Leopolda STAMPA

Alle amministrative “l’effetto Renzi” non esiste

Orfani dell'analisi della sconfitta, ci siamo inventati quella dell'astensione. Ma le elezioni regionali non erano un test sul governo
Alle amministrative "l'effetto Renzi" non esiste

Una delle innumerevoli colpe che si porta appresso l’elezione di Renzi a segretario del Pd è quella di aver privato il popolo del centrosinistra di esercitarsi nella materia in cui più era ferrato: l’analisi della sconfitta.

Orfani, dunque, dell’analisi della sconfitta, ci siamo inventati l’analisi dell’astensione. Sia mai che si possa festeggiare una vittoria. Evidentemente non ci siamo abituati, ma se la si vuole analizzare (e la si deve analizzare), occorre farlo con cognizione di causa, serietà e possibilmente scevri dai rancori e i sentimenti revanscisti che una più che minoritaria ma più che rumorosa parte del Pd si porta dietro dall’8 dicembre 2013.

È da ieri sera che leggo e sento analisi più o meno campate in aria sui motivi del forte astensionismo ma tutti hanno un unico e preciso filo conduttore: è colpa di Renzi. E fino a che queste analisi arrivano fuori dal Pd non c’è niente di male. Gli altri tirano l’acqua al loro mulino. Ma quando arrivano da dentro il Pd mi risultano del tutto incomprensibili.

Leggo che questo è stato un test importante per il governo, leggo che questo è un chiaro messaggio a Renzi e alle politiche del governo, leggo che è la sinistra che non si sente più rappresentata e quindi non vota più il Pd.

Ora, io mi chiedo: con quale onestà intellettuale si può parlare di test per il governo un turno suppletivo di regionali con due sole regioni arrivate al voto perché travolte da scandali (in Emilia-Romagna tutti i gruppi, tutti!)? Come fanno, gli stessi che alle europee si sono precipitati a dire che il risultato delle europee non c’entrava niente con l’azione del governo, a sostenere oggi che il risultato elettorale, con astensionismo annesso, è diretta conseguenza dell’azione del governo? Come fanno a dire che l’astensione è dovuta alla sinistra che non si sente più rappresentata dal Pd?
Eppure sia in Emilia Romagna che in Calabria correvano anche forse della “vera sinistra vera” e non mi pare che abbiano mietuto successi invidiabili.

La verità è molto più semplice e ma non per questo necessita di soluzioni semplici.
Ci siamo chiesti come vengono percepite le regione dai cittadini italiani? Abbiamo provato a digitare su google le parole “scandalo fondi regionali”? Solo chi vive in un mondo parallelo o chi è in malafede si poteva aspettare le file fuori ai seggi.

Il centro nodale del discorso però è: esiste un effetto Renzi quando si tratta di amministrative (comunali e regionali che siano)? A mio modesto parere no. Questo fantomatico effetto Renzi è più una trovata mediatica che un dato di fatto, effetto inesistente goffamente rilanciato da qualche renziano esaltato il giorno dopo le ultime amministrative.

La prova provata dell’inesistenza di questo effetto l’abbiamo avuta alle scorse amministrative quando nello stesso momento, nella stessa cabina elettorale, lo stesso elettore votò per il Pd alle europee e contro il Pd alle amministrative in molte parti d’Italia.

Se poi vogliamo impuntarci nel dare la colpa al segretario di turno dei fallimenti per le elezioni locali allora bisognerebbe andare fino in fondo al ragionamento e chiedersi: che senso ha tenere aperti i circoli, le federazioni e i regionali del Pd se poi tutto dipende dal segretario nazionale?
Facendo pure finta che lo statuto nazionale del Pd è uno statuto fortemente federale e lascia sostanzialmente mano libera ai regionali in materia di linea politica sui territori e sulle scelte delle candidature.

Inoltre, dare la colpa al Nazionale a mio modesto parere è non solo sbagliato ma anche autoassolutorio e ingeneroso.

Che è sbagliato l’ho già spiegato. Autoassolutorio perché mette al riparo la classe dirigente locale (magari la stessa da decenni) da una approfondita analisi sugli errori commessi per poi poter ripartire con delle soluzioni serie e necessarie. Ingeneroso nei confronti dei candidati locali che ci mettono la loro faccia, la loro competenza e la loro storia. Ingeneroso nei confronti di tutti quei militanti, iscritti ed elettori che a ogni elezione amministrativa si fanno in quattro per i propri candidati e per vedere vittoriose le nostre liste. Ed è ancora più ingeneroso se questa lettura arriva da chi fa del partito solido, radicato e forte delle sue radici, il suo cavallo di battaglia. Perché non è che possiamo dare la colpa al nazionale quando si perde e il merito al locale quando si vince. Sarebbe, come dire, un filino ipocrita. No?

Fino a quando il centrosinistra italiano non diventerà consapevole che il voto ideologico e familiare non esiste più, a nessun livello, andremo poco lontano. E soprattutto, ormai, sono decenni che a livello locale l’elettorato, ben lungi dall’essere popolo bue, sceglie per chi votare in base alle persone e ai programmi che vengono messi in campo, tenendo ben presente la storia recente e passata della parte politica che si candida a governare.

