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Renzi, un blairiano nel Pse

Il nodo dell'adesione al Partito dei socialisti europei l'ha sciolto a modo suo, con un taglio netto. Poi la nomina di Federica Mogherini e la foto dei leader in camicia bianca: così il premier sta provando a cambiare il rapporto tra il Pd e la sinistra europea
Renzi, un blairiano nel Pse

Quel nodo era lì già da un pezzo, e di certo non è stato il solo Matteo Renzi a scioglierlo. Da Fassino a Franceschini, da Prodi a Bersani, ciascuno aveva fatto il suo per sciogliere un po’ l’intricata vicenda dei rapporti tra i democratici italiani e il Partito dei socialisti europei. L’8 dicembre del 2013, quando Renzi diventa segretario, s’era già un pezzo avanti. Mancava l’ultimo giro di corda. Ci ha pensato Renzi, a modo suo. Tagliando di netto il nodo, un colpo di scure assestato con naturalezza, come se la soluzione fosse lì da sempre e chissà per quale motivo nessuno ci aveva ancora pensato.

«Tutto si può dire meno che il dibattito non sia stato ampio», dice Renzi nella direzione Pd che deve ratificare la scelta, il 27 febbraio di quest’anno. Poi prosegue: «Un dibattito sull’Europa per definizione non finisce». Ma il premier ha fretta, è a palazzo Chigi da neppure dieci giorni e tutto deve procedere a ritmo incessante. Al dibattito ora ci pensino altri, è il momento di archiviare la pratica. Centoventuno voti a uno: facile, lineare. Si mette di traverso solo Giuseppe Fioroni, e l’epoca in cui una scelta del genere poteva spaccare il partito pare lontanissima. «Decisione storica», dicono tutti, ma in faccia al segretario-premier c’è l’espressione di chi pensa: ci voleva tanto?

Che poi, in fondo, non è stato neppure un percorso così lungo. Date un occhio alle date. Poco più di cinque anni fa, prima delle europee 2009, metà degli eurodeputati del Partito democratico siedono nell’Alde, il gruppo dei lib-dem britannici e di François Bayrou. E non più di dieci anni fa, campagna elettorale del 2004, la Margherita, il partito di Renzi, ancora discuteva se stare nel Partito popolare europeo o nel gruppo liberale: l’opzione socialista non esisteva neppure.

A sdoganare l’idea di un accordo col Pse – tra chi non proveniva da una storia comunista – ci pensò Romano Prodi negli anni del suo secondo governo. L’idea di fondo era che la sinistra europea aveva bisogno di rinnovarsi, e che il rapporto tra culture politiche diverse poteva essere il vettore di quel cambiamento. Prodi vuole usare il rapporto col Pse per cambiare il Pse, trasformarlo in Partito socialista e democratico europeo. Per la prima volta – nel 2007, pochi giorni dopo la nascita del Pd – il premier italiano partecipa a un vertice dei capi di governo socialisti, accompagnato da Massimo D’Alema.

Il fatto è che l’ambiguità dei democratici italiani rispetto ai “blocchi” della politica continentale sta diventando insostenibile. Spacchettati tra un gruppo e l’altro, si finisce per contare poco in entrambi. si parla di poltrone, ma non solo. Nel 2009 mi presi la briga di studiare i comportamenti di voto degli ex-Ds e Margherita al parlamento europeo. Quando i due gruppi di appartenenza, Pse e Alde, si trovavano in disaccordo, in un caso su quattro gli eurodeputati della Margherita infrangevano le indicazioni di voto del gruppo liberale per unirsi ai colleghi diessini. Quasi il 25 per cento di defezioni, un’infrazione grave alla disciplina di gruppo. E si trattava di defezioni su alcune delle leggi più importanti discusse a livello europeo, dalla direttiva sui servizi a quella sull’immigrazione illegale, da quella sugli orari di lavoro a molti voti sulla sanità.

Una situazione insostenibile, da sanare entro le europee del 2009. Le circostanze vollero che a gestire le fasi conclusive della trattativa col Pse si trovassero due ex-democristiani come Dario Franceschini, segretario del Pd, e Lapo Pistelli, responsabile esteri del partito. Il Pd non entra ancora nel Pse ma nel suo gruppo parlamentare, che diventa quello dei Socialisti e democratici. «Insieme, ma distinti», spiega Franceschini.

«Le parole sono importanti», direbbe Nanni Moretti, e sulla questione di quel cambio di nome del gruppo parlamentare si discusse a lungo. E si continuò a discutere anche negli anni successivi, quando si cominciò a parlare di completare il percorso, di entrare nel partito e non solo nel gruppo parlamentare. Un lungo lavorìo, tutto gestito dal Pd bersaniano. La conclusione della vicenda arriva il 13 febbraio 2014, quando il vertice del Pse stabilisce di modificare il nome del partito in «Pse – Socialisti e democratici». La responsabile esteri del Pd, in quel momento, è Federica Mogherini, che conosce la vexata quaestio dei rapporti tra centrosinistra italiano e Pse almeno da una decade, da quando collaborava con Piero Fassino alle relazioni internazionali dei Ds. Quella sera si riunisce la direzione del Pd, Matteo Renzi dal palco comunica la notizia, parte l’applauso. Il segretario però volta pagina nel giro di pochi secondi. Non tanto perché uno come lui, post-ideologico per natura, alla questione nominalista non pare prestare troppa attenzione. L’agenda della direzione democratica è stata stravolta da un’improvvisa accelerazione degli eventi. Si deve votare sulla defenestrazione di Enrico Letta da palazzo Chigi e sulla nomina di Matteo Renzi a premier. Il passaggio “storico” del cambio di nome del Pse passa così, «non con uno schianto ma un sussurro».

Dicevamo però del 2009, del primo ingresso del Pd nel gruppo eurosocialista. Anche per quella decisione (ma non solo, di mezzo ci passa la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie del 2009) Francesco Rutelli, primo “sponsor” del giovane Matteo Renzi nella Margherita, decide di lasciare il partito. Il neo-eletto sindaco di Firenze spiega che è dispiaciuto per la scelta di Rutelli, ma che è una scelta sbagliata («e i rapporti tra i due si sono fatti tesi», registrava allora David Allegranti nel suo primo libro sul rottamatore).

È una storia in gran parte interna alla ex-Margherita quella delle resistenze e dei piccoli passi che hanno portato all’ingresso nel Pse. Tanto più, allora, è stato sorprendente il lapsus di Renzi al congresso del Pse di Roma, alla fine di febbraio, quando nel ringraziare i suoi predecessori che avevano reso possibile l’unione tra Pd ed eurosocialisti ha elencato «Pier Luigi Bersani, Piero Fassino, Massimo D’Alema». Perché non c’è dubbio che questi tre nomi raccontino tanto della strada percorsa finora, e che Bersani fosse arrivato a tanto così dal traguardo (cui si era avvicinato con cautela, senza strappi, attento a non perdersi nessuno per strada). Ma che fine hanno fatto, nell’elenco di Renzi, i Franceschini, i Pistelli, i Prodi?

Nella foto di famiglia che ha voluto mostrare alla platea del Pse, Renzi ha scordato proprio i “suoi”, quelli che per storia sarebbero più vicini a lui. Ha ricordato la filiera Pds-Ds-Pd, ha tranciato l’altro ramo dell’albero genealogico. Ma il motivo è chiaro, cristallino. Quando Renzi parla di sé all’Europa non parte certo dalla storia post-democristiana. La sua «bussola» – per dirla con le sue stesse parole – è un’altra, ed è una bussola che con la vicenda del centrosinistra italiano c’entra solo in parte.

«Tutti noi – scriveva Renzi sull’ultimo numero del mensile IL – abbiamo in tasca una bussola per attraversare il tempo del nostro impegno politico. Un oggetto familiare che portiamo con noi ovunque: una guida, più che un semplice strumento di orientamento. E per molti di noi la Terza via è stata la bussola del cammino degli ultimi anni». La foto di famiglia dell’euroRenzi – magari un po’ photoshoppata, ma poco importa – è quella lì. Non certo il Pse di Martin Schulz, ma quello di Blair.

