativo molto semplice: cosa voleva tutta questa gente?

Prendiamola alla larga.

C’è un verso di Up patriots to arms di Franco Battiato, 1980, che dice: «Mandiamoli in pensione i direttori artistici e gli addetti alla cultura», ed è una frase che dev’essersi ripetuto spesso in testa negli ultimi anni chi si è occupato di politiche culturali. Quello che per Battiato era un fantasma, oggi è un moloch in carne e ossa: la specializzazione e la presunta professionalizzazione delle figure legate al mondo della cultura se in qualche raro caso ha migliorato la qualità dell’offerta culturale, dall’altra ha di fatto ristretto i consumi culturali alla fascia di reddito medio-alta che se li può permettere e ha progressivamente diminuito gli spazi porosi a una decisionalità informale: gli addetti alla cultura sono aumentati esponenzialmente (un esercito di addetti all’organizzazione, media-curator, estensori di cartelline stampa…), mentre il rapporto tra artisti e spettatori ha progressivamente perso il senso della partecipazione democratica per trasformarsi in evento: da comprare, recensire, mettere in abbonamento.

I festival sono nati e proliferano come funghi d’autunno, per dire, ma rimangono relegati a dei luoghi a sé; il resto del tempo e dello spazio non viene contagiato: le città non cambiano, non crescono, non si nutrono se non in porzioni macrobiotiche di quello che viene elaborato in queste occasioni.

Quando in questi tre anni leggevo interviste come quella di Gabriele Lavia o di Carlo Cecchi, stizzite, supponenti (ad agosto, Lavia, all’Huffington Post dichiarava che gli occupanti si sarebbero dovuti prendere a sculacciate sin dall’inizio), oltre a innervosirmi, mi dispiacevo per l’obsolescenza di posizioni di questo tipo ma consideravo anche che le ragioni profonde che portano le persone a occupare uno spazio e a occuparsene in maniera così capillare, sono maledettamente miscomprese.

Il motivo per cui degli artisti, spesso degli artisti affermati e riconosciuti insieme ad attivisti di varia provenienza, occupano dei luoghi, come è accaduto per il teatro Valle o il cinema America a Roma, sta proprio invece nel desiderio di far accadere delle cose. Il bisogno che le trasformazioni dell’immaginario non restino relegate a un flyer graficamente impeccabile, ma contagino in maniera inattesa delle forme di vita fuori: oltre non solo la quarta parete, ma anche le mura degli stabili, dei teatri privati, dei gazebo dei festival.

Prendiamola ancora più alla lontana.

Negli anni ’70 il protagonista della politica italiana è stato il movimento operaio: milioni di persone si resero conto che le trasformazioni materiali di una società che accedeva progressivamente al benessere erano determinate in primo luogo dal lavoro nelle fabbriche. Oggi questa stessa consapevolezza pare replicarsi in modo cristallino con chi lavora con l’immaginario: nell’era dell’economia immateriale, chi lavora nel mondo della comunicazione, della cultura, dell’arte, del teatro, produce reddito che molto spesso non riceve. La prima rivendicazione evidente degli occupanti del teatro Valle era venire incontro a questa richiesta. Il mondo del teatro in Italia è un universo di sfruttamento e approssimazione: pochi giorni prima dell’occupazione del 2011 venne presentata un’indagine autoprodotta da Cresco sui lavoratori dello spettacolo – l’unica finora di questo genere in Italia, dove si mostrava un incontrovertibile bisogno di legiferare in modo diverso, tutelando l’autonomia e il reddito. In questi tre anni è avvenuto il contrario: spazi che chiudono, il nero che ormai è una pratica diffusa persino nei teatri stabili, una totale mancanza di una progettualità politica – nella scuola, nell’università – sul teatro.

La seconda rivendicazione è ugualmente politica e urgente.