Poi, senza infingimenti e tanti giri di parole: il problema della partecipazione politica e della non partecipazione elettorale è un problema serio e va affrontato al più presto ma non certo con questo pressappochismo e con le ricette astiose degli irriducibili giapponesi che non aspettano altro che un passo falso del nazionale per riaprire i termini del congresso e rimetterne in discussione l’esito. No, non funziona così in un partito che si chiama democratico. Il congresso ci sarà nel 2018, possiamo fare i seri e andare oltre?

Qui se c’è qualcosa che ha fallito è stato proprio il partito duale nato sotto la segreteria di Bersani: il nazionale lo scelgono gli iscritti e gli elettori, i livelli locali solo gli iscritti e col dubbio metodo delle convenzioni. E siccome in agenda abbiamo anche la revisione della forma partito mi piacerebbe che si parlasse anche di questo: le convenzioni hanno fallito, aboliamole e torniamo alle primarie anche per la scelte dei segretari locali e territoriali e magari quel grandissimo capitale rappresentato dal popolo delle primarie coinvolgiamolo di più e meglio nelle scelte locali invece di chiamarlo solo quando c’è da votare per Tizio o per Caio. Proprio come proposero Salvatore Margiotta e Stefano Scaramelli a una delle ultime direzioni nazionali.

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  • Sil Bi

    Facendo una sintesi dell’articolo, i contenuti sono i seguenti: (1) fare osservazioni sull’ingente numero di voti persi dal Pd dalle elezioni europee di maggio a ieri è lesa maestà verso il Segretario; (2) siccome la “sinistra vera vera” non ha “mietuto successi invidiabili”, significa che i voti persi dal Pd non sono quelli di elettori di sinistra che hanno voluto manifestare un disagio verso le scelte politiche del partito; (3) l’astensionismo è dovuto agli scandali nelle regioni; (4) la responsabilità delle elezioni locali è solo delle federazioni locali del partito, il Segretario nazionale non c’entra niente.

    Dico la mia: nel panorama di sfiducia generale che ha ridotto la partecipazione al voto, penalizzando un po’ tutti i partiti (FI e M5S in particolare), il Pd ha subìto la stessa sorte. Chi in Emilia Romagna a maggio ha colto l’occasione elettorale per manifestare al Pd il proprio appoggio (“segnale” certamente colto e, anzi, continuamente rivendicato da Renzi), ieri ha rinunciato a farlo. Senza cambiare voto, ma negadolo: un primo segnale di disaffezione, non ancora radicale, ma che secondo me sarebbe miope non raccogliere

    • Barone Barolo

      L’essenziale Sil Bi è non utilizzare l’astensionismo come una clava. Che sul dato emiliano-romagnolo abbiano pesato le questioni locali è cosa evidente a tutti.

    • Dario Ballini

      Come al solito fai finta di non capire.
      Chi fa il paragone fra due tipologie di elezione differenti non compie un reato di lesa maestà: semplicemente viene bocciato al primo esame di scienze politiche. Ma anche alle elementari coi problemi ci insegnano che pere e mele non si sommano e si sottraggono. (te la rendo più terra terra). Ma se ti sei precipitato a dire chili buon risultato alle europee non dipende dall’azione del governo è quanto meno opinabile sostenere che l’astensionismo sia dovuto all’azione del governo. Non è reato. è solo ipocrisia. 2) l’alternativa a sinistra c’era quindi è indubbio che qualcuno ha preferito rimanere a casa piuttosto che scegliere altri partiti di sinistra 3) l’astensionismo è dovuto anche e soprattutto agli scandali che hanno travolto le regioni e non puoi fare finta che non c’azzecchino nulla. Era un turno suppletivo per 2 regioni travolte da scandali. 4) si: quando si perde a livello locale è troppo comodo dare la colpa al nazionale (e magari invece osannare i candidati amici nostri quando vincono come vittoria del partito locale). Sempre come prima: ipocrisia. Dare valore nazionale alle consultazioni locali era usanza berlusconiana ma solo quando le vinceva. Ora invece è usanza degli antirenziani ma solo quando si perde o quando si vince “in retromarcia”. E meno male che i berlusconiani eravamo noi.

  • Antonio Moro

    La causa sarà questa o quella, ma l’effetto è che pochi vanno a votare. Forse perché gli attori cambiano, ma il film è sempre quello.

  • HB

    “l’elettorato sceglie per chi votare in base alle persone e ai programmi che vengono messi in campo, tenendo ben presente la storia recente e passata della parte politica che si candida a governare.”

    ma quindi allora gli emiliani e i romagnoli, in grande maggioranza (63% di astenuti), hanno bocciato la candidatura locale di colui che ha organizzato la campagna di Renzi alle primarie 2013?

  • campanellina88@hotmail.it

    l’Emilia è una regione molto presente, se tanta gente si è astenuta è anche perché non gradisce le scelte e il comportamento del governo. Magari essere meno logorroici farebbe bene.

  • campanellina88@hotmail.it

    Renzi non lo ha eletto nessuno. Le europee non c’entrano, non sono elezioni nazionali, gli italiani fanno presto a cambiare la realtà.