Cultura STAMPA

La Bolognina di tutti, non solo del Pci

La svolta non riguardava tanto il nome di un partito, ma il concetto stesso di democrazia e di rapporto del partito con la società. Per questo continuavamo a ripetere che nessuno poteva sottrarsi all'obbligo del cambiamento
La Bolognina di tutti, non solo del Pci

È un luogo comune parlare delle debolezze, delle incongruenze culturali e politiche della svolta. Più rifletto e ricostruisco, più mi confermo nella convinzione che questo presuntuoso giudizio non sia altro che il rifiuto di una cultura nuova e comunque diversa, in nome della continuità di una cultura vecchia e comunque consuetudinaria: la cultura non del comunismo – come spesso si dice – ma specificamente del Pci. Una cultura connessa con l’idea, con la consapevolezza di non potere (non volere) giocare in prima persona, direttamente, la partita per il governo; quindi una cultura conflittual-trattativistica, antagonistico-consociativa.

Una cultura che aveva di mira la costruzione di un blocco storico più che di un coagulo di governo, fondata su una lettura della storia italiana e della democrazia che assegnava un ruolo centrale e permanente alle grandi forze popolari, ai partiti, vere fonti della legittimità e propulsori delle trasformazioni; quindi una cultura in cui i partiti – e le correnti storico ideali che essi esprimono – avevano la netta prevalenza sullo stato, le sue istituzioni, la sua organizzazione, la sua amministrazione, i suoi apparati.

A chi era ed è il portatore di questa cultura, la cultura della svolta non poteva e non può che risultare estranea; addirittura aberrante e, in ogni caso, confusionaria, in particolare su due versanti. Il primo: la riforma della politica, la definizione di un nuovo rapporto della politica con i cittadini e la società, esattamente quello che fu definito, già allora, lo “spirito costituente”. La democrazia dell’alternativa comportava la identificazione e la costruzione di un soggetto politico nuovo rispetto al Pci; nuovo tanto per la funzione nella competizione per il governo, quanto per il rapporto con la società, gli interessi, le persone. Non era più accettabile la visione per cui si diventa cittadini attraverso il partito, perché i cittadini precedono i partiti e non viceversa.

E poi – secondo versante – la democrazia della alternativa. Per decenni il Pci ha sostenuto che l’alternativa non richiedeva altro che un mutamento nell’orientamento dei partiti e, in fin dei conti, dei loro gruppi dirigenti; ma era una posizione propagandistica e superficiale, di chi non ha alcuna intenzione di impegnare se stesso in una affettiva competizione di governo. La attivazione della alternativa, oltre a richiedere una grande attenzione alle tendenze e alle scelte degli elettori, che non sono “proprietà” dei partiti ai quali danno il voto, comporta che si ricollochino le istituzioni, la amministrazione in posizione preminente tanto per la saldezza del patto democratico quanto per l’efficacia e la responsabilità dell’azione di governo.

Come si vede, quando si parla di cultura della svolta in rapporto con la tradizionale cultura del Pci non si parla tanto di marxismo, di capitalismo, di socialismo (di comunismo); si parla, soprattutto di cruciali elementi di cultura politica, di concezioni dello stato, dei partiti, della politica, della cittadinanza, della democrazia. E di una idea, di una analisi, di un progetto che riguarda l’Italia, la sua storia, il suo futuro. E l’Italia nel mondo.

Per noi – per chi concepiva la svolta come la concepivo io – era chiarissimo che la democrazia dell’alternativa significava nuovo soggetto politico (costituente) e profonda riforma dello stato e delle istituzioni. Di più: la coincidenza della svolta con il crollo del muro di Berlino sintetizzava il legame necessario fra un determinato assetto del mondo – che finiva – e un determinato sistema politico, una determinata nomenclatura politica.

