Teledipendente STAMPA

TeleMilano58, Canale 5 prima che diventasse Canale 5

Vhs, nastri, dischi, l’iniziativa di "Link" getta una luce sul potenziale nascosto nei meandri dei magazzini Mediaset. Gli archivi televisivi sono un patrimonio culturale da rendere accessibile a tutti per studio
TeleMilano58, Canale 5 prima che diventasse Canale 5
Barbara D'Urso e Claudio Lippi

«Ci voleva Berlusconi!». Così mercoledì sera Carlo Freccero ha introdotto la serata dedicata a TeleMilano58. E cioè a Canale 5 prima che diventasse Canale 5: quello era il nome della rete via cavo nata per gli abitanti di Milano 2 e poi diffusasi su tutto il territorio italiano grazie alla volontà, l’immaginazione, l’impegno di Silvio Berlusconi. Quello vero, si direbbe, non quello «che perde tempo dietro i politici» ha continuato Freccero. Quello che decideva tutto lui, controllava persino le scenografie, intuiva chi chiamare nella sua squadra.

E c’è anche un po’ di invidia, lo dichiariamo, verso chi si è ritrovato nel mezzo di un’impresa come è stata quella delle tv privata. Un vortice che tirava dentro molti, adesso invece tutto appare così faticoso. La serata si è svolta alla mediateca di Santa Teresa di Milano, motivo l’ultimo numero della rivista Link, dedicato appunto a TeleMilano58. In allegato anche il dvd di un minidocumentario realizzato grazie a materiale conservato nell’archivio del Biscione e lì dimenticato, almeno fino adesso.

Ecco Barbara D’Urso prima del Carmelita Smack. Ecco Mike strappato alla Rai che traghetta il vecchio pubblico verso il nuovo. Ecco anche un giovane Cecchetto, ospite anche lui della serata, pronto a ricordare quando giovanissimo venne arruolato per raccontare i giovani. E pensare che oggi dobbiamo tenerci Vauro e Santoro per poterci sorbire un po’ di falsi giovani a Announo. Completava il panel dei convocati, coordinati dal direttore di Link, Fabio Guarnaccia, Aldo Grasso.

La novità linguistica di quella tv, così lontana dal canone Rai, e spesso perciò baraccona, folle, non professionale, fu la sua fortuna, ha spiegato Grasso. Proprio perché non si trattativa di rompere solo un monopolio di frequenze ma anche un monopolio linguistico e di immaginario.

L’iniziativa di Link getta anche una luce sul potenziale nascosto nei meandri di Mediaset. Perché là, sotto la polvere, giacciono di sicuro vhs, nastri, dischi con materiale preziosissimo, sul quale smaniosi studiosi vorrebbero mettere le mani e sul quale avveduti autori potrebbero costruire interi programmi e forse canali. Come fa la Rai, dovrebbe fare Mediaset. E proprio nel luogo dell’evento di mercoledì, la mediateca di Santa Teresa, è possibile visionare l’archivio Rai. È un posto che conosciamo bene, per studio e per lavoro. Negli archivi è bello perdersi, vagare, fare zapping. Salvo che non sempre si può, soprattutto se si hanno delle scadenze da rispettare.

Gli archivi Rai e Mediaset, e un domani anche Sky (anzi, forse già adesso), sono un patrimonio culturale da rendere accessibile a tutti per studio. Per ricostruire la nostra Storia. Perché c’è tutto: la cronaca ma anche la cultura popolare, i fatti ma anche l’aria dei tempi. E pensare che, volessimo fare la stessa cosa a Milano ma con un altro patrimonio ineludibile, la stampa degli ultimi anni, sarebbe molto difficile. Perché qualcosa è rimasto in Sormani, mentre in Braidense tutto cioè che è catalogato come giornale e periodico è – pare – stato messo in magazzino. Così è stata resa molto ardua la consultazione. La cultura non è solo quella classica. Rinchiudere la memoria popolare (video, audio, testo) in remote segrete non fa bene a nessuno.

TAG:
  • Giovanni Pignataro

    “La novità linguistica di quella tv, così lontana dal canone Rai, e spesso perciò baraccona, folle, non professionale, fu la sua fortuna, ha spiegato Grasso. Proprio perché non si trattativa di rompere solo un monopolio di frequenze ma anche un monopolio linguistico e di immaginario.”
    Negli anni però la cultura è diventata praticamente un optional, e questo modello è stato seguito da certi editori ignoranti che hanno affidato a gente più ignorante di loro dei programmi (l’importante che portino gli sponsor), elevandoli a Oprah Winfrey de noantri.