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La cura Renzi sul Pd

Il Partito democratico ha cambiato pelle nell'ultimo anno: gruppo dirigente, potere delle correnti, rapporti con i corpi intermedi e gestione della cassa sono profondamente cambiati. Ma ancora si fatica a vedere un progetto organico, che dovrà maturare con il lavoro appena avviato sulla forma partito
La cura Renzi sul Pd

Un altro partito. In trecentosessantacinque giorni di segreteria Renzi, il Pd ha cambiato forma e sostanza come mai aveva fatto finora. Nemmeno alla sua nascita, quando il progetto di Walter Veltroni somigliava ancora troppo, nonostante i suoi sforzi, alla sommatoria di Ds e Margherita. Un «amalgama mal riuscito», secondo l’efficace definizione di Massimo D’Alema.

Ad apparire lontanissimi sono oggi non solo quei giorni, ma perfino quelli in cui i Democratici discutevano perfino dell’opportunità di celebrare il loro congresso secondo i tempi dettati dallo Statuto, per non mettere in difficoltà il governo Letta. Proviamo a pensare oggi cosa sarebbe potuto accadere se effettivamente fosse stata seguita quell’indicazione, rinviando l’assise alla primavera 2014. Tanto per fare un esempio, sarebbe riuscito il Pd a superare il 40 per cento un paio di mesi dopo alle elezioni europee?

In un anno di cura Renzi, dunque, il Pd ha effettivamente cambiato verso sotto moltissimi aspetti, e qui proveremo ad analizzarne qualcuno. Si fa ancora fatica, però, a individuare l’approdo di questa trasformazione. Tenendo ferma la stella polare della vocazione maggioritaria, alla quale lo stesso segretario si richiama esplicitamente sempre più spesso, non siamo ancora in grado di capire qual è (se c’è) il progetto organico che sottintende al rinnovamento intrapreso. Per questo sarà cruciale il lavoro iniziato in questi giorni dal comitato sulla forma partito, che entrerà nel vivo con l’assemblea nazionale del prossimo 14 dicembre, per concludersi, stando al cronoprogramma annunciato, con le modifiche allo Statuto, che saranno votate nella prossima primavera.

È un aspetto che Renzi non può sottovalutare. Lo dimostrano i tanti inciampi saliti alla ribalta in questi giorni, dallo scandalo romano, che non ha evitato il coinvolgimenti di alcuni dirigenti dem, alla scarsa partecipazione alle recenti tornate elettorali e di primarie. La tempestiva nomina di Matteo Orfini a commissario del Pd capitolino sembra dimostrare una maggiore attenzione del leader al tema organizzativo, rispetto a quando – appena pochi mesi fa – ha prolungato oltremisura i tempi per la nomina della nuova segreteria nazionale.

Il partito-ditta ha mostrato tutti i suoi limiti, sotto alcuni aspetti perfino disastrosi: i debiti accumulati, i congressi locali truccati, la moltiplicazione delle correnti, lo scollamento tra i dirigenti e gli eletti, l’incapacità di produrre una nuova classe dirigente, il tatticismo esasperato (e talvolta incoerente) nella ricerca di alleanze. Fino al calcio di rigore sbagliato alle elezioni del 2013.

Accantonata quell’esperienza, cosa pensa di fare Renzi? Si chiedeva Europa pochi giorni fa: «come altrimenti si organizza la democrazia, si cerca il consenso, si seleziona la classe dirigente?». In attesa di una risposta organica a queste domande, proviamo a capire cosa è cambiato nell’ultimo anno.

 

IL GRUPPO DIRIGENTE

Guerini, abbiamo vinto noi, risultato straordinario

Chi parla del Pd di Renzi come di un partito con un “uomo solo al comando” sottovaluta la portata innovativa dell’esperienza vissuta nell’ultimo anno. È vero che l’attuale segretario esercita in maniera molto decisa la leadership, accentrando la maggior parte delle decisioni che contano, arrivando perfino a bloccare in extremis iniziative condotte fino alla soglia della soluzione dai sui collaboratori e dagli altri dirigenti dem, costretti così a ricominciare da capo o quasi il loro lavoro.

