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Elezioni americane: social, ma non troppo. E l’economia conta poco

Il voto di midterm è stato molto più "socializzato" di quello del 2010, ma non regge il confronto con le elezioni presidenziali. Dallo studio delle parole chiave dati interessanti sui temi più caldi
Elezioni americane: social, ma non troppo. E l'economia conta poco

Nei giorni scorsi il Pew Research Center, principale istituto di sondaggi americano, ha pubblicato un’indagine sull’utilizzo dei social network da parte degli elettori americani. Risultato: quelle di oggi sono le elezioni di midterm più “social” di sempre. Il 28 per cento degli elettori registrati intervistati dal Pew dichiarano di aver usato i social media per informarsi sui candidati e sul voto, un dato da confrontare col 13 per cento del 2010. Il 16 per cento segue almeno un candidato sui social, rispetto al 6 per cento di quattro anni fa. Bisogna ricordare che si parla di elettori registrati, cioè quelli che si sono andati a iscrivere nei registri elettorali, manifestando quindi un certo interesse nel voto (anche se poi non è detto che si recheranno alle urne).

Il confronto col 2010 è notevole, i dati sono più che raddoppiati. Ma è sorprendente? Non molto, se si pensa che nel 2010 Twitter non era ancora “esploso”: all’inizio di quell’anno c’erano circa 30 milioni di utenti attivi ogni mese, oggi si è arrivati oltre quota 280 milioni. Quasi dieci volte di più.

Non solo. È noto che le elezioni di midterm portano alle urne un numero minore di cittadini rispetto alle presidenziali. Ma il confronto con i dati sull’utilizzo dei social durante la campagna del 2012 è significativo: un altro sondaggio del Pew Research Center, due anni fa, mostrava che il 30 per cento degli elettori registrati allora aveva ricevuto tramite i social network un invito a votare per Obama o per Mitt Romney, e il 20 per cento aveva invitato altri a votare. Chiedere il voto, ovviamente, mostra un coinvolgimento maggiore rispetto alla semplice ricerca di informazioni. Non ci è stato possibile trovare dati direttamente confrontabili, ma quelli a disposizione suggeriscono che l’utilizzo dei social nel voto presidenziale del 2012 sia stato – in proporzione – ben più ampio.

Come si sono attrezzati i due maggiori social network per questo midterm 2014?

La pagina elettorale di Twitter
Il più popolare sito di microblogging del mondo si è dotato di una pagina dedicata al voto di metà mandato americano, election.twitter.com. Oltre a un feed di notizie calibrato sull’hashtag #Election2014 e integrato con gli account di candidati e politici, ci sono alcuni dati interessanti: il numero di tweet con quello stesso hashtag nella giornata odierna e le statistiche su chi twitta.

Twitter midtermSi scopre che – come spesso accade per le notizie di politica – l’interesse del pubblico maschile è maggiore (due utenti maschi ogni donna) e che la “questione” più discussa è lo stesso Barack Obama. In altre parole l’analisi dei dati Twitter conferma l’idea che si tratti di un referendum sul presidente. Seconda questione più discussa è lo Stato islamico. Poi ordine pubblico, armi da fuoco e cambiamento climatico.

L’economia neppure figura: i dati di Twitter si riferiscono a un campione distorto (più giovane e benestante della media nazionale) ma, visti questi numeri, non c’è da sorprendersi se il gradimento di Obama è così basso.

Di cosa si discute su Facebook?
Il Wall Street Journal ha pubblicato un’analisi approfondita dei post a tema elettorale pubblicati su Facebook dal luglio scorso al giorno di chiusura della campagna elettorale, il 3 novembre. I dati confermano solo in parte quelli generici forniti da Twitter. Qui l’economia è tra le questioni più discusse, anche se in modo diverso. Il tema generico dell’economia viene affrontato da circa il 7 per cento dei post esaminati, in media. Ma ci sono dei picchi regionali: ad esempio in Wisconsin, dove la sfida tra il repubblicano Scott Walker e la democratica Mary Burke per il posto di governatore s’è giocata tutta sulla disoccupazione, e in Colorado, sfida calda per il Senato. Più sentita ancora la questione delle disuguaglianze economiche, forte in tutto il paese ma fortissima in alcuni distretti: il MidWest industriale e parte del nord est, da dove è partita la protesta di Occupy Wall Street.

Ci sono altre issue generalmente poco discusse, ma che si accendono in alcune zone, come quella dell’energia o la questione femminile, su cui molti candidati in seggi senatoriali “in bilico” hanno concentrato buona parte della campagna elettorale (come in Iowa, New Hampshire, ancora il Colorado).

Ma l’altro grande tema di dibattito è l’immigrazione. Fortissima in tutta la fascia meridionale di confine, ma anche nel resto del paese, forse con la sola eccezione del New England. Barack Obama ha puntato molto sulla riforma del sistema dell’immigrazione. E i distretti in cui il tema è forte sono soprattutto distretti repubblicani: che il tema sia molto discusso, allora, non sembra una buona notizia per i democrat.

Zuckerberg è di parte?
Oggi Facebook ha reso visibile in cima alle timeline un banner sul giorno delle elezioni, con la possibilità di cliccare sul tasto “I’m a Voter!”. Un modo insomma per aumentare la sensibilità degli utenti del social al voto: si chiama “effetto megafono”. Ma la scelta ha prodotto qualche polemica: un’alta affluenza alle urne può favorire un partito sull’altro? Nel voto di oggi, tutti pensano che saranno i democratici i più propensi ad astenersi. Se a questo si aggiunge che Mark Zuckerberg ha creato l’organizzazione fwd.us, grande donatrice a favore di molte campagne elettorali democratiche, il cortocircuito è servito.

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