Cultura STAMPA

Venezia muore se perde la memoria di sé. Il libro-denuncia di Settis

Grande merito del saggio è il tentativo – speriamo non soltanto tentativo – di far capire, a veneziani e non, che Venezia, in un Paese ricchissimo di città d’arte, costituisce un “unicum”
Venezia muore se perde la memoria di sé. Il libro-denuncia di Settis

Sembra forse riduttivo definire pamphlet il Se Venezia muore (Einaudi, 11 euro) di Salvatore Settis. Certamente la dimensione è agile, lo sfogo è polemico. Tuttavia la brevità – 154 pagine non sono poi così poche – condensa una vastissima, direi eccezionale, cultura, non solo relativa a Venezia, un bagaglio di prove e un appassionato amore per l’architettura d’arte. Certo, Venezia può, anzi deve essere considerata una situazione a sé stante, per la sua fisicità, oltre che per la sua storia, e – purtroppo – per la sua attuale condizione.

Citando e ricordando, anzi facendo ricordare ai lettori, situazioni storiche di tempi antichi o comunque passati, Settis fa capire come gli abitanti che perdono la memoria di se stessi, diventano nemici della propria città.

È quello che a Venezia sta succedendo, sia a livello di amministrazioni poco attente (vogliamo essere generosi?) sia relativamente ai veneziani stessi.

Nell’autunno del 2012, all’Ateneo Veneto Salvatore Settis, in una sala affollatissima, tenne una magistrale lezione sull’impoverimento della città. Si rifà ora a quella lezione, allargando i confini del suo messaggio fino a comprendere Cartagine e Atene.

Molto da imparare, anche per noi veneziani, da questa opera: l’autore cita molti dati concreti di cui i cittadini erano e sono all’oscuro. Gli anni dello spopolamento, i cosiddetti restauri – Fontego dei Tedeschi… – la commercializzazione della cultura, argomento già trattato dal Settis a proposito delle “grandi mostre”. Se vogliamo fare un piccolo, ma non tanto piccolo esempio, tutta o quasi Calle Vallaresso, nel cuore della città è ormai proprietà Benetton, che ha rapinato ai veneziani lo storico Teatro del Ridotto – non grande, ma sempre affollato, ospitante spettacoli di pregio – per farne la sala per conviviali dell’Albergo Monaco.

SettisLe cause: l’età avanzata dei residenti, la difficoltà di edifici senza ascensore, i prezzi altissimi degli immobili – che pertanto vengono acquistati da non residenti che a Venezia soggiornano, anzi pernottano pochi giorni all’anno. E, naturalmente i veneziani, che in nome di quello che definiscono “bisogno” danno in locazione appartamenti o più spesso negozi non ad altri veneziani che non potrebbero sostenere canoni impossibili, ma a stranieri, di paesi lontani, i quali, chissà come, giungendo a Venezia – e anche in altre città – per la povertà di origine, qua sono in grado di rifiorire e di sborsare cifre da capogiro.

Grande merito nel libro di Settis è il tentativo – speriamo non soltanto tentativo – di far capire, a veneziani e non, che Venezia, in un paese ricchissimo di città d’arte, costituisce un unicum. Si dirà: nel bene e nel male, ma così è; circondata dall’acqua, praticabile esclusivamente a piedi, se non in barca o in mezzi pubblici acquei, dotata di opere d’arte in ogni dove, – anche perché in realtà, se si considera centro l’area marciana, Venezia è un unico centro.

Il turismo, anzi il cosiddetto “turismo di massa”, che porta nella città numeri enormi di persone, che non la capiscono e, in fondo non la amano. Dalle grandi navi di crociera sbarcano la mattina, sostano fino alla metà del pomeriggio – con visita, ovviamente a Piazza San Marco – e ripartono. Così altri foltissimi gruppi di “turisti”. È capitato a chi scrive di sentirsi chiedere da una coppietta: “abbiamo visto San Marco… c’è qualcosa d’altro?”

Nel 2008 Guido Moltedo, citato nel libro di Settis, ha pubblicato un agile volume intitolato Welcome to Venice e – penso provocatoriamente – aveva, ancora all’Ateneo Veneto, ipotizzato la costruzione, in Oriente soprattutto, di alcune, o molte Venezie, per far sì che i cittadini di quei paesi, felici nel vedere Venezia là riprodotta, evitassero di riversarsi da noi.

Salvatore Settis, al contrario pare supponga che l’esistenza di altre Venezie possa attrarre le persone a vedere l’originale. Chissà!

Minuscolo appunto, del tutto personale sul titolo dei due libri: perché in inglese quello di Moltedo (non è meglio “benvenuti a Venezia”?); perché citare la morte della città in quello di Settis, quando la morte di Venezia è ormai da tempo citata dai più grandi, Mann in testa. Ma sono dettagli.
Alcuni in città hanno voluto constatare che Settis – in fondo – non propone nulla di concreto. Ma è un errore: compito di uno storico è la diagnosi, non la prognosi e tantomeno la cura. Spetta a chi in futuro amministrerà la città e forse soprattutto ai suoi cittadini curare Venezia. Succederà? Forse, speriamo.

TAG: