Esteri STAMPA

La Catalogna sogna la Scozia, ma intanto è travolta dagli scandali

Oggi la Diada, la festa da sempre teatro delle manifestazioni indipendentiste, diventerà l'occasione per invocare il referendum. Ma la "dinastia" dei Pujol, simbolo del nazionalismo democratico a Barcellona, deve fare i conti con pesanti accuse di corruzione
La Catalogna sogna la Scozia, ma intanto è travolta dagli scandali
Una manifestazione di militanti dell'Assemblea nazionale catalana che chiedono un referendum indipendentista, lo scorso 30 agosto al monastero di Santa Maria de Montserrat, a nord di Barcellona (foto Reuters)

Mentre il referendum scozzese si avvicina, la Catalogna celebra la sua Diada. La festa dell’11 settembre, che ricorda la sanguinosa conquista di Barcellona da parte dei Borbone nel 1714, è stata negli ultimi due anni lo scenario delle prove di forza indipendentiste, con milioni di persone a sventolare la Senyera, la bandiera nazionale a strisce giallo-rosse.

L’appuntamento di oggi si presenta però gravato da ombre. Un’inchiesta ha travolto il padre del catalanismo democratico moderno, Jordi Pujol, dominus della regione e presidente della Generalitat catalana dall’80 al 2003. Il ritrovamento di capitali ad Andorra, attribuiti da Pujol a un’eredità, ha disvelato trent’anni di evasione fiscale e esportazione illecita di capitali. Se le accuse venissero confermate la storia del catalanismo democratico sarà anche quella di un sistema di formazione di fondi neri, contrabbando di capitali, evasione fiscale e arricchimento personale. Un sistema ampio e ramificato che ruota attorno alla famiglia Pujol.

I figli hanno quasi tutti guai con la legge. Il primogenito Jordi è accusato di riciclaggio e evasione e indagato per esportazione di capitali, Marta ha ottenuto contratti dalla Generalitat senza concorso, come gli appalti dell’altro figlio, Pere, mentre Oriol si è dimesso in luglio da segretario di Convergencia, il partito regionalista e liberale della Catalogna, e da consigliere regionale, dopo essere stato rinviato a giudizio in un grosso caso di corruzione. Fatti che coinvolgono il gotha dell’economia catalana e, anche se non dovessero confermare la famigerata regola del 3 per cento – la quota che secondo l’ex sindaco socialista, Pascual Maragall, spettava alla coalizione di Convergencia i Uniò per ogni appalto – messi assieme disvelano un sistema e rappresentano un punto di non ritorno.

Nelle intenzioni degli organizzatori dell’Assemblea nazionale catalana (Anc), invece, e nelle parole della presidente Carme Forcadell, quella di domani deve essere la «Diada definitiva» per «forzare» la convocazione del referendum consultivo sull’autodeterminazione che si dovrebbe tenere il nove novembre – malgrado il parere contrario del Tribunale costituzionale dello scorso marzo. L’apparato scenografico prevede una enorme «V» di vittoria disegnata dalla folla nelle due principali arterie di Barcellona, la Gran Vía e la Diagonal, che sommate sviluppano undici chilometri. E decine di migliaia di persone con magliette coi colori nazionali a riempire i 200 mila metri quadri di spazio coinvolti nell’iniziativa per formare una enorme Senyera. Già 455 mila persone si sono iscritte alla manifestazione e certamente, come lo scorso anno, saranno molte di più in strada, forse un milione.

Lo sforzo organizzativo è stato imponente. Migliaia di volontari hanno lavorato per mesi impegnati nella costruzione dell’evento. Del resto, la questione indipendentista e il referendum sono stati negli ultimi anni i temi proposti con forza dalla classe politica, dai media e dagli intellettuali catalani, suscitando la convinzione che ogni problema, dalla crisi economica al modello di sviluppo, possa trovare risposta nella soluzione della questione nazionale identitaria.

Questione che è solo un capo di quella matassa ingarbugliata che è la crisi di sistema della Spagna delle autonomie. Oggi certamente la Diada sarà un grande appuntamento di popolo. Ma, come i sondaggi segnalano, in molti sono convinti che sia necessario cambiare strada e che il caso Pujol influirà sul cammino del referendum.

La faticosa riorganizzazione dei socialisti catalani, divisi sull’indipendenza e in crollo di consensi, il rinnovato vigore delle voci scettiche, anche nazionaliste, l’irruzione di Podemos, l’orgoglio del Psoe di Pedro Sánchez in cerca di una nuova immagine, avevano già incrinato la dinamica degli opposti nazionalismi, catalano e castigliano-centralista. Ma per un serio tentativo di affrontare complessivamente la crisi del sistema, come appare quello federalista, che ridisegni il modello non solo rispetto alle questioni identitarie, non sembra ancora maturo il tempo. Uno storico cavallo di battaglia del Psoe – forse, nei pensieri di re Felipe – per il quale occorrerebbe una convinta condivisione, a cominciare dai due maggiori partiti. Ma un percorso che né il Psoe né altri appaiono, per adesso, in grado di affrontare.

TAG: