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Funny Girl, la commedia di secondo grado di Nick Hornby

Nel suo nuovo romanzo, edito da Guanda, lo scrittore inglese racconta la storia di una commedia televisiva – genesi, epopea e tramonto – andata in onda sulla Bbc nel cuore degli anni Sessanta
Funny Girl, la commedia di secondo grado di Nick Hornby
Barbra Streisand nel film "Funny Girl" (1968)

La vita non può essere una commedia, ma un romanzo sì. E i romanzi di Nick Hornby, di solito, sono esattamente questo: brillanti commedie su donne e uomini inglesi alle prese con l’amore, le ambizioni frustrate e le passioni debordanti, il più delle volte intenti a calpestare lo sterminato palcoscenico di Londra. Il nuovo romanzo di Hornby, Funny Girl (traduzione di Silvia Piraccini, Guanda), è una commedia di secondo grado, nel senso che racconta la storia di una commedia televisiva – genesi, epopea e tramonto – andata in onda sulla Bbc nel cuore degli anni Sessanta, mentre l’Inghilterra cominciava a farsi una ragione della necessità di depenalizzare l’omosessualità i Beatles smettevano di cantare «she loves you, yeah yeah yeah» e imparavano a scrivere capolavori.

La Swinging London tutto intorno e cinque personaggi perfettamente calati nelle proprie parti – la bella e giovane e talentuosa attrice scappata da Blackpool, il suo partner altrettanto bello e schiavo della propria vanità, i due autori inventivi e rampanti, il regista intellettuale con tanto di barba, occhiali e pipa –, Funny Girl a grandi linee funziona così. E funziona bene, perché Hornby decide di giocare a carte scoperte, scrivendo un romanzo che somiglia molto e a tratti moltissimo a un copione, fitto di dialoghi e di battute, una vicenda in cui tutti, dal primo all’ultimo, sembrano avere un senso dell’umorismo al di fuori del normale.

HornbyNon sono tutti uguali, Sophie, Clive, Bill, Tony e Dennis, beninteso, ma di sicuro parlano la stessa identica lingua. Sono una squadra, si innamorano e si mandano a quel paese ogni tre per due, ma bene o male vanno avanti per anni tenendo incollati davanti allo schermo milioni di inglesi per mezz’ora ogni giovedì sera. Poi, a un tratto, la magia svanisce, soprattutto perché la società là fuori corre veloce, e quando la velocità aumenta non tutti reagiscono allo stesso modo. C’è chi ci prende gusto e vuole accelerare ancora di più, c’è chi si adegua fidandosi ciecamente del corso delle cose, chi si tiene forte al sedile sperando di non uscirne con le ossa rotte, chi invece vorrebbe tirare il freno a mano e riportare il mondo all’andatura blanda di prima.

La protagonista, l’irresistibile bionda venuta dal Nord Sophie Straw (ma prima, su a Blackpool, guarda caso anche lei si chiamava Barbara), scopre l’incanto della grande città in cui tutto può accadere, si lascia alle spalle una vita da commessa e da concorsi di bellezza sulla spiaggia e si ritrova sul palmo della mano di un’intera nazione. La gente la riconosce, la cerca, si innamora di lei, e a lei serve solo un po’ di tempo per capire ciò che i lettori capiscono più o meno dalla cinquantesima pagina (su trecentosettanta), qualcosa che ha a che fare con chi e perché sarà l’uomo della sua vita e che di sicuro non staremo qui a svelarvi prima ancora che abbiate cominciato il libro.

Il terreno è fertile per riflettere sul senso della scrittura e sul mestiere di chi la scrittura la pratica, naturalmente, e Hornby si diverte a giocare con i tormenti dell’inquieto Bill, il più dotato ed eccentrico dei due autori, omosessuale e viveur, quello della banda che vuol correre sempre più forte, che a un certo punto scrive un romanzo che è una bomba e non si accontenta più. E poi c’è un gran rimuginare sul ruolo della televisione e dell’intrattenimento nell’evoluzione della cultura di massa. Gli intellettuali snob che ammonivano sul rischio della degenerazione cinquant’anni fa passando per bacchettoni oggi forse meritano qualche scusa, sembra lasciare intendere il cinquantasettenne scrittore londinese. Ovviamente non si tratta di far ridere o non far ridere la gente, ma il tarlo, per Hornby, deve nascere da lì. Lui stesso avrà dovuto combattere per la dignità della commedia narrativa, lui stesso si sarà chiesto milioni di volte quanto vicino fosse mai arrivato al limite oltre il quale lo spirito da intelligente si fa greve o sciocco.

E c’entra anche l’annosa storia della cultura alta e della cultura bassa, of course: solo che oggi si travisa non poco, e col pretesto del rispetto nei confronti dei gusti e degli istinti della massa si finisce – intellettuali, politici, insomma le classi dirigenti – spesso per predicare adeguamento e disconoscere il dovere della tensione al progresso. Un ragionamento che ha margini sottili e sfumati, e infatti Nick Hornby non si dà e non ci dà risposte troppo chiare. Ma, questo sì, con Funny Girl ci fornisce molto materiale per rimuginarci su.

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