Leopolda STAMPA

Non basta Renzi per un partito smart

Un leader in gamba può dare un volto e guidare un processo di cambiamento, ma non basta per produrre risultati profondi

La direzione di lunedì scorso sulla forma partito rappresenta l’ultima tappa di un dibattito che nel Pd dura fin dalla sua fondazione, ma che negli studi politici va avanti da decenni. Si pensi all’analisi weberiana dei partiti di notabili e ideologici di massa (1922), allo studio del 1951 di Duverger (che teorizzava gli ideal-tipi dei partiti di comitato, di sezione, di cellula e di milizia), o alle analisi del partito piglia-tutto di Kirchheimer (1966), del partito professionale-elettorale di Panebianco (1982), del partito-cartello di Katz e Mair (1995), fino ai vari partiti personali, mediali, leggeri, etc. Se persino la scienza politica fatica in alcuni casi a cogliere le innumerevoli sfaccettature di un fenomeno complesso e in costante evoluzione (in linea – come è naturale – con il mondo che circonda quegli stessi partiti), il gruppo dirigente di un partito ha un altro compito: tracciare una visione e disegnare, quasi ingegneristicamente, lo strumento più adatto a realizzare quella visione, concependo ovviamente il partito come un mezzo, e non come un fine in sé.

Ora, Matteo Renzi si è sicuramente occupato finora della visione, incarnando la figura di un leader post-ideologico di un partito a vocazione maggioritaria (secondo il disegno che aveva spinto – non tutti paiono ricordarlo – chi prima di lui aveva fondato il Pd), ma non si è occupato ancora fino in fondo dello strumento in grado di supportare quella visione, cioè del partito.

I punti fondamentali qui sono due. Il primo è che Renzi incarna perfettamente una politica di successo nel XXI secolo, una politica smart (che è qualcosa più di “intelligente”), in grado di coinvolgere e di parlare a tutti, di emozionare, di ridare un senso e un respiro più ampio a un’azione politica, abbattendo vecchi idoli e coniugando i valori della sinistra (quelli sì, sempre gli stessi) al tempo presente (operazione cognitiva non scontata e mai facile, si veda il dibattito sul lavoro). Ma quanto è riuscito Renzi a trasmettere questa smartness al partito? Al tempo della politica smart, c’è bisogno di partiti smart. È per questo che il Pd, nella sua stessa articolazione di base (e lo dico come segretario di un circolo), ha bisogno di ripensarsi e di innovare profondamente, provando a creare degli hub di innovazione politica, all’interno di reti sociali articolate e complesse (reti che il partito non può più ricomprendere interamente al suo interno, come nel secolo scorso, ma nelle quali invece funga da punto di riferimento, da hub appunto, alimentando quella che De Kerckhove definisce “intelligenza connettiva”). Così che, a tutti i livelli territoriali, il partito possa riacquisire quel ruolo di mediazione autorevole tra società e istituzioni, superando quella autoreferenzialità che, in molti casi, ha finito per allontanare i cittadini dalla politica e per gettare discredito e diffidenza verso tutta la classe politica.

E qui veniamo al secondo punto. Un partito smart ha bisogno di formare e di selezionare una classe dirigente smart. È su questo punto che la maggior parte dei grandi leader sembra cadere inesorabilmente; un leader in gamba può dare un volto e guidare un processo di cambiamento, ma non basta per produrre risultati profondi. Se il Pd vuole cambiare questo paese, tutta la smartness di Renzi purtroppo non è sufficiente. Abbiamo bisogno di decine, centinaia, migliaia di donne e uomini in gamba che possano rispondere alla sfida, e che sappiano interpretare il compito di una politica smart nei contesti in cui ognuno di essi si trova ad agire. Per troppo tempo nel partito le carriere politiche sono state determinate da altre “logiche”. È arrivato il tempo di rimuovere queste incrostazioni, e di prepararci alla sfida politica del cambiamento – soprattutto laddove abbiamo responsabilità di governo – con lo strumento giusto, cioè con un partito finalmente smart. Sarà bene occuparsene al Nazareno, nei circoli, alla Leopolda, nei Luoghi Idea(li) e in tutti quei contesti in cui si tenga davvero al Pd.

TAG: