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Il vento dell’89 si è fermato a Stalinstadt

In alcune parti dell'Europa centro-orientale la caduta del Muro non è stata sinonimo di benessere: la storia di un luogo simbolo del socialismo reale nella quarta puntata del nostro speciale sui venticinque anni dal 1989
Il vento dell’89 si è fermato a Stalinstadt

A venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, “Europa” dedica uno speciale al racconto dei mesi in cui il sistema sovietico arrivò al collasso. Nella quarta puntata ci occupiamo della “rivoluzione geografica” che ha cambiato il volto del continente. Qui l’altra parte di questa puntata: Città gemelle. Dopo il Muro.

Una città mancò all’appello delle rivoluzioni nell’autunno tedesco del 1989. Il suo nome è Eisenhüttenstadt, anche se nella sua breve vita non si è sempre chiamata così. Quando venne fondata nel 1953 le venne dato il nome di Stalinstadt, come quello dell’impianto siderurgico accanto al quale sorgeva.

Tutte e due, l’industria e la città nate nella pianura sabbiosa del Brandeburgo a ridosso dell’Oder, sul nuovo confine postbellico con la Polonia, rappresentarono per quasi quarantanni anni la scommessa più ardita della Germania orientale. Fu un decreto varato nel terzo congresso della Sed, il partito unico della Ddr, a sancire la nascita della fabbrica, un Kombinat siderurgico che avrebbe dovuto inondare di ferro, ghisa e acciaio le nascenti economie comuniste dell’est Europa, e della complementare città che avrebbe ospitato dirigenti, maestranze e rispettive famiglie: era il 24 luglio 1950 e il sol dell’avvenire splendeva forte sulle speranze del comunismo prussiano.

Stalinstadt sarebbe stata la Sabaudia del nord: una città nuova, edificata secondo i piani urbanistici del socialismo reale.

E così fu: in dieci anni sorsero i primi quattro complessi abitativi, ripercorrendo le coordinate architettoniche del classicismo importato da Mosca, edifici lunghi e compatti di quattro piani, distesi lungo arterie ampie e ariose, arricchiti da archi e passaggi in cortili interni collettivi, pieni di verde e di spazi ricreativi. E poi fabbricati per eventi culturali, un teatro intestato a Friedrich Wolf, medico-scrittore e politico comunista, scuole e asili di ogni ordine e grado, il Rathaus imponente e squadrato, una kneipe per il dopolavoro dei proletari chiamata Aktivist, l’immancabile piazza con obelisco e stella rossa in punta per ricordare il sacrificio dei soldati sovietici, perfino un vero e proprio centro commerciale dove poter provare l’ebbrezza del consumismo rosso.

Nel Kombinat gli altiforni fondevano ghisa a pieno regime e la città si allargava, inglobava sempre nuovi operai e seguiva obbediente la storia che cambiava al di fuori della sua scenografia realsocialista: Stalin era nel frattempo caduto in disgrazia e per un attimo si pensò di riproporre quello che doveva essere il nome originario, Karl Marx Stadt. Ma nel frattempo il nome del filosofo tedesco, mai passato di moda, se l’era preso Chemnitz, in Sassonia, e per evitare il caos toponomastico si decise di non barare più e di chiamare la città per quello che era: città del centro siderurgico, Eisenhüttenstadt.

Dagli esordi alla caduta del Muro di Berlino, la curva demografica della Sabaudia comunista è stata un continuo crescendo: 10mila abitanti alla fine del 1953, 24 mila nel 1960, 45 mila nel 1970, 48 mila nel 1980. La punta massima otto anni dopo, 53 mila. Poi solo un’irrefrenabile discesa.

Quella fabbrica era divenuta troppo grande, improduttiva e costosa per sopravvivere alla fine dell’universo chiuso del Comecon. Ecco perché, man mano che la fine della Ddr si avvicinava, a  Eisenhüttenstadt crescevano angoscia e paura del futuro. Qui la rivoluzione pacifica dell’89 non ha portato libertà ed emancipazione, ma povertà e disoccupazione. La fabbrica e la città modello sono diventati problemi di bilancio, la sua produzione e i suoi abitanti numeri da tagliare.

Nel frattempo le ristrutturazioni (industriali e urbanistiche) hanno permesso di limitare i danni, nonostante la Eisenhüttenstadt di oggi sia ben lontana dai fasti dei tempi passati. In fabbrica non tutti gli altiforni si sono spenti, una multinazionale, l’ArcelorMittal, è subentrata alla proprietà statale e l’acciaio resta il principale datore di lavoro.

La disoccupazione è all’8,6 per cento, due punti in più rispetto alla media nazionale, ma oltre 3 punti in meno rispetto alla decantata Berlino. In compenso gli abitanti ufficialmente residenti sono scesi a 30 mila, i giovani restano qui fino alla fine delle scuole, poi emigrano per l’università e non fanno più ritorno: nel 1989 l’età media era di 28 anni, oggi è di 45. E nei palazzoni rimessi a nuovo con i contributi dell’Ue i lavori più apprezzati sono quelli di adeguamento agli standard abitativi per gli anziani.

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