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Due chiese a confronto: quella cattolica e quella comunista

Nel libro di Lorenzo Ettorre, Il Pci e il Concilio Vaticano II, si spiega come «per il Partito comunista il Concilio Vaticano II ha rappresentato un potente e inaspettato acceleratore funzionale alla elaborazione di una rinnovata strategia politica»
Due chiese a confronto: quella cattolica e quella comunista

L’Italia è stata sempre un paese dalle forti contrapposizioni. Su tutte, nel corso del novecento, ha spiccato quello fra le due chiese, intese come comunità: quella cattolica e quella comunista. Su quest’ultima come chiesa e religione scriveva Maritain che: «È una religione, e delle più imperiose e sicura d’essere chiamata a sostituire tutte le altre religioni; una religione atea della quale il materialismo dialettico costituisce la dommatica, e il comunismo, come regime di vita, è l’espressione etica e sociale».

È stato appena edito da Studium un agile ed interessante volume di Lorenzo Ettorre che affronta questo rapporto nella cornice del concilio Vaticano II (Il Pci e il Concilio Vaticano II. Dal partito dei cattolici al cattolicesimo, 13 euro). L’autore parte da un punto di vista più generale: la posizione marxista rispetto alla religione. Che si sostanzia, inevitabilmente, attraverso una concreta sottovalutazione del fenomeno, se così lo si può definire.

E non poteva essere altrimenti, particolarmente in Togliatti che da convinto materialista storico non poteva che considerare il cristianesimo come una sovrastruttura al servizio del capitalismo. In tale visione che rappresenta essenzialmente una concezione che si basa su rapporti concreti disegnati all’interno di forze che si confrontano, in modo dialettico, nella storia, il Pci e il suo segretario identificavano il mondo cattolico tout court con la Dc e il Vaticano.

In una esegesi, mi si passi il termine, della Dc come partito unicamente conservatore e clericale. «L’errore nella sottovalutazione del fattore religioso ha determinato – scrive l’autore – come conseguenza l’impossibilità di una più estesa comprensione degli interlocutori cattolici, e dunque ha pregiudicato la strategia di avvicinamento ad essi che i vertici comunisti stavano cercando».

Ma se ciò è vero, e lo è. Ritengo che fosse anche inesorabile, per una sorta di “conformazione” ab origine del marxismo. Certo la contingenza storica aveva un ruolo che non va dimenticato, per cui Togliatti perseguirà con determinazione il dialogo con il mondo cattolico per assicurare la “messa in sicurezza” del suo partito di fronte al costante pericolo di un sostanziale bando dalla vita pubblica e politica del paese. Questione cui la parte della Dc più attenta alla legalità costituzionale, conscia anche dell’apporto dato dal Pci, si opporrà, però, anche quando la guerra fredda “scalderà” gli animi del nostro paese.

L’apertura del concilio verrà vissuta con curiosità a livello intellettuale e politico. Colta, soprattutto a livello politico, come un possibile “vulnus” in grado di aprire spazi per indebolire politicamente il centro sinistra di quegli anni e per staccare dalla Dc parte dei suoi quadri dirigenti e del suo elettorato. Una questione mi sembra emerga dal volume: l’attenzione del Pci al rapporto fra modernità e cattolicesimo (posto dal concilio); le riflessioni sui ritardi e sulle resistenze che questo determinava, metteva, in un certo qual modo, la sordina alle lentezze, ai condizionamenti subiti dallo stesso Pci sul tema.

Tanto che le conseguenze, in tutta la loro complessità, di ciò che stava accadendo sulla scia del concilio non saranno colti e compresi totalmente né dalla Dc né tantomeno dal Pci che sconterà in pieno, negli anni a seguire, le sue contraddizioni. Da una parte entusiasta, infatti, su Papa Giovanni XXIII per la promozione della pace e la non condanna del comunismo; dall’altra soltanto qualche tempo dopo si troverà a fare i conti, dolorosamente, con il ’68 e con Praga. Da un lato pur ritenendosi una avanguardia popolare e proletaria; dall’altro pagherà con durezza il prezzo del dissenso e verrà “sommerso” al pari, se non di più, della Dc, dalla cosiddetta contestazione giovanile e dall’affermarsi del consumismo e dell’individualismo come ethos della società contemporanea.

Commentando un appunto di Lucio Lombardo Radice dopo la fine del concilio, l’autore scrive che: «il Concilio sembra sconquassare le analisi tradizionali degli ideologi comunisti che avevano sempre identificato nella religione uno strumento al servizio della classi dominanti: un simile assiomatico principio non solo non si stava verificando, ma si assisteva anzi ad una sua effettiva liquidazione, pur restando all’interno di un’ispirazione che ancora si definiva “cristiana”».

A mio parere dal Pci furono poste al concilio delle domande che giocoforza restarono “inevase”, perché condizionate comunque, a mio giudizio, da una sostanziale incomprensione di quello che rappresentava la Dc e dalla visione, nondimeno alterata, del ruolo e della valenza, se così si può dire, della religione non solo nella realtà del nostro paese ma a livello mondiale. Per cui mirare alla fine del centro sinistra e alla rottura dell’unità politica dei cattolici (che già, e per altre questioni, presentava le prime crepe) come punti focali e nodali del Vaticano II mostrava quantomeno la scarsa lungimiranza di un approccio ad un evento così importante.

Il quale comunque, rispetto alla politica del Pci, ebbe il merito, per lo meno, di allentare, come ricorda l’autore, la conventio ad excludendum, e di movimentare il quadro politico e culturale, non solo del paese ma anche del partito: «Per il Partito comunista, si può concludere, il Concilio Vaticano II ha rappresentato un potente e inaspettato acceleratore funzionale alla elaborazione di una rinnovata strategia politica».

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