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Città gemelle. Dopo la caduta del Muro

La rinascita di Vienna e Bratislava, a lungo separate dai confini artificiali creati dalla guerra fredda. La quarta puntata del nostro speciale sui venticinque anni dal 1989
Città gemelle. Dopo la caduta del Muro

A venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, “Europa” dedica uno speciale al racconto dei mesi in cui il sistema sovietico arrivò al collasso. Nella quarta puntata ci occupiamo della “rivoluzione geografica” che ha cambiato il volto del continente. Qui l’altra parte di questa puntata: Il vento dell’89 si è fermato a Stalinstadt.

La Vienna della guerra fredda è ricordata come una città decadente, abbastanza noiosa. Fu condannata a una neutralità impotente, scontò una continua erosione demografica e risultò penalizzata dalla geografia: il cuore pulsante dell’Europa all’americana era lontano e l’est comunista molto vicino, per quanto inaccessibile. A sessanta chilometri c’era Bratislava. La preannunciavano i grandi blocchi edilizi del quartiere Petrzalka.

A suo modo anche Bratislava visse durante la guerra fredda una stagione analoga a quella viennese. Fu una periferia dell’est incupita e anonima, schiacciata dal peso di Praga, dove al tempo della Cecoslovacchia si decideva tutto.

La caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno rivoluzionato il quadro. Vienna e Bratislava, divenuta nel 1993 capitale della neonata Slovacchia, sono state trascinate sull’asse mediano dell’Europa e, sgravate da oneri e fardelli della contrapposizione ideologica, hanno iniziato a ripensare se stesse, oltre che il rapporto tra di loro.

Vienna oggi è una città scattante, dinamica e con un’ottima qualità della vita, che ha colto al volo la grande opportunità dell’89, proponendosi come ponte culturale e finanziario tra i due polmoni del vecchio continente. Una vocazione a cui ambisce anche Bratislava, piacevole e curata nel suo centro storico. Si punta però su una leva competitiva diversa: le tasse basse.

In ogni caso il rapporto tra le due città non si misura solo nella tensione competitiva. Dopotutto la distanza che le separa è tale da suggerire il gioco di sponda. E qualcosa di buono s’è fatto, benché permanga qualche asimmetria tanto a livello di capitali quanto di stazze nazionali (l’Austria è più ricca, attira più cervelli slovacchi e sposta maggiori investimenti oltre confine).

Nel corso degli anni turismo, infrastrutture e interscambio culturale si sono irrobustiti. Senza dimenticare la cooperazione economica, che dà non solo il tocco in più al concetto – un po’ forzato a dirla tutta – di “città gemelle”, ma fa dell’asse Vienna-Bratislava il perno di un laboratorio europeo di sviluppo, ricerca e investimenti che si allarga ai territori che si snodano intorno alle due capitali, oltre che all’Ungheria occidentale e alla regione di Brno, in Repubblica ceca.

Quest’area, lanciata nel 2003, ha preso il nome di Centrope. Altro non è che l’abbreviazione di Central Europe. In effetti, piantina alla mano, questo fazzoletto di terra, dove vivono più di sei milioni di persone, si trova esattamente al crocevia dell’Europa allargata.

Centrope può esibire numeri importanti. In termini di investimenti diretti in rapporto al numero di abitanti è una delle aree più scattanti del vecchio continente, con Bratislava che è talmente calamitante, nel settore dei servizi commerciali e in quello dei trasporti, da fregiarsi della palma di prima della classe.

Com’è logico, non tutto si può ridurre ai numeri e alla loro bontà. Le relazioni tra questi distretti e in generale tra i paesi dell’Europa mediana accusano anche degli ostacoli, a partire da quello linguistico e a seguire con quelli psicologici, portato di tanti decenni di separazione forzata e di secoli di convivenza – quelli austro-ungarici – che non furono così fluidi come certuni tendono romanticamente a sottolineare.

Ma l’esperienza di Centrope conferma comunque la voglia di mettersi al passo coi tempi e ricorda al tempo stesso che l’89 è stata anche una grande rivoluzione geografica.

Tra l’altro è proprio all’interno del perimetro di Centrope che, venticinque anni fa, s’aprì il primo buco nella cortina di ferro. Sul finire del mese di giugno i ministri degli esteri di Austria e Ungheria, Alois Mock e Gyula Horn, tranciarono il filo spinato alla frontiera con un colpo di tenaglia, facendo capire che la stagione dei grandi cambiamenti s’era appena aperta.

Nessuno immaginava però che si sarebbe chiusa il 9 novembre, a così stretto giro di posta.

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