Esteri STAMPA

Renzi “l’inglese”: il rapporto speciale tra il premier, la City e il New Labour

In occasione del viaggio del presidente del consiglio a Londra, pubblichiamo la voce “Gran Bretagna” del dizionario “Il Renzi”, a cura di Mario Lavia
Renzi “l'inglese”: il rapporto speciale tra il premier, la City e il New Labour

Quando il cerimoniale di Palazzo Chigi prepara il primo viaggio a Londra di Matteo Renzi da premier, un incontro con Tony Blair non è in agenda. L’ex primo ministro britannico non ha incarichi ufficiali in patria: da un punto di vista “istituzionale” non c’è bisogno che i due si vedano. E invece quell’incontro non può non esserci. Questione di simboli, prima di tutto. Lo staff del presidente si muove. La mattina del 2 aprile nelle redazioni dei giornali arriva la foto di Blair e Renzi uno accanto all’altro, abbigliamento informale senza cravatta sullo sfondo pomposo degli arazzi dell’ambasciata ita- liana a Londra. L’ex premier ride con le mani nelle tasche dei jeans, il neo-premier gesticola un po’ impacciato.

Ci voleva Tony Blair a completare il battesimo inglese di Renzi. Il padre della Terza via britannica era stato il primo leader non italiano a fare gli auguri al nuovo premier. «I leader europei», dice Blair a neanche due ore dall’annuncio dell’incarico a Renzi, il 17 febbraio, «dovrebbero sostenere pienamente Matteo mentre assume la responsabilità per il futuro del suo Paese». È più che un endorsement, è un’investitura. Trascorre qualche ora e arriva anche un tweet di David Miliband, figlio prediletto della scuderia blairiana: «New New Labour», torna il New Labour, proprio mentre a Londra il minore dei fratelli Miliband, Ed, fa il possibile per archiviare quella stagione e passare al capitolo successivo, al Next Labour.

Allora non era un abbaglio, se per anni Renzi è stato additato come il “Blair italiano”. Renzi il modernizzatore, Renzi lo spauracchio della vecchia sinistra, Renzi che sfida il sindacato. Quando qualcuno vuole dare un consiglio al sindaco di Firenze, e poi al segretario del Pd, gli sussurra: ricorda Blair, fa’ come lui. Se vuoi cambiare l’Italia cambia prima il partito, come fece lui. E se vuoi evitare una guerra intestina, pensa all’accordo tra Blair e Gordon Brown: stringi un patto con Enrico Letta. A volte Renzi ascolta, altre volte no.

ILRenziMa il paragone con Blair gli piace, gli è sempre piaciuto. Il New Labour affascina il giovane segretario fiorentino della Margherita, all’inizio dei Duemila. Il neo-eletto presidente della Provincia di Firenze si esalta a seguire la conferenza laburista del 2004 a Brighton, quando Bono degli U2 si rivolge dal palco a «Tony e Gordon». Poi, negli anni, l’immaginario renziano cambia. In America arriva Barack Obama, che con Blair c’entra fino a un certo punto. È lui il nuovo volto di successo del centrosinistra globale, mentre in Gran Bretagna il decennio laburista arriva al capolinea. Ma Londra rimane un simbolo, una bandiera. Il blairismo, per Renzi, è una scelta di campo, prima che il frutto di una rete di rapporti. Anche perché i suoi contatti diretti con i protagonisti di quella stagione si contano sulle dita di una mano.

Il premier inglese ama Firenze più di ogni altra città italiana. Ha stretto amicizia con le famiglie della nobiltà toscana, banchieri e viticoltori: i marchesi Frescobaldi, i principi Guicciardini Strozzi. È in una tenuta del “Chiantishire” che avviene il primo faccia a faccia Blair-Renzi: «Un incontro in una casa privata, uno di quelli che avrei dovuto evitare, secondo i puristi della politica», scrive il sindaco nel suo libro del 2011, Fuori!. Renzi chiede «cosa occorre per vincere, anche in Italia», l’altro risponde: «Innovazione, sviluppo economico, legge e ordine». Law and order nel programma della sinistra? «Mi hai chiesto cosa fare per vincere. Se non risolvete questi nodi non vincerete mai». L’allievo prende nota.

Blair è prodigo di consigli, anche nell’incontro successivo. Primo giugno 2012, il leader laburista è a Firenze per un meeting organizzato dalla banca d’affari americana Jp Morgan. Cena ufficiale, c’è il sindaco ma anche un bel gruppo di ministri del governo Monti. Non c’è modo di parlare in privato: i due si danno appuntamento per il giorno dopo, pranzo all’hotel St Regis. A tavola siedono anche Marco Carrai e Giuliano da Empoli, ambasciatori del sindaco nel mondo. Le primarie del centrosinistra non sono ancora state indette (bisogna aspettare la direzione Pd dell’8 giugno), ma Renzi ha le idee chiare: vuole sfidare Pier Luigi Bersani nella corsa verso la premiership. Ne parla con Blair. Bene, però ci vogliono meno giovanilismo e più nomi di peso nella tua squadra, gli suggerisce l’ex premier. Se non è un invito a candidarsi, poco ci manca.

