Cultura STAMPA

La Sicilia (e i siciliani) al tempo del dominio musulmano

Luoghi, uomini e cose dell'isola tra il IX e l'XI secolo: un formidabile libro di Salvatore Tramontana, destinato a diventare un classico del settore
La Sicilia (e i siciliani) al tempo del dominio musulmano

Da una parte i fatti politici e militari, dall’altra il caotico e affascinante brulichio della vita: in fondo è all’interno di questa dialettica che si muove, ormai da decenni, la storiografia più interessante e culturalmente avvertita.

Ed è all’interno di questa dialettica che va letto anche L’isola di Allah di Salvatore Tramontana (Einaudi, 2014 pp., XII-420, € 28,00): un libro formidabile col respiro e la fecondità di uno studio che non solo resterà un classico del suo settore, ma può anche dare l’abbrivio a moltissimi altri studi ed approfondimenti.

Un testo che però, giustamente, esige d’esser letto lentamente perché anche questo segmento della storia e della cultura siciliana, a narrarlo ed assimilarlo con superficialità, rischia la devastante deriva della banalizzazione inutile e fuorviante.

Copertina Isola di AllahTramontana racconta, invece, analiticamente la complessità delle vicende del dominio musulmano in Sicilia, ripercorrendone velocemente i fatti politico-militari della conquista dell’isola fino ad allora dominata, seppur con gravi debolezze e contraddizioni, dai bizantini, del consolidamento del potere fino al disgregarsi dell’Emirato retto dalla dinastia Kalbita nell’XI secolo: dalle prime razzie allo sbarco a Mazara del Vallo nell’827 sotto il comando di Asad Ibn al Furat (singolarmente non un guerriero ma un dotto giureconsulto), dalla lenta ma inesorabile conquista delle città alle lotte intestine tra le varie componenti etniche e tribali presenti già nella composizione dell’armata islamica (con la presenza, spesso maggioritaria, della componente berbera) che rendono complessa la fase di consolidamento e poi la gestione del potere, dai rapporti col potere bizantino e poi con gli stessi siciliani, cristiani o ebrei che fossero, alla naturale collocazione dell’isola nel panorama strategico del mondo musulmano e specialmente di quello nordafricano Aglabita di Kairouan.

Ma è nei successivi tre capitoli che questo libro mostra tutta la sua ricchezza e il suo fascino: le vicende politico-militari lasciano spazio, infatti, alla descrizione del paesaggio agrario e delle sue significative modificazioni, alle nuove colture importate dagli arabi con un sostanziale rinnovamento delle modalità di sfruttamento e d’uso delle risorse idriche, quindi si passa al racconto della vita interna alle città e, pur nella grande carenza di fonti, di Palermo in particolare, con la vivacità della sua vita civile e culturale e con lo splendore delle sue numerosissime moschee, infine alla ricostruzione attenta dei rapporti coi circuiti commerciali; rapporti che erano, del resto, il motivo profondo dell’importanza e della centralità della Sicilia nel panorama mediterraneo.

E così si apprende che, se è vero che negli anni della dominazione araba furono introdotti in Sicilia i “giardini” degli agrumi (arance amare, limoni, cedri) e migliorate diverse altre coltivazioni intensive (la vite anzitutto), fu ancora la produzione estensiva dei cereali, presente da millenni nell’isola, a restare la base fondamentale di sostentamento e persino di successo commerciale per il potere dominante.

Si scopre che sempre a Palermo, proprio dietro al muro esterno della Kalsa verso nord, c’era un Ribat, ovvero uno spazio enorme destinato a raccogliere «i nomadi, gli emarginati, gli sbandati, i contestatori, quanti, spinti ai margini delle strutture economiche e sociali delle proprietà terriere soggette a profondi processi di trasformazione, giungevano dalle campagne e trovavano difficoltà di inserimento, in una parola: gli abusivi».

Si vengono a conoscere, insieme con la diffusione della produzione e dell’uso del sale e dello zucchero di canna, da usare al posto del miele (con la conseguente produzione di prelibati dolciumi), insieme con la produzione e la decorazione di straordinarie ceramiche e di raffinatissimi capi d’abbigliamento femminile (un settore in cui pare che le donne cristiane cedessero volentieri alle tentazioni della moda araba), le miserie e le violenze legate al contrabbando tra musulmani e cristiani (con buona pace, assai spesso, dei valori non negoziabili), al fiorente commercio e alla massiva presenza di schiavi, al ricco mercato delle armi.

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