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Monte Sole, settant’anni fa l’eccidio più feroce

Una ecatombe studiata a tavolino dai nazisti prese di mira i civili, donne bambini, anziani. Fra i colpevoli del massacro, molti dei quali finiti nell'armadio della vergogna, il maggiore Reder è morto da uomo libero
Monte Sole, settant'anni fa l'eccidio più feroce

Ricorre in questi giorni il settantesimo anniversario del più feroce massacro di civili operato dai nazisti in Italia e in tutta l’Europa occidentale. Stiamo parlando dell’eccidio di Monte Sole, noto anche come Strage di Marzabotto, dal nome di uno dei comuni su cui tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 si abattè la mannaia tedesca. Gli eventi però non riguardarono un solo giorno né una sola località, ma furono dilazionati oltre che nel tempo anche nello spazio, tanto da coinvolgere più di centoquindici luoghi distinti sotto Monte Sole, tra i fiumi Setta e Reno.

In quei giorni alcuni reparti tedeschi, appartenenti principalmente alla XVI SS Panzergrenadier Division, la stessa protagonista della strage di Sant’Anna, uccisero quasi ottocento persone nel quadro di un’operazione antipartigiana volta alla bonifica di un vasto territorio sull’Appennino bolognese. Si trattò di una vera e propria operazione militare messa in piedi dai tedeschi per contrastare e debellare definitivamente l’attività partigiana nell’area in questione. In quei territori operava infatti la brigata Stella Rossa, organizzazione poco politicizzata, spesso in contrasto con la dirigenza del Comitato di Liberazione Nazionale e composta per lo più da persone del luogo.

Guidata da Mario Musolesi, detto il Lupo, questa formazione, cui nel dopoguerra fu costruita intorno un’aurea mitica e leggendaria, si rese protagonista di numerose azioni dimostrative e anche di scontri a fuoco con l’esercito invasore tedesco che già in primavera aveva provato ad annientarla senza successo. I nazisti riuscirono nel loro intento proprio sul finire di settembre quando cominciò quello che lo storico Klinkhammer ha definito un «rastrellamento finalizzato al massacro»: l’eccidio di Monte Sole appunto. In realtà, durante le operazioni tedesche, non ci fu una vera e propria battaglia con i partigiani; ci furono sicuramente degli scontri ma le vittime da una parte e dall’altra, tra cui il Lupo, sembra fossero molto poche e già il 30 settembre la Stella Rossa si può dire fosse ormai dissolta. I nazisti non cercarono quasi mai lo scontro diretto con i partigiani: per piegarli era molto più facile ed efficace la strategia dello stragismo.

Enormi furono le perdite tra i civili. A lungo si è indicato il totale in 1.830 morti ma, come hanno dimostrato le ricerche degli storici Luca Baldissara e Paolo Pezzino, questa cifra va ridimensionata e dopo accurati studi un reale computo delle vittime si attesta intorno ai 770 morti, tra cui 216 bambini sotto i dodici anni. Ma l’aver più che dimezzato il numero degli assassinati non sminuisce la portata del massacro.

montesole2Fu comunque un ecatombe, per di più studiata a tavolino ed eseguita con lucida ferocia, come già per altri eccidi. Il compito di attaccare da est le posizioni della Stella Rossa fu affidato alle quattro compagnie del battaglione esplorante della XVI SS Panzergrenadier Division Reichsführer SS comandato da Walter Reder, colui che è passato alla storia come il «boia di Marzabotto».

La «marcia della morte», cui presero parte circa 800 militari tedeschi, mise in allerta i partigiani della Stella Rossa che, pensando di essere gli unici ricercati, si dileguarono come meglio poterono. In realtà Reder aveva ordini precisi e una strategia pianificata che prevedeva terra bruciata intorno ai ribelli.

Furono dunque i civili, le donne, i bambini e gli anziani ad essere presi di mira. I nazisti setacciarono ogni centro abitato, ogni fabbricato, ogni fienile massacarando chiunque si trovasse sul loro cammino. Quasi tutte le località di Monte Sole furono insanguinate in singoli e ininterrotti eccidi. Le frazioni di Panico, Vado, Quercia e Grizzana vennero date alle fiamme, le abitazioni e le scuole assalite e distrutte. A San Giovanni di Sotto furono massacrate 52 persone in un rifugio. A Caprara 62 tra donne e bambini morirono a colpi di bombe a mano.