Con l’approdo a palazzo Chigi, però, la conduzione del Nazareno è stata lasciata inevitabilmente più nelle mani di figure come il vicesegretario Lorenzo Guerini, il tesoriere Francesco Bonifazi e, fino a poco tempo fa, il responsabile enti locali Stefano Bonaccini, con Luca Lotti a dare una mano quando possibile (salvo impegni di governo) e Debora Serracchiani chiamata ad affiancare Guerini.

Inizialmente la conquista renziana del partito si è contraddistinta per l’affidamento praticamente esclusivo delle responsabilità al “Giglio magico”, la cerchia ristretta dei collaboratori toscani (ai già citati Lotti e Bonifazi vanno aggiunti Maria Elena Boschi, Simona Bonafè e Dario Nardella), coadiuvata da pochi “stranieri” di fiducia (oltre a Guerini e Bonaccini, soprattutto “Gandalf” Delrio).

Con il passare del tempo, però, è emerso prorompente l’effetto a cascata provocato dalla rottamazione. I “vecchi” dirigenti sono diventati figure di secondo piano anche all’interno di quella stessa minoranza, che hanno fieramente condotto nella battaglia congressuale. Le loro truppe si sono sfilacciate, per un motivo o per un altro si sono rese autonome dalle loro indicazioni e oggi sono sì in difficoltà (per la mancanza di un leader riconosciuto, per l’incapacità di fare fronte comune, per i progetti alternativi che qualcuno coltiva), ma guardano al partito del futuro e non a quello del passato. La loro opposizione (da quella più dura alla Civati o Fassina a quella più soft alla Speranza) è ben lontana dal rancore che emerge inevitabilmente dalle più recenti dichiarazioni dei vari Bersani, Bindi, D’Alema.

La foto scattata la sera del successo alle elezioni europee, che ritrae la nuova classe dirigente del Pd senza distinzioni tra le componenti di provenienza, oltre allo straordinario effetto comunicativo (non a caso rilanciato alla Festa di Bologna, proprio mentre più forti erano le accuse di leaderismo rivolte a Renzi dalla “vecchia guardia”) restituisce anche il senso di un “patto generazionale” non scritto, che in pochi mesi ha cambiato il volto del partito, che – se si  considerano anche le forze politiche originarie – risultava in gran parte uguale a se stesso da un ventennio.

«Questa non è la fine della sinistra – aveva scandito Renzi la sera dell’8 dicembre 2013 – è la fine di un gruppo dirigente della sinistra». I più critici, magari, avranno da obiettare sulla prima parte della frase, ma sulla seconda è difficile non essere d’accordo.

 

LE CORRENTI

Foto di Andrea Vismara

Il ricambio generazionale ha contribuito a scardinare – almeno a livello nazionale – anche le vecchie correnti, che hanno minato alle fondamenta tutte le precedenti leadership del partito. Sopravvivono ovviamente all’interno del Pd diverse componenti più o meno organizzate, com’è naturale che sia in un partito votato dal 40 per cento degli elettori e che aspira a rappresentare la maggioranza di essi. E sopravvive anche la scelta di rappresentare tali componenti (salvo rare eccezioni) in tutti gli organismi dirigenti del partito, compresa la segreteria.

Si è realizzato però un processo di semplificazione dei rapporti interni, così da poter distinguere in maniera più chiara e senza infinite sfumature un’area più liberal, legata allo sviluppo e all’attualizzazione dell’esperienza della Terza via clintonian-blairiana, e una più socialdemocratica, fedele all’impostazione ideologica più tradizionale della sinistra europea.

Quest’ultima, a dire il vero, soffre ancora nel Pd di troppe divisioni al proprio interno per poterla considerare come un’area omogenea. E rimane ancora tutt’altro che da escludere l’ipotesi che una parte di essa decida di seguire una strada autonoma, uscendo dalle file dem per creare un proprio partito.

Più evidente è la semplificazione all’interno della maggioranza. Perfino l’unica componente organizzata (AreaDem di Dario Franceschini e Piero Fassino) ha praticamente sospeso le proprie attività, preferendo diluirsi all’interno del magma renziano. Una scelta che è stata premiata, se si guarda agli incarichi istituzionali e interni che i rappresentanti di Ad occupano. «È noto che quando si fanno le liste, Franceschini organizza i dibattiti sui Bronzi di Riace», aveva scherzato all’ultima riunione della direzione lo stesso Renzi, chiosando: «Dove c’è Franceschini, c’è maggioranza».

