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Cosa succede in Catalogna dopo il referendum

L'analisi del voto mostra un buon successo della consultazione, anche se i votanti non hanno superato di molto la platea degli elettori dei partiti referendari. Da Madrid, intanto, i grandi partiti non sembrano in grado di rispondere alla richiesta di cambiamento
Cosa succede in Catalogna dopo il referendum

La consultazione catalana di domenica ha segnato un successo per gli indipendentisti. Oltre 2,3 milioni di persone si sono recate alle urne e circa l’80 per cento ha detto sì a entrambe le domande, se si volesse che la Catalogna fosse uno stato e se si volesse che questo stato fosse indipendente.
La giornata giunge a compimento di un periodo difficile, nel quale i partiti catalani hanno centrato l’agenda sulla questione e l’Assemblea nazionale catalana (Anc), l’associazione che ha promosso le ultime diadas dell’11 settembre, in Catalogna una sorta di festa nazionale, ha profuso immensi sforzi, coordinando il lavoro di migliaia di volontari.

Un percorso che ha sfiorato un duro e pericoloso conflitto istituzionale, le cui possibili sequele sono ancora in atto, ma il cui compimento può essere salutato con sollievo. È stato un voto non legale – senza norme per la campagna elettorale, continuata anche durante le operazione di voto, senza una base elettorale certa e con organismi di controllo gestiti dagli stessi promotori e quindi non indipendenti né di garanzia – ma un atto partecipativo che chiude un ciclo e permette un’analisi politica e alcune considerazioni.

Al voto gli elettori dei partiti pro-referendum
Le operazioni di voto si sono tenute tranquillamente e hanno sancito la mobilitazione della società catalana e l’espressione di una volontà diffusa, anche se non è possibile definirla con certezza come maggioritaria.

La consultazione non aveva valore legale, essendo stata respinta dal Tribunale costituzionale, e le istituzioni catalane si sono appoggiate sulle liste di residenti nella regione. Gli aventi diritto al voto, cioè i cittadini con documento spagnolo residenti in Catalogna, compresi i sedicenni e gli stranieri residenti da almeno tre anni, ammontavano dunque al poco più di 6,2 milioni di votanti, inclusi i circa 900mila residenti all’estero. I votanti – 2,3 milioni di elettori – sono dunque il 37,02 per cento degli aventi diritto. Le cifre non sono ancora definitive (devono pervenire tutti i voti dei residenti all’estero e alcuni seggi restano aperti fino al 25 novembre) ma non si dovrebbero discostare troppo.

Un primo dato è che i partecipanti al voto equivalgono grosso modo al numero dei votanti dei partiti che appoggiavano la consultazione – Convergencia i Unió, Esquerra Republicana de Catalunya, Iniciativa per Catalunya Verds e Candidatura d’Unitat Popular – che alle ultime elezioni catalane ottennero 2,15 milioni di voti. Dei votanti, l’80,7 per cento (circa 1,8 milioni) vogliono uno stato catalano indipendente, mentre il 10 per cento (232mila) vuole lo stato ma non l’indipendenza dalla Spagna. Il 4,54 per cento (poco più di 104mila persone) ha risposto no a entrambi i quesiti.

Il dissenso nelle urne
Sommando tutto, anche bianche, nulle e schede non ritirate, risulta che, pur trattandosi di una consultazione “militante”, circa 500 mila persone abbiano scelto posizioni differenti o contrarie rispetto al doppio sì.

La distribuzione del voto riporta un risultato netto ma non omogeneo. Senza entrare nei particolari, segnaliamo come l’affluenza sia stata molto bassa in numerose circoscrizioni, dove minore è stato anche il numero dei voti favorevoli, tre delle quali riferibili all’area urbana di Barcellona, che comunque, da sola, non ha superato il 50 per cento degli “aventi diritto”.

Questi pochi dati descrivono, allo stesso tempo, un grande successo politico e di mobilitazione che, seppur maggiore alle aspettative, non assicurerebbe la vittoria nel caso che una consultazione, reale e decisiva, si dovesse tenere sul serio.