A Casaglia, uno dei simboli del massacro di Monte Sole, i civili cercarono rifugio in una chiesa dove il giovane parroco don Ubaldo Marchioni stava recitando il Rosario. I pochi sopravvisuti ricordano l’irruzione dei tedeschi, l’uccisione di don Marchioni e l’accusa contro di loro, rivolta in italiano, di essere tutti partigiani e banditi. Nessuno fu interrogato e il corposo gruppo composto quasi totalmente da donne e bambini fu condotto nei pressi del cimitero del luogo, dove furono falcidiati da una mitragliatrice su un treppiedi.

Le vittime a Casaglia furono 93. A San Martino invece 54 civili furono fucilati e poi bruciati in un aia. A Cerpiano 43 persone, in gran parte bambini, vennero uccisi con le bombe all’interno dell’oratorio della scuola. Con sadica crudeltà i superstiti agonizzanti di questa prima azione vennero lasciati dentro le mura dell’edificio per poi essere finiti a colpi di fucile più di ventiquattr’ore dopo. A Creda 79 tra vecchi, donne e bambini furono sterminati in una rimessa di carri. A Pioppe di Salvaro la gente abile al lavoro fu separata da quella inabile; mentre i primi furono deportati in Germania, gli altri, per un totale di 45 persone, vennero fucilati e gettati nella «botte» di Pioppe di Salvaro, una grande cisterna d’acqua utilizzata dal canapificio del paese. La lista di questi odiosi crimini è lunghissima e si dipana nei giorni seguenti, fino al 5 ottobre.

I colpevoli di un tale efferato massacro furono molti ma nel dopoguerra l’attenzione della giustizia italiana fu rivolta sostanzialmente solo contro il maggiore Walter Reder (Max Simon, comandante della XVI SS Panzergrenadier Division, era già stato condannato per questa e altre stragi nel 1947). Nel 1951, il «monco», così era da alcuni soprannominato per via dell’avambraccio sinistro lasciato sul fronte orientale, venne condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Bologna in quello che fu l’ultimo grande processo contro criminali tedeschi celebrato nei primi anni del dopoguerra.

Il procedimento nei suoi confronti, tra l’altro, ebbe luogo solo dopo le lunghe e complesse indagini degli investigatori italiani che procedettero nei confronti dell’imputato grazie anche agli incartamenti forniti loro dagli Alleati. Ma se da una parte il processo Reder può essere considerato il culmine dell’impegno della giustizia militare italiana nella punizione dei colpevoli di crimini di guerra nazisti, d’altro canto va anche tenuto conto che i nomi di molti altri responsabili individuati dagli inquirenti americani e britannici finirono nell’Armadio della vergogna, negli scantinati della Procura generale militare, e qui rinvenuti solamente a distanza di quasi cinquant’anni dai fatti.

Così, nel 1994, anche per la strage di Monte Sole tornarono ad accendersi le luci dei riflettori e un nuovo processo nel 2006 presso il Tribunale Militare di La Spezia si concluse con la condanna all’ergastolo di altri dieci tra ex sottoufficiali e soldati tedeschi. Nel frattempo però Walter Reder, dopo continue richieste di grazia da parte dei diplomatici austriaci e britannici, era stato rilasciato con un decreto del presidente del consiglio Bettino Craxi, il 23 gennaio 1985.

In un’intervista del 1986 rilasciata a una rivista austriaca, il «boia di Marzabotto», dopo che nel 1964 aveva espresso rammarico e pentimento alle comunità di Monte Sole, ritrattò ogni cosa affermando di non dover giustificare le sue azioni passate. Morì da uomo libero a Vienna nel 1991.

Proprio nello stesso periodo in cui Reder veniva scarcerato, si intensificarono i dibattiti sul recupero e la valorizzazione della memoria in quella zona che molti anni prima fu teatro dell’orrore nazista. Con una legge regionale del maggio 1989 fu istituita un’area protetta tra le valli dei fiumi Setta e Reno, nei luoghi dove furono compiuti gli eccidi. Nacque così il Parco Storico di Monte Sole il cui ambizioso obiettivo è quello di diffondere quotidianamente i valori della libertà e della pace e di salvaguardare una memoria che in Italia troppo spesso è stata sacrificata a logiche di opportunismo politico.

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