A emergere è invece la componente dei Giovani turchi, collocata in una posizione di cerniera tra la maggioranza renziana (con la quale condivide la spinta al rinnovamento interno) e la minoranza alla quale era legata al congresso (accomunati da una linea politica orientata più a sinistra sui contenuti). Attività diffuse su tutto il territorio nazionale, gruppo dirigente coeso e con una leadership riconosciuta (Matteo Orfini), capacità organizzativa, buona visibilità mediatica, rapporti capillari in ogni regione ne fanno l’erede più “moderna” della sinistra interna. Un’area imprescindibile per la costruzione di un’alternativa congressuale a Renzi, quando sarà il momento.

Per il resto, parlare di veltroniani, dalemiani, fioroniani, bindiani, eccetera appare oggi quasi un esercizio di stile.

Ben diversa è però la situazione in periferia. I “micronotabili” ben descritti dal politologo Mauro Calise sono sopravvissuti in molte realtà (non solo al sud) alla trasformazione in atto a livello nazionale, riciclandosi all’interno dei nuovi equilibri o semplicemente ignorandoli. Il caso di Roma, messo in luce dai recenti scandali, che potrebbero anche avere una funzione catartica, è solo la punta dell’iceberg. Renzi ha preannunciato che l’intervento sull’organizzazione interna al quale si è appena iniziato a lavorare dovrà avere proprio queste realtà come oggetto d’intervento. Un intervento da attuare in fretta, se si vuole evitare uno scollamento irrecuperabile tra il centro e i territori.

 

LA CINGHIA DI TRASMISSIONE

camusso landini

La rottura del rapporto privilegiato con il sindacato è uno dei temi più discussi e più controversi in questo anno di Pd a guida Renzi. Ma, più in generale, è l’ambizione di bypassare i “corpi intermedi”, di cercare un rapporto diretto tra il Pd – e il suo leader – e i cittadini a segnare la linea di questa segreteria. Populismo, dice qualcuno. Di sicuro, il superamento di una tradizione che contraddistingue non solo la sinistra, ma anche il cattolicesimo democratico. Anche in questo, la visione del Pd come diretto discendente del compromesso storico (molto in voga durante la segreteria Bersani) viene ribaltata a favore di un partito veramente nuovo e autonomo, melting pot di più culture e proiettato nel XXI secolo più di quanto non sia ancorato al Novecento e alle sue strutture.

Le conseguenze di questa scelta si renderanno evidenti – e già si intravedono – non solo nella definizione della linea politica, ma anche nella scelta delle personalità da promuovere nella classe dirigente del partito e, più in generale, del paese. I ministri Giuliano Poletti e Federica Guidi, da questo punto di vista, rappresentano delle eccezioni.

Difficilmente Renzi affiderà invece la nomina dei consiglieri di amministrazione della Rai ad associazioni come Se non ora quando?, come fece Bersani, indicando poi anche figure che poco avevano a che fare con quel ruolo (il giudice Gherardo Colombo). Piuttosto che la rappresentanza sociale, il criterio che muove le scelte renziane vuole essere il merito. Il partito e il suo leader si assumono l’impegno di una scelta, basandosi su criteri per quanto possibile oggettivi, ma che sottintendono una certa dose di discrezionalità e, quindi, di responsabilità.

Tagliare i ponti con i corpi intermedi, allora, vuol dire anche giocarsi credibilità e fiducia degli elettori. Una scommessa su cui puntare tutto, uscendone da vincitore se le scelte si riveleranno efficaci, oppure assumendosi personalmente il carico dell’insuccesso e – si presume – uscendo di scena. Senza rete di protezione, senza pacchetti di consensi precostituiti, senza gruppi di dirigenti che si sorreggono a vicenda.

 

LA CASSA

bonifazi

Quasi undici milioni di debiti pregressi, ereditati dalla gestione Bersani, sono difficili da recuperare. A maggior ragione per un partito che sostiene convintamente l’abolizione del finanziamento pubblico, sotto forma di rimborsi elettorali. Per questo, all’arrivo del nuovo gruppo dirigente al Nazareno si respirava un clima pessimo, con buona parte dei dipendenti certi di perdere il loro posto di lavoro entro la fine di quest’anno.