Nazionalismo, populismo e Podemos
Il voto di domenica è l’ennesimo avviso alla politica e alle élite iberiche dell’avanzare della crisi della democrazia spagnola. I catalani hanno proiettato nel disegno nazionalista quel progetto che il paese e la politica non riescono più a proporre. Il calo della fiducia nelle istituzioni nazionali ed europee trova qui un catalizzatore che altrove non c’è, o prende le fattezze di Podemos, la lista di sinistra che sta diventando nei sondaggi il primo partito per intenzione di voto. Uno schieramento che ha scelto di presentarsi come partito e non come movimento, pur partendo da posizioni di rifiuto verso la “casta”, e che rappresenta la richiesta di una partecipazione più attiva e ascoltata all’interno del sistema della democrazia delegata.

In questo si può vedere con favore il fatto che la crisi dei partiti non ha (ancora?) sviluppato risposte antipolitiche di tipo grillino o lepenista. Per quanto alcuni paventino rischi di populismo chavista, Podemos, pur tra limiti e contraddizioni, non ha preso per ora quella strada.

L’indipendenza continuerà a dominare l’agenda politica
Favorevoli e contrari alla celebrazione dovrebbero comunque salutare il fatto che la tensione accumulata attorno al referendum ha finalmente trovato il suo compimento. Il campo può essere sgomberato da alibi e fumose rappresentazioni, come il “diritto a decidere”. Ma la discussione non può restare confinata nel ristretto ambito catalano. Occorre che si rimettano le mani sull’edificio spagnolo, serve una nuova architettura per un sistema in affanno, del quale la questione territoriale è uno dei sintomi più gravi ma, appunto, sintomo di un male più profondo.

È evidente l’intenzione di Artur Mas, il presidente catalano e leader di CiU, di andare alle prossime regionali facendo della consultazione un altro voto sull’indipendenza, anche per le continue inchieste per corruzione che stanno svelando il sistema di potere del suo partito negli ultimi vent’anni. Come pure che quella che si consumerà effettivamente è la battaglia di Erc per divenire il primo partito della regione. Chi paventa un voto plebiscitario sull’indipendenza però dovrà fare i conti con un quadro politico ancora più frastagliato, con l’irruzione di Podemos che leva voti a tutte la sinistre e propone anche una visione meno centrata sulla questione nazionale. E resta da capire che succederà di un partito socialista catalano in caduta libera, diviso tra nazionalisti e componente contraria a rompere il patto di convivenza.

Madrid però non ci sente
Mariano Rajoy, capo del governo e segretario del Pp, si mantiene in equilibrio tra gli strepiti del nazionalismo centralista castigliano, ben saldo nel suo partito, e la volontà di proporsi come un premier moderato e difensore della Costituzione, restando – come sempre – il più possibile immobile.

Il Psoe non riesce a consolidarsi e costruire un’agenda politica col suo giovane leader, mentre solo la capacità di riprendere il centro della scena permetterebbe di proporre un percorso di riforme complessive che affronti anche, in senso federalista, la frammentazione territoriale del paese. Il re subisce l’avanzare dell’inchiesta che coinvolge la sorella, adesso rinviata a giudizio, e non riesce a prendere iniziative per affrancarsi dal discredito complessivo della Casa reale.

Si può dire che gli spagnoli – resi forti da decenni di esperienza di associazionismo civico – attendano ancora qualcuno che ascolti e proponga vie d’uscite democratiche, non cedendo alle sirene populiste. In fondo anche le richieste nazionaliste, pur andando verso la lacerazione del paese, segnalano la domanda di un progetto per il futuro che nessuno sembra avere.

Le classi dirigenti, alla loro prova più dura in democrazia, appaiono incapaci di produrre una visione generale adeguata alla crisi. Stringersi attorno a una bandiera rappresenta una domanda di progetto che non può restare inascoltata ma che deve essere interpretata e alla quale dare risposte. Mentre le inchieste sulla corruzione ridisegnano la storia recente del paese, l’Europa appare matrigna e la sfiducia dei cittadini cresce, viene da chiedersi quanto possa resistere ancora il vecchio edificio della giovane democrazia spagnola.

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