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Perché Renzi va in Turchia

L'agenda del premier italiano, che domani arriva ad Ankara e dopodomani a Istanbul: le aziende italiane in Turchia, la questione energetica dopo la rinuncia a South Stream, i rapporti con l'Europa
Perché Renzi va in Turchia

Il viaggio di Matteo Renzi in Turchia – domani e venerdì – è entrato in agenda nelle ultime ore e non ha il respiro compassato delle formalità di stato. Ma questo non deve stupire. Il presidente del consiglio dà spesso l’impressone di essere votato più all’azione che alla programmazione. Percepisce, mobilita, fa. Va, in questo caso.

La visita in Turchia, al netto di questi aspetti, tutto sommato marginali, è molto importante. Prima di tutto perché tenta di ridare slancio ai rapporti bilaterali, non coltivati a sufficienza in tempi recenti. «Ultimamente i fori istituzionali di confronto sono slittati», ricorda Antonello Biagini, professore di storia orientale alla Sapienza, che alla Turchia ha dedicato studi e scritti. Da una parte l’Italia, piegata su se stessa a causa della crisi, ha riposto l’attenzione su altre priorità. Dall’altra la Turchia ha guardato altrove, attratta da sirene internazionali altre rispetto alle solite e distratta dalla congiuntura politica interna, che ha visto Recep Tayyip Erdogan sgomitare, battagliare e trionfare.

Alberto Negri, sul Sole 24 Ore, scende nel dettaglio e mette in fila i mancati appuntamenti. Sono due anni che la terza sessione del vertice intergovernativo viene rimandata e che vanno ancora fissate le date del forum di dialogo tra i ministri degli esteri e della commissione congiunta sull’economia e sul commercio.

Una prateria per le imprese italiane
Proprio l’economia sembra essere la principale benzina della ripartenza. Gli impegni di Renzi, nella seconda giornata turca, sono scanditi dal Business forum di Istanbul, dove le imprese italiane e quelle turche si incontreranno, misurando il polso di interscambio, investimenti, progetti. Il background è già di per sé virtuoso. L’Italia è il quarto partner commerciale della Turchia, con un interscambio che nel 2013 ha lambito i venti miliardi di dollari e che è tornato sopra i valori del periodo pre-crisi. La nostra quota sul mercato locale è stabile, da anni, sul 5 per cento. Decimale in più, decimale in meno.

Un altro dato, quello delle aziende con fatturato superiore al milione e mezzo partecipate da capitale italiano, è utile a orientarsi nella selva dei rapporti economici. Nel 2011, secondo la banca dati Ice-Reprint, c’erano 229 aziende turche partecipate. Il fatturato generato superava i sette miliardi di euro. È il terzo dato, dopo quelli di Russia (41 miliardi) e Polonia (13), nel contesto di quello spazio ricompreso tra Trieste, Mosca e Istanbul: la vera, grande prateria dell’impresa italiana. La Cina è troppo lontana, il giro di compasso troppo lungo da sostenere.

«La penetrazione delle nostre aziende in Turchia è notevole. La molla sono stati i processi di privatizzazione, concertati efficacemente, che hanno liberalizzato l’economia turca. Fino a una quindicina di anni era abbastanza statalista», ragiona Antonello Biagini.

A ogni modo non solo di economia si parlerà. Renzi, domani, nella capitale Ankara, avrà modo di toccare molti tasti. Sia durante i colloqui con il primo ministro Ahmet Davutoglu, sia nel corso di quelli con il presidente Recep Tayyip Erdogan, che lo riceverà nel nuovo palazzo presidenziale.

L’allargamento perduto
«Questo vertice può essere mutuamente vantaggioso. L’Italia può rilanciare e recuperare il suo ruolo nel Mediterraneo e in senso più lato nell’area mediorientale, in linea con una sua vocazione storica di politica estera. La Turchia, dal canto suo, ha bisogno di ritrovare qualche appoggio in Europa. La questione dell’adesione all’Unione europea è congelata, ma non tramontata. Come prospettiva rimane, sebbene tutti questi anni di anticamera abbiano frenato gli entusiasmi e snaturato un po’ il quadro democratico. L’Italia può fare proprio questo: aiutare la Turchia a riaprire i canali e a compensare la freddezza che Ankara riscuote a Parigi e Berlino», sostiene Biagini.

C’è però da tenere conto del peso specifico di Roma nel perimetro europeo. I rapporti con la Germania non volgono al meglio e la situazione economica è sotto stretta osservazione. In compenso l’Italia esprime il ministro degli esteri europeo, Federica Mogherini. Tra l’altro è reduce da una visita in Turchia, informata proprio dalla necessità di schiodare dal limbo il discorso sull’allargamento.

Assieme alla Mogherini è giunto in Turchia anche il commissario agli aiuti umanitari, il cipriota Christos Stylianides. Bruxelles ha stanziato dieci milioni di euro, con l’obiettivo di aiutare la Turchia a gestire l’emergenza profughi, spalancata drammaticamente dalla crisi siriana. «L’immigrazione – dice Biagini – può essere indubbiamente uno dei cardini del rinnovato dialogo. Sia l’Italia che la Turchia sono esposte ai flussi, fronteggiano pressioni serie. L’una può avere bisogno della collaborazione dell’altra».

Intrecci energetici
C’è da scommettere che Renzi, con Davutoglu e Erdogan, affronterà anche la faccenda dell’energia. D’altro canto i bisogni italiani passano inesorabilmente dalla Turchia. Negli ultimi giorni s’è chiuso il capitolo South Stream, il gasdotto che avrebbe pompato in Europa l’oro blu russo, passando dal fondale del Mar Nero e serpeggiando nei Balcani. Ma Mosca e Ankara, nel corso di un bilaterale tra Erdogan e Putin, si sono accordate per costruire un altro gasdotto, che passerà in Turchia via terra e arriverà al confine con la Grecia.

Non tutto fluirà così facilmente, però. È dei giorni scorsi la notizia che la Turchia ha dato il via libera alla realizzazione di una pipeline che la collegherà ai giacimenti iracheni. In teoria è alternativa al gasdotto che andrà a soppiantare South Stream, ma il sito Business New Europe lascia intendere che questa sia una sorta di contromossa alla decisione di Putin di tagliare le forniture, arrivata poco prima del suo arrivo in Turchia. In pratica, volendo semplificare, il gioco è questo. Putin vede sfumare il sogno di South Stream (ma davvero è tutto finito?) e ha l’esigenza di compensare. Fa dunque pressioni sui turchi, che a loro volta rovesciano sul tavolo le loro carte e alzano la posta. Renzi vorrà capirci qualcosa.

Al tempo stesso, l’ex sindaco di Firenze potrebbe – dovrebbe – spostare la discussione anche sulla Trans-Adriatic Pipeline (Tap), il discusso tubo che porterà sulla costa salentina il gas azero. È il terzo segmento del cosiddetto Southern Gas Corridor. La sua corsa inizierà alla frontiera greco-turca, dove le condotte si allacceranno a quelle che corrono in Anatolia, allungandosi fino al primo lembo di Caucaso. Ma qui la partita si decide anche in casa, in Italia. Tra Renzi e i campanili del Salento.

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  • Nettamiau

    Il lesto Renzi a chi chiederà i due miliardi persi da SAIPEM con il South Stream, il dinamico farà come gli Ungheresi che in barba all’UE trattano direttamente con Gazprom per il loro gas?
    Il determinato cercherà di convincere il Gran Turco a rinunciare all’accordo con lo Zar Putin come gli ha comandato l’abbronzato di Washington?
    In cambio venderà l’anima agli Islamici facendo di tutto per farne entrare nell’UE dalle radici “cristiane” 75 milioni in un colpo solo?
    Una politica estera così lungimirante non si vedeva in Italia dal 1939 quando ci alleammo con la Germania di Adolf.