Cultura STAMPA

Oscar, ma “Il capitale umano” sarà abbastanza italiano per l’Academy?

Battendo gli altri in competizione, "Anime nere" e "Le meraviglie", il film di Virzì già premiato ai David e ai Nastri d'Argento è stato selezionato per rappresentare l'Italia. Ma con un film dallo stile "hollywoodiano" e che non nasce da una storia "locale"
Oscar, ma "Il capitale umano" sarà abbastanza italiano per l'Academy?

Dopo la valanga di premi ricevuti in patria, fra cui sette David di Donatello e sei Nastri d’Argento, Il capitale umano di Paolo Virzì proverà a portare a casa l’Oscar come miglior film straniero, l’anno dopo La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

La commissione selezionatrice del candidato italiano agli Oscar, composta da Nicola Borrelli (direttore generale cinema del ministero dei beni culturali) e da Gianni Amelio, Gabriele Salvatores, Tommaso Arrighi, Angelo Barbagallo, Maria Pia Fusco, Niccolò Vivarelli (del trade americano Variety), Barbara Salabè e Caterina D’Amico, ha ristretto la rosa a tre titoli – Il capitale umano, Anime nere di Francesco Munzi e Le meraviglie di Alice Rohrwacher – prima di quagliare sul film di Virzì, che naturalmente si è dichiarato orgoglioso e soddisfatto, pronto a rappresentare il nostro paese «in un momento complicato ma vivo del cinema italiano».

Virzì dovrà vedersela con alcuni avversari di tutto rispetto, dal turco Il regno d’inverno – Winter’s Sleep, che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, a Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne che concorre per il Belgio, dall’ungherese White God e lo svedese Turist, entrambi premiati nella sezione Un certain regard di Cannes, al canadese Mommy dell’enfant prodige Xavier Dolan – il nostro personale favorito fra i film visti sulla Croisette.

Noi, che pure abbiamo molto amato Il capitale umano, ci poniamo qualche domanda. La prima riguarda il “carattere nazionale” del film, basato sul romanzo di Stephen Amidon, che era ambientato nel Connecticut: nonostante Virzì abbia gestito molto bene la trasposizione dall’America wasp al Profondo Nord italico, non si può dire che Il capitale umano nasca da un humus locale, e questo ha reso la narrazione universale ma anche in qualche modo ibrida, priva di una radicata identità “etnica” italiana.

Da questo punto di vista sia Anime nere che Le meraviglie che un altro dei papabili alla candidatura, il bellissimo In grazia di Dio di Edoardo Winspeare, sarebbero stati maggiormente qualificati a rappresentare la realtà italiana contemporanea nella sua specificità, per non parlare di Song’e Napule dei Manetti Brothers, il vero “caso” dell’ultima stagione cinematografica.

Certo, se la scelta dei selezionatori avesse seguito questa logica, oggi probabilmente scriveremmo che l’Italia propone regolarmente (e in qualche misura furbescamente) la solita immagine di sé come paese rurale e arretrato, straccione e criminale che tanto piace agli spettatori del resto del mondo. Ma nessuno dei registi dei quattro film qui citati – Munzi, Rohrwacher, Winspeare e Manetti – ha scelto un taglio folkloristico o nostalgicamente pauperistico per le storie che racconta, e molti elementi di modernità – dallo sviluppo dei personaggi femminili alla disanima della mentalità mafiosa – avrebbero contribuito a segnalare all’Academy che il cinema italiano si sta rinnovando, proprio partendo dalla propria terra e dalle proprie peculiarità.

Ma è soprattutto la “forma filmica” a destare qualche perplessità sulle possibilità de Il capitale umano di essere premiato dall’Academy nella categoria “miglior film straniero”. Come scrive l’Hollywood Reporter, il film di Virzì ha uno «stile hollywoodiano», che è piaciuto al pubblico del Tribeca Film Festival, ma che può non apparire «riconoscibilmente italiano» come lo era, ad esempio, lo stile di Sorrentino ne La grande bellezza, non solo per ciò che racconta, ma per come lo racconta.

La nostra previsione? Il capitale umano entrerà nella rosa dei candidati finali, soprattutto se la distribuzione Usa Film Movement saprà fare il suo lavoro di lobbying, perché i membri dell’Academy gradiranno l’accessibilità della storia (diametralmente opposta all’inaccessibilità di un film come Gomorra, che infatti non andò lontano nella campagna per gli Oscar), ma alla fine privilegeranno un film maggiormente radicato nella realtà, e nella cinematografia, del paese da cui quel film proviene.

TAG: