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Festival di Roma, “My italian secret” una storia di coraggio e giustizia

Nel documentario diretto da Oren Jacoby, già candidato all'Oscar, il racconto in prima persona di alcuni ebrei nascosti dalle famiglie italiane, tra cui quello del figlio di Gino Bartali. Evento speciale di apertura, ci ricorda la rete di solidarietà creata da moltissimi connazionali che hanno accolto in casa degli sconosciuti
Festival di Roma, "My italian secret" una storia di coraggio e giustizia

Mentre nel resto d’Europa l’80 per cento degli ebrei moriva nei campi di concentramento, in Italia l’80 per cento degli ebrei, non solo italiani, riusciva a sopravvivere grazie alla complicità di preti, suore e privati cittadini che si rifiutavano di obbedire alle leggi razziali. Lo dice My Italian Secret, il documentario diretto da Oren Jacoby, già candidato all’Oscar per il doc Sister Rose’s Passion, che è l’evento speciale di apertura del Festival Internazionale del Film di Roma.

Jacoby affida la narrazione di questa storia di coraggio e giustizia ad alcuni ebrei che, da bambini, sono stati nascosti da famiglie italiane, e ora tornano nei luoghi dei loro antichi nascondigli: fra loro c’è anche la scrittrice Gaia Servadio, che nel ’43 aveva trovato rifugio presso la Marchesa Gallo in un paesino vicino ad Ancona. Ma a ricordare sono anche i figli di alcuni “giusti” che hanno salvato centinaia di ebrei dalla deportazione, fra cui Pietro Borromeo, figlio di quel dottor Giovanni che nascose centinaia di perseguitati presso l’ospedale Fatebenefratelli, inventandosi una malattia contagiosa – il morbo di K – per trattenerli in quarantena, lontani dalle pattuglie tedesche

Soprattutto, a parlare è Andrea Bartali, unico figlio del campione del ciclismo che, scopriamo grazie al documentario, trafugò centinaia di documenti falsi destinati agli ebrei nascondendoli nel telaio della sua bicicletta. Con la scusa degli allenamenti, Gino Bartali percorreva avanti e indietro la strada per Assisi e consegnava i documenti alla Basilica di San Francesco, contribuendo a quel network di salvataggio segreto organizzato dall’arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Della Costa. Bartali, rivela il documentario, ospitò anche, nella cantina di casa sua, la famiglia di Giorgio Goldenberg, che in My Italian Secret testimonia il segreto del campione, che credeva che «il bene si fa, ma non si dice».

My Italian Secret non nega certo l’esistenza di delatori italiani che tradirono gli ebrei né minimizza la deportazione di migliaia dall’Italia verso i campi di concentramento. Ma ci ricorda la rete di solidarietà creata da moltissimi nostri connazionali che hanno accolto e “coperto” completi sconosciuti. Erano quegli “italiani, brava gente” cui i razzisti e gli xenofobi contemporanei dovrebbero guardare come esempio di un carattere nazionale che non conosce(va) barriere, e per cui, come diceva sempre Bartali, «il mondo è la patria di tutti gli esseri umani».

 

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