Altri suggerimenti arrivano da Peter Mandelson, vero stregone del blairismo, anche se i giornali quasi non se ne accorgono. Non c’è da stupirsene, conoscendo il personaggio: lord Mandelson sa muoversi senza rumore, se necessario, lasciandosi notare solo da chi deve. Ma i contatti tra i due ci sono, eccome. Prima, durante e dopo la sfida con Bersani.

A campagna per le primarie già avviata, Renzi si concede una trasferta transatlantica: il 6 settembre è a Charlotte, Carolina del Nord, per la convention dei democratici americani. Non è andato solo a “studiare” la comunicazione del partito obamiano; è anche un giro di accreditamento. L’invito è del Center for American Progress di John Podesta, ed è arrivato grazie al rapporto tra Matt Browne (britannico già direttore di Policy Network, il think-tank di Mandelson) e Giuliano da Empoli, intellettuale transitato dal vivaio rutelliano, assessore alla Cultura di Firenze fino al 2011, figlio di quell’Antonio economista, manager di Stato e amico di Giuliano Amato. A colazione Renzi ha modo di conoscere, tra gli altri, David Miliband. È quasi un test: il sindaco viene tempestato di domande dai commensali. Test superato, evidentemente. Qualche tempo dopo, il grande dei fratelli Miliband viene intervistato da Filippo Sensi, all’epoca vicedirettore di Europa. Alla domanda sul ritorno della Terza via, l’ex ministro degli esteri infila una battuta: «Mi piace ciò che dice Matteo sul rinnovamento e su come ripensare in economia e in politica». I due leader non si sono parlati per molto, ma è bastato: Renzi è dei nostri, pare dire Miliband. Mancano dieci giorni alle primarie del 25 novembre.

David Miliband non è solo. Il mondo inglese inizia ad annusare l’enfant prodige della politica italiana e riconosce in lui un possibile interlocutore. Ad aver drizzato le antenne prima di altri è stato Bill Emmott, ex direttore dell’Economist appassionato di questioni italiane: già nel febbraio del 2012 il giornalista registra una lunga intervista a Matteo Renzi per il documentario Girlfriend in a coma, che però uscirà solo all’inizio dell’anno successivo.

Ma è durante la campagna per le primarie che la City comincia a interessarsi al sindaco. Come intermediari, oltre a Emmott, in questa fase Renzi può contare su due italiani. Il primo è un amico di vecchia data: Cosimo Pacciani, compagno di scuola di Matteo al liceo Dante di Firenze, londinese d’adozione e capo della sezione rischi della Royal Bank of Scotland (prima di traslocare in Lussemburgo, al fondo salva-Stati). È Pacciani a fondare, insieme alla giornalista Allegra Salvadori, il comitato “Londra per Matteo Renzi” alle primarie del 2012. E nella capitale britannica il Rottamatore stravince sia al primo turno sia al ballottaggio. Al seggio sfilano anche diversi broker italiani della City.

L’altro italiano a Londra è Davide Serra, che col suo hedge fund Algebris ha scalato il gruppo Abn Amro e ha assaltato i vertici delle assicurazioni Generali. Ha raggiunto Renzi via email – dice lui – mettendosi a disposizione. I contatti con Pacciani e Serra non sono poi così frequenti: l’aspirante premier punta soprattutto a capire cosa si dice dell’Italia negli ambienti della finanza internazionale. Basta qualche mese, però, ed è la City a cercare Renzi, più che il contrario.

Quando torna a Londra da presidente del Consiglio, aprile del 2014, all’ambasciata italiana c’è tutta la finanza che conta, da Morgan Stanley a Blackrock. Il Financial Times gli ha già dedicato qualche commento straordinariamente positivo: le aspettative sono alte. All’uscita, tutti entusiasti. L’ex ministro Domenico Siniscalco spiega a Goffredo De Marchis di Repubblica: «Hanno trovato uno che parla la stessa lingua». Davide Serra semina interviste in cui racconta che «Renzi sa ascoltare» e per questo è piaciuto agli uomini della City.

Resta da vedere se, oltre ad ascoltare, Renzi vorrà anche rispondere alle richieste dei suoi interlocutori britannici. Il premier non si deve perdere tra «compromessi e mediazioni», deve piuttosto «continuare a lottare per le sue idee e la sua visione, senza se e senza ma», spiegava ad aprile Matt Browne in un’intervista con David Allegranti sul Corriere fiorentino. Dopo la calorosa accoglienza, The Economist ha avanzato qualche dubbio sugli esordi della politica economica renziana, troppo spendacciona per il settimanale della City. Londra ha dato credito al più giovane premier della storia d’Italia: ora aspetta di capire se davvero ha trovato un epigono di Tony Blair o qualcosa di diverso, un riformatore “all’italiana”.

TAG:
  • Bacco51

    Tony Blair, un bugiardo mtricolato, vedi dossier sul’Iraq; Renzi è in ottima compagnia

  • mogol_gr

    Rai (TV) way.