Il grande Est STAMPA

Vittorio Strada racconta il 1989: «Gorbaciov correva, l’Est Europa rimpiangeva ancora Stalin»

Una conversazione con lo slavista, già direttore dell'Istituto italiano di cultura a Mosca: «E le rivolte popolari furono un fattore decisivo, da sempre sottovalutato»
Vittorio Strada racconta il 1989: «Gorbaciov correva, l'Est Europa rimpiangeva ancora Stalin»
Il celebre bacio tra Mikhail Gorbaciov ed Eric Honecker il 7 ottobre 1989

In fondo tutto è cominciato con l’avvento di Mikhail Gorbaciov al potere. Si insediò al Cremlino, come segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica (Pcus), nel primo scorcio del 1985. Aveva il chiodo fisso di cambiare il sistema, rendendolo più elastico e sgravandolo del carico finanziario e militare che la competizione con l’occidente comportava. Ma non immaginava che la storia avrebbe corso ben più rapidamente delle sue intenzioni, facendo collassare prima l’impianto comunista dell’Europa centrale, poi la stessa Urss. Ma partiamo dal principio, da quel 1985.

Gorbaciov prende alloggio al Cremlino e sdogana il verbo riformista. Perestrojka e glasnost. Ci scorta dentro questa vicenda Vittorio Strada, slavista veneziano, ex direttore dell’Istituto italiano di cultura a Mosca.

Dice: «In sostanza Gorbaciov voleva riprendere il processo apertosi al XX congresso del Pcus, nel 1956, quando Nikita Krusciov demolì senza pietà Stalin e inaugurò una stagione riformista, contraddistinta da una certa tolleranza, tenuto conto dei canoni sovietici, verso il mondo intellettuale. Lo stesso Gorbaciov s’è sempre definito “un figlio del XX congresso”. Ora, questo non significava riportare Stalin sul banco degli imputati. L’idea era ridare slancio al sistema, porre fine alla stagnazione degli anni di Breznev, che aveva bloccato gli impulsi forniti da Krusciov e – questo sì – rinunciato alla critica dello stalinismo».

La differenza tra i tempi di Krusciov e quelli di Gorbaciov, era però sostanziale. Il riformismo, all’epoca di Krusciov, si legava a una congiuntura di forti aspettative. Si parlava di eguagliare, in termini di ricchezza e progresso, l’Occidente. Il comunismo faceva presa nel mondo. La curva dell’Urss, in altre parole, era nella sua fase ascendente. Nel 1985 lo scenario era diversissimo. Il sistema era esausto, prostrato. L’ideologia svuotata. La condizione affinché il modello sovietico rimanesse ancora per un po’ in vita, trascinandosi fintanto che avrebbe potuto, era paradossalmente la stagnazione.

Tanto che nei paesi satelliti dell’Est europeo scattò una forma di resistenza. «Non dissimile – riflette Vittorio Strada – a quella che si registrò al tempo del XX congresso. Già allora le democrazie popolari dell’Est cercarono di applicare la destalinizzazione a modo loro, molto cautamente, più con la forma che con la sostanza. Lo stalinismo, come culto e stile di governo, era stato infatti alla base della costruzione del potere sovietico a Est. Azzerarlo significava minare questo stesso potere. A metà degli anni Ottanta accadde grosso modo la stessa cosa, ci fu un rigetto. A Est sapevano che la scossa che Gorbaciov pretendeva poteva avere effetti distruttivi. Memorabile fu una frase di Eric Honecker, il segretario generale della Sed, il partito-stato della Germania orientale. Sostenne: “Non sono obbligato a cambiare la tappezzeria, se il mio vicino di casa ristruttura”».

A Praga, Varsavia, Budapest, Sofia e Bucarest, con diverse gradazioni, si iniziò a dire che le riforme erano già state fatte, che con la perestrojka c’era quindi piena compatibilità. In verità vigeva da anni il dogma della stagnazione. La perestrojka, alla fine, generò a Est la tempesta perfetta. L’Urss allentò la morsa sui paesi satelliti, facendoli barcollare paurosamente e creando una situazione assurda. Da una parte Honecker e gli altri criticavano le aperture di Gorbaciov, ma dall’altra governavano stati tenuti in vita, nel secondo Novecento, grazie al cordone ombelicale con Mosca. Tutto questo non poteva risolversi se non con una crisi di sistema.

Arrivò, puntuale, anche in virtù di uno scenario economico pessimo. Da tempo gli indici di sviluppo avevano preso a flettere verso il basso e tutti i paesi satelliti erano fortemente indebitati, con la sola eccezione della Romania, dove Ceausescu era riuscito a tagliare il debito, riducendo però allo stremo la gente. È logico che la politica di Gorbaciov, le sue aperture ai principi dell’economia di mercato, l’alleggerimento del confronto con l’Occidente (nel 1989 l’Urss si ritirò tra l’altro dall’Afghanistan), lasciarono i paesi dell’Est esposti, vulnerabili. Ma non fu il solo quadro economico e internazionale a decretare la caduta dei regimi dell’Est.

In quei paesi la perestrojka sospinse il dissenso, portandolo a fare infine massa critica. In Polonia, nel 1988, si tornò a protestare. Come ai tempi di Solidarnosc. Il partito capì che era finita, convocando i negoziati sulla transizione. In Ungheria, nello stesso anno, l’opposizione si costituì formalmente in movimento. I riformisti assunsero il controllo del partito comunista, si sbarazzarono di Janos Kadar, aprirono alla transizione seguendo il modello polacco e riabilitarono Imre Nagy, il protagonista sfortunato della rivoluzione del 1956.

Al contrario, nella Germania est e in Cecoslovacchia il partito resistette al cambiamento. I cittadini si armarono di coraggio e scesero nelle strade a manifestare. «La pressione popolare è un fattore decisivo del 1989, ma troppo spesso sottovalutato. Il collasso dell’Est si deve anche a quelle rivolte, pacifiche e anticomuniste», afferma Strada.

Il 1989 fu in un certo senso l’anticamera del 1991: l’anno in cui l’Unione sovietica cessò di esistere. Anche in questo caso l’elemento popolare fu importante, secondo Strada. «L’opposizione, a differenza di quella dei paesi dell’Est, non era organizzata. Non scendeva in piazza. Era passiva, non faceva rumore. Eppure era evidente che la sfiducia verso il sistema era ormai universale».

La riprova fu il golpe dell’agosto del 1991. Non si sparò, non si impose la legge marziale e Boris Eltsin predicò contro i golpisti dopo essersi issato su un blindato dell’esercito, che fino a prova contraria rispondeva proprio ai golpisti. I quali capirono, con ogni probabilità, che nessuno avrebbe sostenuto l’operazione. I cittadini sovietici, chissà da quanto tempo, non credevano più nel comunismo. E forse neanche gli stessi golpisti.

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