Ne eravamo perfettamente consapevoli: quell’evento epocale avrebbe provocato effetti – a scadenza più o meno breve – su tutto il vecchio equilibrio e il vecchio assetto politico istituzionale italiano. Da tempo quell’assetto si era sfasato rispetto ai bisogni, alle attese, alla maturazione e ai cambiamenti della società. La sua sopravvivenza era stata forzata (con tutti gli inevitabili corollari di degenerazione) proprio in riferimento alla situazione mondiale, particolarmente vincolante a causa della presenza, in Italia, di un partito che si definiva comunista e che aveva la forza e il ruolo del Pci.
Cambiato il quadro mondiale, la crisi del sistema politico non poteva tardare a manifestarsi.

Ecco il motivo per cui continuavamo a ripetere che nessuno poteva sottrarsi all’obbligo del cambiamento; e invece gli altri ritenevano e ripetevano che noi volessimo coinvolgere tutti in disgrazie che erano soltanto nostre. Prima della svolta, già nel novembre dell’87, avevamo modificato profondamente il modo di leggere la vicenda italiana, assumendo in modo integrale l’alternativa e la critica del consociativismo, con le necessarie implicazioni sul terreno delle politiche istituzionali che dichiaravamo di voler togliere dal “nobile conservatorismo” nel quale si erano arenate.

Paradossalmente eravamo bloccati proprio dalla verità di quello che andavamo ripetendo con insistenza: che la svolta, cioè, non era solo il cambiamento del nome, né solo una questione che riguardava il Pci, ma era il modo per confrontarci e per dare una risposta democratica alla crisi italiana, crisi di un intero assetto politico-istituzionale. Era chiaro che il partito era disponibile a fare i conti con il nome, a disporsi alla prospettiva della alternativa, ad accettare modifiche anche sulle leggi elettorali; ma pensare che riuscisse di colpo ad impadronirsi di tutti gli elementi di una nuova cultura politica, di un nuovo modo di pensare la politica, per di più mentre era obbligato a riflettere dolorosamente sulla propria identità, è credere l’impossibile.

Ci sono voluti più di vent’anni per dipanare la matassa, per riportare all’ordine del giorno – con forza e attualità di gran lunga superiori ad allora – le idee che alimentarono la “svolta”, la sua necessità, la sua portata generale. Adesso i temi del partito, delle istituzioni, delle forma della politica, del potere dei cittadini nella politica, occupano il centro del tavolo e nessuno si permette di definirli fumisterie di acchiappafarfalle. Non so – penso che nessuno sappia – se e come le domande saranno soddisfatte, i problemi saranno risolti. Le parole e i pensieri di oggi, però, non sono diversi da quelli che presero forma ed evidenza durante la “svolta”; a dimostrazione che, allora, gli insuccessi non derivarono da confusione culturale e politica ma – se mai – da scarsa forza e determinazione.

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  • Kimor Rossi

    Caro Petruccioli, la Dc e il PCI, erano gli architravi della prima repubblica e come tali inseriti a livello internazionale in quello che allora era la geopolitica est -ovest. La cultura politica, che allora era senza spazio, quella liberale e quella socialista che invece avevano piena capacità di esplicarsi negli altri paesi europei dove era possibile l’alternanza tra coalizioni, erano compresse. Il caso Moro rivela a distanza di anni la verità. Le picconate di Cossiga sono il grido straziante di uno che ne sapeva molto e che con queste picconate cominciava a dire che era ora di cambiare e che lui stesso non aveva più quel ruolo che aveva avuto prime e soprattutto durante il caso Moro.Le classi dirigenti democristiana e comunista non sono state all’altezza della situazione volevano continuare come nulla fosse dopo la caduta del muro di Berlino. I comunisti e quindi anche Lei, non siete stati in grado di costruire a sinsitra un partito socialista di carattere europeo in italia e i democristiani sono finiti come sappiamo. Ma il DNA di una classe politica non sparisce. Oggi teniamoci la nuova democrazia cristiana che è il PD. perchè in fondo anche quei comunisti che lo hanno fondato il pd, sono democristiani dentro, fin dall’art. 7 nell’assemblea costituente del 1947. Aveva ragione Craxi e il psi ( e non a caso volevano salvarlo Moro) , e non avendo spazio, se non in coalizioni per rivendicarlo questo spazio, per anni gli avete solo concesso di rubare assieme a voi purtroppo.