Cultura STAMPA

La lunga resistenza dei cristiani all’Est e la scossa di Wojtyla

Soprattutto in Polonia la Chiesa fu da subito un’avanguardia di resistenza, anche sulla scorta del suo vastissimo seguito popolare
La lunga resistenza dei cristiani all'Est e la scossa di Wojtyla

A venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, “Europa” dedica uno speciale al racconto dei mesi in cui il sistema sovietico arrivò al collasso. In questa puntata ci occupiamo del collasso economico dei paesi del Patto di Varsavia.

Preghiere, messe, chiese gremite, processioni e petizioni. Molti dei fotogrammi dell’89 restituiscono senza sfocature il ruolo che il cristianesimo, romano e luterano, seppe guadagnarsi a Est nell’anno in cui tutto cambiò.

Sull’Augustusplatz di Lipsia, fino al 1990 intitolata a Karl Marx, si celebrò con un mese d’anticipo il crollo del Muro di Berlino. Nella notte del 9 ottobre migliaia e migliaia di persone, guidate dalla forza morale del reverendo protestante Christian Fuhrer, che nel tempo e forse senza averlo programmato vide la sua Nikolaikirche divenire una centrale di resistenza al regime, si piazzarono sulla spianata invocando democrazia e cambiamento. Si capì che la stagione comunista volgeva all’epilogo. 

La rivolta di Timisoara in Romania trovò il suo innesco nella campagna orchestrata da Ceausescu nei confronti di Laszlo Tokes, pastore calvinista di origini ungheresi che nei mesi precedenti aveva preso coraggiosamente posizione contro il conducator  e le sue politiche discriminatorie verso la minoranza magiara. Fu processato e gli fu imposto di lasciare la sua parrocchia il 15 dicembre. Ci fu un picchetto di solidarietà, che poi prese la forma di una protesta aperta, repressa con la violenza e incredibilmente manipolata dai servizi segreti, che inscenarono una strage di massa, infinitamente più cruenta di quello che in realtà fu. Scoppiò la rivoluzione. A palazzo si insediarono le seconde linee comuniste, leste a indossare i panni dei riformatori.

Anche a Varsavia, Praga e Budapest i religiosi seppero piazzarsi al centro degli eventi. In Cecoslovacchia il cardinale di Praga, Tomislav Frantisek, incoraggiò senza indugi la rivoluzione di velluto, alla testa della quale si mise Vaclav Havel, con la sua enorme statura morale e intellettuale. In Ungheria il clero cattolico e quello riformato sostennero la transizione, sebbene la loro influenza non fu così decisiva.

In Polonia, al contrario, la chiesa cattolica fu protagonista assoluta della svolta. Non tanto in virtù del fatto che prese parte in qualità di osservatrice ai negoziati della Tavola rotonda, che aprirono alla transizione. L’89, sotto molti aspetti, fu il coronamento di un percorso lungo, durante il quale la chiesa s’incaricò ancora una volta di tenere viva la fiamma della nazione, evitando che la dominazione sovietica la riducesse all’inerzia. Aveva assolto già a questo compito nel periodo tra la fine del 700 e la fine della Grande guerra, durante il quale la Polonia fu cancellata dalla piantina.

In questo senso, quella della chiesa polacca fu una battaglia diversa dalle altre. In Germania orientale e in Cecoslovacchia le chiese, tutto sommato, avevano una dimensione residuale. La loro presa sulla società risultava diluita, già da prima dell’avvento del comunismo. Fondamentalmente si adoperarono allo scopo di accogliere ambientalisti, obiettori di coscienza e altri segmenti della società che non avevano rappresentanza. Fu solo dopo, quando l’edificio comunista iniziò a cedere, che divennero vere e proprie catalizzatrici di dissenso. In Polonia, invece, la chiesa fu da subito un’avanguardia di resistenza, anche sulla scorta del suo vastissimo seguito popolare. Il regime non poteva annichilirla, doveva stare al compromesso.

Poi Karol Wojtyla s’insediò in San Pietro. Correva l’anno 1978. Il suo magistero è stato dipinto come la più forte delle scosse che sbriciolarono il comunismo. Più fattori in realtà misero in moto il processo. Ma sarebbe riduttivo negare il contributo del papa polacco, recentemente (ri)narrato da Vincenzo Grienti in Operazione Solidarnosc (Sciascia, pag. 240), nella causa della liberazione polacca e dell’Est.

TAG: