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Stefánsson, l’Islanda e la natura feroce

Dopo "Paradiso e inferno" e "La tristezza degli angeli", l'ultimo capitolo della trilogia conferma il talento dello scrittore nordico
Stefánsson, l'Islanda e la natura feroce

Mentre nel mondo la modernità sferragliava verso il secolo delle grandi guerre e degli olocausti l’Islanda di Jón Kalman Stefánsson fissava il tempo immobile come piombo nel mare. Il cuore dell’uomo (traduzione di Silvia Cosimini, Iperborea), ultimo capitolo della trilogia dello scrittore nato a Reykjavìk cinquantuno anni fa, è anche il canto più appassionato e insieme disperato per l’enorme isola che presidia le acque di mezzo dell’Atlantico settentrionale. Tra Europa e America, in un momento in cui la Storia non ha ancora deciso quale direzione imboccare, il remoto villaggio in cui vivono GeirÞrúður, Gísli e il ragazzo senza nome si immerge nell’estate che cambierà per sempre il corso delle cose.

Chi ha già letto Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli ritroverà vicende già complicate dalle vecchie narrazioni, chi non l’avesse fatto avrà a che fare con un romanzo perfettamente in grado di reggersi sulle proprie gambe, pur dovendo rinunciare, per forza, a qualche grado di lettura. In questo libro Stefánsson restituisce un’Islanda ancor più rabbiosamente ancorata agli eccessi della natura, ancor più dipendente, stagione per stagione, giorno per giorno, dalle sue asperità e dal suo tumultuoso incedere. La neve, il gelo, il buio, e poi la luce torrenziale dell’estate, mentre i fiordi inghiottono vite e portano vita, la vita delle barche che arrivano e ripartono, la vita del commercio che arricchisce i pochi potenti e sfama a malapena tutti gli altri.

Il_cuore_dell_uomoBene o male l’ordito tessuto da Stefánsson è lo stesso di sempre: la natura, appunto, matrigna o nella migliore delle ipotesi indifferente, e poi gli istinti brutali, col loro contrappunto di slanci ideali, romantici, impossibili. In un’esistenza determinata dalla necessità di sopravvivere, di pescare o essiccare merluzzi, il ragazzo che traduce Dickens e scrive lettere per conto terzi si vota gradualmente all’unico demone dolce tra i demoni, all’amore prima letto e poi intuito, poi indovinato e infine trovato. La letteratura come illusione o come salvezza, questo è l’altro grande cruccio dell’autore islandese, che qua torna in tutta la propria forza. Quesito retorico, naturalmente, ma non al riparo dal dubbio, quando i bisogni della carne mordono e là fuori tutto sembra essere ostile: le sferzate del cielo e del mare, e le convenzioni degli uomini.

Ed ecco, la splendida e tragica libertà di GeirÞrúður, la donna bella e irriducibile che conduce nello sconcerto e nella gogna la vita che vuole, è l’altra stella polare del romanzo. Intorno a essa girano le storie di tutti i protagonisti, ognuno dei quali finisce per incontrare un destino tutto sommato solido, buono o cattivo che sia. La vera traccia d’incertezza appartiene proprio al ragazzo: i suoi sogni lo potranno condurre da più parti, come è giusto che sia da ragazzi, e in ogni caso rimarrà specchio di una parte di noi, una parte a cui tutti rimarremo sempre affezionati e grati.

Jón Kalman Stefánsson, in definitiva, con le sue esplorazioni dei moti primari dell’uomo, e l’epoca arcaica della sua trilogia, è uno scrittore che si muove come un classico, in grado di parlare a molti. Uno scrittore di grande talento, infaticabilmente alla ricerca di una lingua inedita, ricchissima ed efficace nella propria frenesia. Gli spetterebbero più copertine e più popolarità.

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