Il 2 settembre c’è stato il primo incontro tra i rappresentanti della fondazione teatro Valle bene comune. Qui c’è un report. Il teatro di Roma ha avuto l’intelligenza di capire che l’esperienza del teatro occupato (le migliaia di assemblee, le centinaia di spettacoli, le centinaia di migliaia di spettatori, le decine di relazioni con organismi internazionali…) non poteva essere ridotto a una parentesi emergenziale, che è una richiesta sociale, e anche un evidente indotto economico. È stato un incontro positivo, ma ci sono dei punti dirimenti che vale la pena sottolineare.

È innegabile che i cittadini vogliono partecipare ai processi di governo; non per un’arroganza per cui ognuno vorrebbe fare l’allenatore della nazionale, ma al contrario perché negli anni sono valsi e molto i processi di educazione informale. Lo statuto del teatro Valle bene comune andava proprio in questa direzione: questo statuto funzionerebbe? non funzionerebbe? Fatto sta che proprio pochi giorni fa è uscito un articolo importante, a firma di Fabio Giglioni, sul sito di Labsus. Ne cito un pezzo:

Il 2014 potrebbe diventare un anno importante nella storia del diritto italiano: potrebbe, infatti, essere ricordato come l’anno in cui ha preso avvio la regolamentazione dei beni comuni in Italia, con particolare riguardo a quelli urbani. […] Si tratta di un contributo particolarmente rilevante almeno per tre motivi. Il primo è che i comuni hanno compreso che la gestione partecipata dei beni comuni può costituire perfino una funzione pubblica, sia pure molto originale, in cui cioè si assume l’amministrazione condivisa con i cittadini di beni materiali e immateriali come un compito da assolvere per conseguire finalità di interesse pubblico. I cittadini diventano effettivamente una risorsa. Il secondo motivo di rilevanza è dato dal fatto che finalmente tanti cittadini che sono interessati a prendersi cura di spazi e beni dei propri quartieri, paesi e città possono contare su un quadro disciplinare chiaro, che aiuta a superare le numerose incertezze in cui ci si imbatte quando si vuole assumere un’iniziativa che necessariamente si ripercuote sulla collettività. L’incertezza è uno dei fattori più forti che inibiscono lo spirito di iniziativa dei cittadini: i regolamenti sui beni comuni contribuiscono al superamento di questo impedimento. Il terzo motivo è dato dal fatto che la presenza di un regolamento tipo messo a disposizione di tutti può essere anche oggetto di domanda politica da parte dei cittadini che vivono in comuni che ancora non hanno adottato una disciplina locale. E, dunque, i tanti cittadini viventi in comuni sprovvisti di tale regolamento e che hanno voglia di intraprendere iniziative di interesse generale possono richiedere alle proprie amministrazioni di emulare prassi virtuose. Si potrebbe assistere a qualcosa di simile a quanto avvenne nell’Ottocento negli Stati europei quando le monarchie furono costrette a concedere le prime costituzioni liberali.

Anche facendo la tara all’enfasi di Giglioni, non ne viene scalfito il senso: i cittadini amano, ma soprattutto sanno, prendersi cura dei propri spazi, perché – con istituzioni sempre più a corto di risorse personali e finanze – non trovare modi per consentire questa ibridazione tra comune e pubblico?

Labsus è un laboratorio per la sussidarietà e il regolamento che ha elaborato piani per le amministrazioni comunali riguardo soprattutto giardini, piazze, palazzi… La sfida successiva è pensare di estendere questo tipo di gestione condivisa anche ad altri luoghi con una chiara vocazione sociale: vedi l’esempio del cinema America a Roma, sgomberato in modo idiota proprio qualche giorno fa, dopo che persino il ministro Franceschini aveva legittimato di fatto quest’occupazione contro le intenzioni della prioprietà di trasformarlo in un lotto di appartamenti privati.