La spending review avviata dal tesoriere Francesco Bonifazi ha portato alla luce spese pregresse che sono state immediatamente tagliate: dalla segreteria alle consulenze, dagli affitti ai servizi e alla comunicazione.

Parallelamente sono state avviate iniziative di auto-finanziamento, come le cene che si sono tenute poche settimane fa a Roma e Milano. I mille euro a testa versati dagli imprenditori che hanno partecipato alle due iniziative hanno consentito di evitare che i dipendenti dem fossero messi in cassa integrazione. E hanno compensato lo scarso successo del primo anno di destinazione volontaria del due per mille ai partiti da parte dei contribuenti.

Se cambiare verso a una linea politica e a una classe dirigente suscita la reazione di chi si sente ingiustamente accantonato, quando di mezzo ci sono i soldi alla protesta si sostituisce il sospetto. Ignorando che il finanziamento privato, regolare e trasparente, è utilizzato in moltissimi paesi democratici, a partire dagli Usa. E che Tangentopoli, er Batman Fiorito, gli scandali Expo e Mose, fino a Mafia Capitale hanno prosperato sui soldi pubblici, non certo su quelli privati.

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  • FrancoCosmi

    Commento un solo argomento. Il finanziamento del partito.
    Oggi pare che le tessere siano come i dati trasmessi in rete: A pacchetto. Non so in che misura sia vero. In 55 anni la mia tessera è stata sempre fuori dal “pacchetto”, qualsiasi pacchetto.
    Ora, giunta la tanto conclamata rigeneratrice eliminazione del finanziamento pubblico, e stante il ristagno del tesseramento (i cammelli pare circolino abitualmente senza tessere) rimane la soluzione delle cene.
    Le cene organizzate con i nuovi “eroi” a 1.000 euro a coperto danno la netta sensazione che ad ogni “coperto” corrisponda un biglietto da visita con su scritto: Matteo, noi eroi siamo con te. A Mattè che te serve?

    Malalingua gufica? Staremo a vedere.
    Prima o poi dovranno uscire i dati del tesseramento dell’”Era Renziana” o no?
    Emilia Romagna: 700.000 voti in meno. Quante tessere in meno?
    .

  • Sil Bi

    Insomma, le tre cose che sono cambiate sono: la classe dirigente (anche se, a mio parere, i vecchi oligarchi sono semplicemente passati dietro le quinte…); la rottura con i sindacati e le cene di autofinanziamento. Un successone, insomma

  • lupo presilano

    Gli antirenziani passano il loro tempo ad ostacolare la leaderschip di Matteo Renzi sia a livello parlamentare che a livello politico-partitico. Tutti a chiedere conto delle sue azioni, tutti ad analizzare le sue iniziative, le sue riforme.Un lavoro da oppositori non da compagni di viaggio che possono legittimamente criticare ma non ostacolare.Il partito è in crisi da tempo perchè è privo di una sua identità e perchè non ha più la forza di formare e selezionare una sua classe dirigente. Da strumento di partecipazione e anche di controllo è diventato un sistema di signori delle tessere che gestiscono potere e consenso. Il pd è oggi un partito grande ma non un partito vero; è un comitato elettorale e si riunisce solo quando c’è da ratificare organismi e candidati, per il resto è solo una insegna e una porta chiusa. La discussione è sparita come il piacere di riunirsi perchè nulla si può decidere se il Signore non è d’accordo.Avendo rinunciato alla formazione e selezione dei quadri, si sono inventate le primarie, che sono un surrogato della partecipazione se non sono regolate per legge, e si riducono in genere a ratifica dei Signori delle tessere.Per ultimo manca entusiasmo: per le perenni polemiche, il distacco dai bisogni della gente comune e per la assenza di un orizzonte ideologico.In fondo dare un senso alla partecipazione:io ci sono perchè la società che abbiamo in mente è questa.La migliore riforma di Renzi dovrà essere quella di dare un senso alla militanza di iscritti e di elettori in modo che si sentano coinvolti in tutte le decisioni.

  • Lodovico Zanetti

    la cura è perfettamente riuscita. E il paziente è morto.