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Twitter, la coperta di Linus di Renzi

Oggi il premier visita la sede del suo social network preferito, del quale riesce a sfruttare le potenzialità meglio di qualsiasi altro politico italiano. Pubblichiamo un brano estratto da "IL Renzi", il libro curato da Mario Lavia
Twitter, la coperta di Linus di Renzi

«Ho tolto dal mio iPhone le applicazioni Twitter e Facebook. Così, almeno evito di controllare in modo compulsivo il cellulare». L’annuncio, impresso nero su bianco sulle pagine del suo libro Oltre la rottamazione, è renziano, renzianissimo: iper-moderno, segno di una connessione continua, perfino ossessiva con il mondo, solenne. E illusorio. Perché quelle app sono tornate ben presto a popolare il touchscreen di Renzi e perché lui è sempre lì, con l’iPhone in mano, sia che si trovi a una conferenza stampa, alla presentazione di un libro o a un appuntamento istituzionale.

Twitter è la coperta di Linus di Matteo Renzi: non può farne a meno. Non può fare a meno, nella sua declinazione tecnologicamente avanzata della democrazia che tende al populismo (o viceversa), di restare connesso con il “suo” popolo, anzi i suoi follower, di lanciare messaggi, ma soprattutto di verificare i feedback alle sue parole e azioni. Fino al punto di apparire distratto, maleducato e perfino dissacrante: è stata una clamorosa rottura delle liturgie istituzionali twittare «arrivo, arrivo» dall’interno del Quirinale ai suoi sostenitori, preoccupati per il prolungarsi del braccio di ferro con il capo dello stato sulla lista dei ministri, prima di sciogliere la riserva e formare il nuovo governo.

Ma questo è solo l’aspetto più superficiale della questione. E, come spesso accade quando si parla di Renzi, non ci si può limitare ad analizzare la patina esterna, quella più visibile, spesso più censurabile, ma anche la più sottile.

Che Twitter abbia trasformato più in generale il rapporto del politico con l’elettore è evidente. Certo, forse non al punto di determinarne il voto per eleggere il presidente della repubblica, come nell’accusa rivolta esplicitamente da Pier Luigi Bersani ai parlamentari del Pd, per la quale ha subito, in risposta, l’ironia della Rete sotto l’hashtag #ècolpaditwitter, in merito a tutti i guai dei Democratici e non solo. Si può dire, piuttosto, che il social network dell’uccellino azzurro (ma anche Facebook) abbia progressivamente sostituito la sezione (o il circolo) come luogo di ritrovo e di confronto diretto tra rappresentanti istituzionali e cittadini. È più informale, di più facile accesso e, soprattutto, non rappresenta un luogo di oscure trame e lotte intestine, come sempre più spesso sono diventate le sedi dei partiti nell’immaginario collettivo. Ma questo vale per tutti i politici, o almeno quelli tecnologicamente evoluti.

Renzi ha fatto un passo in più. Non si è limitato a utilizzare Twitter come uno strumento di confronto e di consenso, ma lo ha plasmato a proprio piacimento. Ne ha fatto un’unità di misura per i propri messaggi agli elettori (i 140 caratteri imposti dalle regole del social network), un produttore di slogan attraverso gli hashtag, un testimone diretto della propria abnegazione al lavoro con le foto mattutine twittate da Palazzo Chigi. Lo ha fatto diventare perfino un format televisivo, con la formula di successo del #matteorisponde: chiunque da casa può inviargli una domanda e sperare in una risposta in diretta streaming, osservando nel frattempo Renzi piazzato davanti al suo Mac e ascoltandone i messaggi. Una formula sperimentata, una volta diventato premier, anche in commistione con quella della conferenza stampa da palazzo Chigi.

Ma la presenza dei giornalisti è una mera illusione: l’uso di Twitter (con la possibilità di scegliersi da solo le domande cui rispondere) e perfino l’auto-produzione del video consentono a Renzi una totale disintermediazione nel rapporto con gli elettori, con la stampa chiamata semmai a fare da megafono alle sue parole e da ripetitore della sua immagine. Un metodo ben sperimentato anche nel presentare i provvedimenti del suo governo: presentare con dieci tweet il decreto per rilanciare l’economia e tagliare gli sprechi altro non è che il tentativo di spiegare direttamente agli italiani la bontà della propria azione, bypassando l’analisi giornalistica, i cui contenuti sfuggirebbero naturalmente al suo controllo e potrebbero mettere a rischio l’immagine dell’operazione.

Ma tutto ciò funziona se non è a senso unico. Se la persona che sta a casa si sente in qualche modo coinvolta nel racconto di ciò che sta avvenendo e nel progetto politico più generale. L’interazione diventa così uno degli aspetti principali della presenza renziana sui social, e su Twitter in particolare. A differenza di altri politici di primissimo piano, ad esempio, dal profilo di @matteorenzi non arrivano mai messaggi provenienti dal suo staff, segno della ricerca di un contatto diretto e personale con i follower. Inoltre, come rileva Blogmeter, il presidente del consiglio «primeggia per la sua capacità di coinvolgere gli utenti di questo social network», provocando mediamente un numero di interazioni superiore perfino a quello del più seguito Beppe Grillo, il cui account è gestito integralmente dallo staff del suo blog. Di conseguenza, il comico non replica mai ai suoi follower, mentre questa è un’abitudine frequente per Renzi, non solo durante il #matteorisponde.

Così, l’attuale premier riesce a sfruttare le potenzialità di Twitter non solo nei termini del network, ma anche in quelli ben più importanti del social, che gli consentono di creare rapporti più forti e stabili con i suoi follower-elettori, portati così a considerarlo al loro stesso livello (almeno nella timeline) e non come un guru che trasmette proclami.

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