I movimenti per la casa, le palestre popolari, i centri sociali, gli spazi di coworking e cohousing, sono esperimenti che si andranno a moltiplicare nei prossimi anni, a dispetto di tutte le politiche securitarie e stupidamente legalitarie. La posta in gioco è palese: da una parte gli speculatori che vampirescamente succhiano ogni bisogno di condivisione, arte, bellezza, restituendo simulacri di offerte culturali; dall’altra chi cerca di allargare le arterie di partecipazione per nutrire l’apparato circolatorio di una società democratica.

Da ultimo: questo tipo di prospettiva non è meramente lavoristica, vertenziale, gestionale. La vera novità di specie del Valle è quella di essere riusciti a tenere insieme, in modo indissolubile, il piano artistico con quello politico. Se la storia dei movimenti è stata funestata dalla dicotomia tra avanguardie e militanza, oggi c’è una consapevolezza forse diversa: puntare sull’autonomia e la qualità della filiera produttiva vuol dire investire nella qualità artistica, e viceversa. Dalla formazione alla produzione alla distribuzione alla promozione: collegare tutte queste fasi vuol dire capire che non si può essere dei professionisti della cultura veramente capaci o degli artisti di talento senza che si abbia una coscienza di come funziona il mondo intorno a noi, i suoi linguaggi, le sue retoriche, le sue dinamiche interne, la sua economia.

Nelle storie del teatro, c’è una sorta di vulgata per cui con la fine dell’impero romano esisteva il pericolo di perdere tutta l’eredità del teatro classico, greco e latino. La rinascita del teatro nel Medioevo si ascrive in genere alle attività dei giullari, osteggiate dalla chiesa. I giullari erano una sorta di figura eretica nella composizione sociale medievale, ma di fatto sono stati il trait d’union tra cultura popolare e cultura colta, tra tradizione e presente. Ho quest’idea che oggi, nella coda lunga della società dello spettacolo, stia nascendo una diversa tipologia d’artista, più libero ma più consapevole di cosa vuol dire raccontare questo mondo.

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  • Max Vado

    non ho mai letto niente di così disinformato e fazioso.
    i bivacchi c’erano e sono stati fotografati. per rimettere in ordine i comunardi hanno impiegato i 10 giorni ottenuti forzatamente prima dello sgombero. letti nei bagni, camerini trasformati in cucine, materassi nei palchetti e scatoloni ovunque, come se fosse un magazzino.
    lo statuto della fondazione è stato bocciato perché è scritto male, mancano le basi, non ha un luogo di residenza, mancano i requisiti minimi e certamente perché è fuori legge. non è difficile da capire che uno statuto del genere bonifica e giustifica atti delinquenziali come le altre occupazioni fraudolente teleguidate sul tutto il territorio romano e, ancor peggio, casa Pound e i suoi attivisti.
    la partecipazione degli artisti è stata sporadica e incostante, sicuramente decrescente. i numeri citat riguardano serate di tango, partite e birre, cene di capodanno e matinee per i bambini (usati ovviamente come scudi), ma il teatro -quello vero- è rimasto sempre anni luce distante dall’occupazione.
    la partecipazione dei cittadini, poi, era più contraria che a favore, stanchi di gente che metteva le sedie del teatro in mezzo alla strada per prendere il sole o di chiudere i locali circostanti per la concorrenza sleale.

  • Max Vado

    nella storia del teatro i buffoni facevano da raccordo ma l’organizzazione era dei proprietari dei posti, così come le idee.
    l’occupazione del Valle ha stuprato la cultura romana, ha ucciso un teatro, ha legalizzato le occupazioni, ha fatto progredire quelli di SEL che la guidavano di nascosto, ha evidenziato che chi occupava era un benestante senza bisogno di lavorare, che s’inteneriva fintamente per i diritti dei lavoratori, e ha calpestato qualsiasi diritto dei lavoratori veri.
    questo articolo è una farsa, scriverlo è stato un atto mafioso, così come occupare un teatro per farlo diventare un ristorante che serve pennette scotte. Vergogna!