Odiens STAMPA

Quando il talk, politico e non, comanda

Non resta che attendere l’arrivo delle riforme per verificare se la politica sta arrivando in soccorso a conduttori e format che se ne occupano

Aspettavamo la controprova del Bersaglio Mobile allestito ieri sera nell’usuale monolocale da Enrico Mentana con Matteo Renzi, lo schernente Travaglio e lo smagato Marco Damilano, ed è arrivato un sonante 5,53% di share. Certo, qui agiva l’“effetto Renzi”, ovvero quel di più di telecomandi che il premier sa attirare su di sé.

Però già il giorno precedente avevamo notato che la somma dello pseudo Ballarò con Giannini e del Ballarò di Floris soprannominato Dimartedì, si era avvicinato al risultato del solingo Ballarò dell’anno passato, prima che Floris migrasse a La7. Stavolta la somma fa il 12,5% equamente spartito (7,2% a Rai3, che ha meno interruzioni pubblicitarie di cui soffrire, 5,3% per La7).

E così non possiamo non constatare che ai talk show, basta che gli dai qualcosa di cui parlare e subito gli passa la depressione dell’audience. Perché stavolta il piatto era forte davvero: la retata antimafie a Roma – dopo quelle anti ndrangheta in Lombardia – ovvero degli ambienti criminali consustanziali a partiti, preferenze, assessorati, appalti, cresta sull’assistenza e consueti giubili degli amici con gli amici.

Tanto più, e qui da parlare ce n’era a iosa, perché i media sono stati beccati in contropiede nella loro campagna contro il “marziano” Marino, quello dal pessimo carattere, che non sa rapportarsi alla politica locale etc. etc (accuse che ora si trasformano in medaglie). Per non dire del velo sinistro che si posa sulla insistenza di tanti – partiti interi, minoranze di partiti etc – per avere le preferenze (cioè i voti dei complici) così da rendere più “democratiche” le prossime elezioni politiche.

Questi erano i pensieri che correvano nella testa del pubblico elettivo, cioè di quei circa tre/quattro milioni di spettatori medi che gettano comunque e sempre un’occhiata più o meno fuggitiva alla politica in tv, al di là delle banalità che la inzeppano («capitale corrotta nazione infetta», «è tutto un magna magna», «sfido che la gente non vota» e via sbadigliando).

Ed ora non resta che attendere l’arrivo delle riforme del Senato e del Titolo V della Costituzione, per non parlare della legge elettorale, per constatare se davvero la politica, con il suo incrudirsi sta arrivando in soccorso a tutta la compagnia dei conduttori e dei format che se ne occupano.

Peraltro in questi giorni non è solo per i talk politici che l’auditel è tornato a sorridere. Anche quelli sociali e di servizio hanno ripreso a respirare a pieni polmoni grazie alla vicenda del bambino scomparso e ritrovato morto, con l’innesco della consueta atmosfera alla Twin Peaks (dove, ricordate?, David Lynch racconta un paese a partire dal ritrovamento di un cadavere) costruita a base di sussurrate frequentazioni del bimbo, di sospettate complicità del villaggio, di – e qui siamo ormai al luogo comune – responsabilità financo dei parenti più stretti.

Chi l’ha visto, che in questi campi ha la mano sicura, è così salito fino al vertiginoso share del 16,88%, di gran lunga il risultato più alto della serata. E già, dietro la siepe di questo risultato, ci immaginiamo palinsesti infiniti a base di Vita in diretta e Pomeriggio sul cinque intenti a compulsivamente costernarsi sui dettagli della vicenda. Del resto questa è la televisione generalista: è quella che ti immerge nel luogo comune corrente, dandogli la forma di racconto e mettendo noi nel ruolo di pubblico.

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