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Renzi cambia il Jobs Act e spiazza la sinistra. Ma Sacconi si inalbera

La delega dovrebbe essere votata dall'aula della camera entro il 26 novembre mentre la stabilità approderà il 27. Damiano: «Sono molto soddisfatto le modifiche vengono incontro a quanto avevo ripetutamente sollecitato». Ma Sacconi non ci sta e chiede un vertice di maggioranza.
Renzi cambia il Jobs Act e spiazza la sinistra. Ma Sacconi si inalbera

Accordo raggiunto sul Jobs Act al punto che si sblocca l’iter in commissione Lavoro della camera dove il testo sarà modificato e integrato con l’ordine del giorno della direzione del Pd. La delega a questo punto è pronta a volare verso l’aula della camera dove approderà prima della legge di stabilità per il voto finale su cui il governo porrà probabilmente la questione di fiducia.

A sbloccare la situazione ci ha pensato una riunione a quattro questa mattina tra il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, il responsabile economico del Pd Filippo Taddei e il capogruppo del Pd Roberto Speranza nel corso della quale si è raggiunto un accordo di mediazione tanto che sarà inserito nella delega l’ordine del giorno della direzione del partito antecedente il via libera dell’aula del senato. In serata il premier Renzi ha commentato che quello che sta emergendo nella mediazione sul Jobs act «è tutto quello che è stato deciso nella direzione del Pd» e ha annunciato che il primo gennaio «entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro. È un grandissimo passo in avanti».

La legge di stabilità approderà in aula della camera con tre giorni di ritardo, dunque, non più il 24 novembre ma il 27 novembre al fine di consentire il voto sul Jobs Act entro il 26 novembre come deciso dalla conferenza dei capigruppo. In questa sede si è registrato un duro scontro tra maggioranza e opposizione che non ci sta a ratificare che un collegato come il Jobs Act possa essere approvato prima della manovra, sebbene sia previsto dai regolamenti. Dunque all’aula sarà proposto, visto che non c’è stata unanimità nella conferenza dei capigruppo, l’approdo del Jobs Act nell’emiciclo per venerdì 21 novembre quando partirà l’esame delle pregiudizionali in vista del voto finale del 26 novembre.

Il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha accolto questo risultato «con grande soddisfazione» perché le modifiche che sono state concordate «vengono incontro a quanto avevo ripetutamente sollecitato. Oltre tutto questa è una valorizzazione del lavoro parlamentare». Per il ministro del lavoro Giuliano Poletti «la definizione, da parte del gruppo Pd della commissione Lavoro della camera, delle posizioni che saranno sostenute sugli emendamenti rende certa l’approvazione del provvedimento nei tempi richiesti dal governo e ne conferma i contenuti».

Soddisfatto il presidente del gruppo del Pd alla camera, Roberto Speranza: «Il parlamento non è un passacarte e abbiamo dimostrato che incide». Dopo che anche stamattina diversi esponenti della minoranza Pd hanno annunciato che non avrebbero votato la fiducia su una delega in bianco, il governo ha rotto gli indugi trovando l’intesa sul testo di mediazione scaturito dalla direzione dem che, inglobato nel Jobs Act e votato in fretta dalla camera, comporterà una terza lettura della delega in senato.

Anche l’ex viceministro all’economia Stefano Fassina, che pure in mattinata si era dichiarato contrario a votare una fiducia in bianco, in serata ha parlato di «un cambio di rotta normale, hanno capito che una parte significativa del Pd non avrebbe condiviso la scelta» di una fiducia su una delega in bianco. Per Fassina «oggi si è riconosciuto il protagonismo del parlamento, il governo ha preso atto che il parlamento deve avere un ruolo quando si dà una delega e si è riconosciuto che la commissione farà degli emendamenti».

Se la temperatura nel Pd si abbassa sul Jobs Act, nel governo invece si alza perché il presidente della commissione Lavoro del senato nonché relatore del provvedimento Maurizio Sacconi (Ncd) ha battuto i pugni sul tavolo chiedendo un vertice di maggioranza per discutere  «eventuali modifiche alla delega». «Il Pd non ha ancora la maggioranza assoluta nelle due camere, nelle quali peraltro non è ancora stato superato il sistema paritario». Insomma se Sacconi avverte che se non sarà vera riforma Ncd non voterà, immediata arriva la risposta del ministro Maria Elena Boschi a Ncd: «Non servono nuovi vertici di maggioranza».

In ogni caso i tempi dell’iter del provvedimento alla camera non sono una variabile indifferente: infatti se ieri è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti alla delega in commissione, oggi ci sarà l’ammissibilità e l’indicazione dei selezionati. Una capigruppo convocata nel pomeriggio alla camera  ha stabilito una diversa calendarizzazione nell’aula della camera del Jobs Act rispetto alla legge di stabilità.

Come peraltro annunciato ieri da Europa, l’approdo in aula del Jobs Act arriverà prima della stabillità così che la delega lavoro potrebbe essere approvata già per il 26 con voto di fiducia e dopo un breve passaggio in senato per il via libera definitivo il governo avrebbe il tempo per mettere a punto i decreti attuativi nel mese di dicembre così da rendere implementabile la riforma del mercato del lavoro già dal primo gennaio del prossimo anno. Al riguardo il sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio ha spiegato che si sta già lavorando ai decreti attuativi perché «vogliamo essere pronti per tempo. Per noi è importante che siano pronti entro inizio anno per chi vuole assumere».

Dunque nella delega troveranno posto sia il reintegro per i licenziamenti disciplinari e discriminatori (anche se l’elenco arriverà con i decreti delegati), sia modifiche al disboscamento dei contratti che al lavoro a distanza che alle cure parentali. Soddisfatto anche il presidente del Pd Matteo Orfini «c’è un accordo larghissimo» ora «si stanno definendo i dettagli» ma «il punto politico è l’articolo 18».

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  • Fiordiamaranto

    Le bambolette russe una dentro l’altra. Renzo tra l’incudine e il martello, non si arriva mai a realizzare in modo appropriato in un assetto cosi’ complicato. La minorenza del PD cerca l’indipendenza parlamentare come se fosse un partito a parte, entrato in parlamento con molto meno della soglia prevista, pero’. Mi ricordano certi parassiti. Sarebbero dovuti passare nel Sel o nel M5S se erano in effetti i puri e i duri della Sinistra ma come sempre fanno i giochini sporchi che disturbano qualsiasi Italiano di buon senso. Mi domando perche’ Bersani si e’ dimesso? Sapeva che non saremmo potuti andare alle elezioni subito senza le riforme. Napoletano come Presidente gli sarebbe dovuto andar bene tanto quanto Prodi. Ha preferito far fare il lavoro sporco a Letta in coalizione con Berlusconi e dopo di questo inevitabilmente la consegna e’ passata a Renzi in coalizione con il NCD. I puri e duri del PD devono prendere la responsabilita’ del fallimento del PD di Bersani e, che il PD e’ in coalizione con NCD e SS non e’ solo al Governo. Ma a loro sembra che basti solo campare. Mediocri!