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La scissione del vinto: come la minoranza Pd si è spaccata in cinque pezzi

Una storia iniziata già prima del congresso e marcata dall'ingresso in segreteria. Ma al senato c'è ottimismo sull'intesa: i dissidenti rientreranno quasi tutti
La scissione del vinto: come la minoranza Pd si è spaccata in cinque pezzi

Unita non lo è mai stata. La riunione della direzione del Pd di lunedì sera è solo il punto di arrivo di un progressivo dissolvimento di quella che fu la mozione Cuperlo, che oggi si ritrova spaccata in almeno cinque fazioni. La somma delle quali raggiunge il 18,2 per cento appena dei voti congressuali, con una corrispondenza più o meno analoga all’interno dell’assemblea nazionale e della stessa direzione.

Come si è arrivati a questo punto? La prima divisione nasce già prima del congresso, quando i Giovani turchi di Orfini spingono per la celebrazione dell’assise e lanciano la candidatura di Gianni Cuperlo, mentre l’ex segretario Bersani prova a rinviare il più possibile la conta ai gazebo – presupponendo la sconfitta – e, comunque, prova a ricercare un nome alternativo da contrapporre a Renzi. Obiettivi entrambi falliti: il congresso si fa e, in mancanza di altri candidati, l’area bersaniana è costretta a convergere su Cuperlo. I risultati sono quelli già detti.

Metabolizzata la sconfitta, Turchi e bersanian-dalemiani (che fondano Area riformista) vanno ciascuno per proprio conto, con l’ex candidato che prova a mediare per un po’, per poi arrendersi e fondare SinistraDem. Da due, i gruppi diventano tre.

Lo smembramento di Area riformista inizia a Bologna, quando Bersani e D’Alema dissotterrano l’ascia di guerra nei confronti di Renzi, proprio mentre i loro “eredi” trattano l’ingresso nella nuova segreteria del partito. Gli incarichi affidati a Micaela Campana (bersaniana) ed Enzo Amendola (dalemiano) sono al di sotto delle aspettative, sia sul piano della quantità (l’obiettivo era arrivare a tre posti) sia su quello della qualità (si puntava a un coinvolgimento nell’organizzazione), ma bastano a segnare un punto a favore del rinnovamento negli equilibri interni alla minoranza, sotto la guida di Roberto Speranza.

La riunione di lunedì ha finito col rendere plasticamente l’ulteriore divisione: i Giovani turchi più in linea con il segretario, Cuperlo che – nonostante la scarsa forza della sua componente – recupera un ruolo di mediazione riconosciuto da un ampio schieramento trasversale a maggioranza e minoranza, i quarantenni di Speranza, i “nostalgici” legati alla guida di Bersani e D’Alema, i laburisti Fassina e Damiano (con i quali in questa fase sembra fare asse anche l’ex lettiano Francesco Boccia).

minoranze pd

Discorso a parte merita Pippo Civati. In questo contesto, il 14,2 per cento conseguito alle primarie fa della sua componente la seconda dopo quella renziana. La linea di assoluta chiusura al dialogo che ha adottato, però, ne accresce da un lato la visibilità mediatica, ma dall’altro ne riduce la capacità di incidere sulla linea politica del partito.

Come si tradurranno questi equilibri in senato, dove oggi riprende il confronto sul Jobs Act? Fonti del gruppo dem confidano che alla fine i dissensi saranno perfino più ridotti di quelli che si sono manifestati sulla riforma costituzionale, tali da rendere superfluo il temuto “soccorso” di FI. Le aperture di Renzi, la disponibilità di senatori come Chiti e Gotor, ma anche il colpo subito in direzione lasciano ben sperare.

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