Dentro il Pse Tony Blair ha combattuto una battaglia per l’egemonia. Nel 1997, al suo primo congresso eurosocialista da premier, si presentò con un messaggio dal tono quasi minatorio: «Modernise or die», disse, seguitemi o perite. Erano gli anni della Terza via al potere, con Lionel Jospin che aveva appena vinto le elezioni in Francia, mentre Gerhard Schröder sarebbe salito in sella meno di un anno dopo. Ma la Terza via continentale non è mai stata assimilabile in pieno a quella atlantica, di Bill Clinton e del New Labour. L’egemonia di Blair nel Pse non durò più di qualche anno.

Già nel 2004, quando si trattò di trovare un successore al laburista Robin Cook alla presidenza del Pse, Blair non riuscì a imporre il “suo” candidato (che poi era Giuliano Amato). Fino allo smacco del 2009, la mancata nomina a presidente del Consiglio europeo, fermato dai veti di tanti colleghi socialisti e dalla prontezza del suo ex-amico Gordon Brown nello scaricarlo, in cambio della poltrona di Alto rappresentante per Catherine Ashton.

Al suo ingresso nel club, Renzi ha superato brillantemente il test delle nomine. Ha scelto, tra i suoi, proprio Federica Mogherini, la personalità più vicina al mondo eurosocialista. E su quella scelta si è attestato, senza schiodarsi, senza accettare controproposte, forte di quel 40 e passa per cento che, da ultimo arrivato, lo aveva già trasformato in primo della classe.
Post, Samsom, Sanchez, Renzi, Valls

Lo step successivo – ben più complesso – è quello dell’egemonia. Che la Terza via sia tornata davvero è un’ipotesi ancora tutta da verificare. Certo, c’è la “foto di Bologna”, l’immagine – sicuramente efficace – dei «socialisti con la camicia bianca». Achim Post, Diederik Samsom, Pedro Sanchez, Matteo Renzi, Manuel Valls: il renzismo che si impone come stile, prima ancora che come linea politica.

Amido a parte, la blairizzazione del Pse è ancora lontana. La sintonia Renzi-Valls è davvero notevole, e il premier francese ha buone possibilità di scalzare Hollande in un futuro non troppo lontano. Samsom, il leader dei laburisti olandesi, è un discepolo della Terza via, ma le sue quotazioni in patria non sono proprio elevatissime (alle ultime europee è arrivato sesto, scavalcato anche dalla sinistra-sinistra). Per Sanchez e i socialisti spagnoli è già un’altra storia, sembrano più focalizzati sull’avanzata a sinistra di Podemos che sul radical center. Quanto alla Spd (Achim Post è il tedesco segretario del Pse) anche ai tempi di Schröder la vicinanza alla Russia bilanciava ampiamente quella alla cool Britannia blairiana – e oggi la situazione non pare molto diversa.

L’operazione che Renzi sta tentando, però, è evidente. Sostituire una nuova foto di gruppo a quella con Bersani-Hollande-Gabriel. Ma il cammino – a ritroso e in avanti – verso i tardi anni Novanta è lungo, anche per uno sprinter come il segretario del Pd.

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  • Sil Bi

    Un cambio di nome (da “socialisti” a “socialisti e democratici”), un photoshop (con Prodi e Pistelli che spariscono dall’immagine), una nomina incolore, cinque camicie bianche. Su tanta pochezza l’Autore costruisce un articolo dal titolo impegnativo, che evoca un “blairismo” di fatto impercettibile. Chapeau all a sua abilità dialettica

  • ex elettore

    Da Prodi – D’Alema (1995), a Letta (2014) i cattocomunisti ,autodefinitosi SINISTRA,in Europa stavano con Berlusconi ,nei conservatori.Tutti zitti ,tutto regolare.Almeno l’intuito di rompere questo aborto politico ,Renzi lo ha avuto. Ciò NON vuole dire che semplicemente scrivere P.S.E. sul simbolo o fare qualche foto con i leader Socialisti Europei ,sia sufficiente a fare diventare il P.D.un partito Socialista.Sarebbe pura fantasia.Vi immaginate ,Prodi,D’Alema,A.Finocchiaro,Violante,Bindi ecc.definirli Socialisti?? Pura FOLLIA…

  • Giovanni Ciccarese

    Il PD italiano infatti non è un partito socialista. E’ un partito di centro-sinistra.STOP