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Torture della Cia, il falco McCain appoggia l’inchiesta e la destra l’attacca

Il potente senatore repubblicano dell'Arizona che sfidò Obama nel 2008 sostiene l'indagine voluta dai dem e spiazza i conservatori. Ma per il comedian progressista Jon Stewart merita ammirazione.
Torture della Cia, il falco McCain appoggia l'inchiesta e la destra l'attacca

“Signor presidente, intervengo a sostegno della pubblicazione – la pubblicazione a lungo rinviata – da parte della commissione servizi segreti del senato della sintesi non sottoposta al segreto di stato delle cosiddette tecniche di interrogatorio incrementate che sono state impiegate dalla precedente amministrazione per ottenere informazioni dai terroristi catturati. È uno studio completo e meditato di pratiche che, a mio giudizio, non solo non sono riuscite nello scopo – consentire ai servizi d’intelligence di prevenire ulteriori attacchi nei confronti degli Usa e degli alleati – ma anche per la nostra reputazione come forza per il bene nel mondo”.

È l’inizio della dichiarazione di John McCain, il 9 dicembre scorso nell’aula del senato. 1.600 parole, ognuna ponderata, ognuna politicamente e moralmente consistente e “pesante”. Lo statement del senatore dell’Arizona poteva anche essere previsto, dato il personaggio e data la sua storia, eppure ha lasciato un segno forte nella vicenda delle torture praticate dalla Cia nei confronti dei militanti di organizzazioni terroristiche.

Un cane sciolto, anzi un maverick, un bue senza marchio, il candidato repubblicano sconfitto da Barack Obama nel 2008, è notoriamente un falco. Fosse stato lui il presidente e non Obama, sarebbe intervenuto massicciamente in Medio Oriente, in Iran, in Ucraina. Settantotto anni e deciso a restare in politica ancora a lungo (si ricandidarà alle elezioni senatoriali nel suo stato nel 2016), McCain è rispettato e temuto. Nelle audizioni al senato è sempre attento ed esigente, anche nei confronti dei suoi colleghi di lungo corso, democratici e repubblicani. Ne sanno qualcosa il segretario di stato John Kerry e l’ex- segretario alla difesa Chuck Hagel. Vecchio combattente d’altri tempi, arciconservatore, crede nei “valori” dell’America, modello di democrazia e di forza morale nel mondo. E su certe questioni non è proprio il politico disposto a negoziare i values in cui crede per convenienza. Per questo anche gli avversari lo rispettano, mentre la destra più oltranzista e ideologica non lo vorrebbe avere tra i piedi (non a caso la sua rielezione è fortemente ostacolata dai tea party locali).

La sua dichiarazione al senato ha avuto, nei giorni seguenti, un lungo e rumoroso strascico su giornali e televisioni, tra i complimenti e l’ammirazione del comedian Jon Stewart, icona indiscussa dell’America più progressista, e lo scomposto e nervoso “interrogatorio”, non un’intervista, che gli ha riservato l’incredulo Bill O’Reilly, la star dell’ultradestra più arcigna.
La presa di posizione di McCain è apparsa ancora più clamorosa nel suo stridente contrasto con le dichiarazioni dei massimi esponenti del suo partito, in particolare i probabili prossimi candidati alle presidenziali 2016, da Marco Rubio a Ted Cruz, difensori a oltranza sia di quei metodi e della loro efficacia sia dell’operato della Cia. Per non dire delle dichiarazioni dell’ex-vicepresidente Dick Chney, massimo promotore del sistema sott’inchiesta, e dei direttori della Cia che si sono succeduti in questi anni, compreso l’attuale.

Le parole di McCain pesano non solo per la sua riconosciuta esperienza nel campo della sicurezza, non solo perché provengono da un politico molto legato all’apparato militare e di intelligence, ma perché si basano su una sua ben nota e drammatica esperienza giovanile di prigioniero di guerra dei vietnamiti, egli stesso allora sottoposto a torture che hanno lasciato il segno sul suo corpo.

“So dalla mia esperienza personale – ha detto ancora McCain al senato e poi ripetuto nelle interviste – che gli abusi sui prigionieri fanno più male che bene a un buona intelligence, so che le vittime delle torture offrono intenzionalmente informazioni fuorvianti se pensano che i loro carcerieri ci crederanno, so che diranno qualsiasi cosa pensano che i loro torturatori vogliono che essi dicano se credono che questo fermerà la loro sofferenza”.

McCain trascorse cinque anni e mezzo nelle prigioni nordvietnamite, dove gli fu anche negata l’assistenza medica per le serie ferite gravi riportate in seguito all’espulsione dall’aereo che pilotava, un A-4 Skyhawk dell marina, colpito dall’antiaerea. Fu anche sottoposto a torture e a un regime di isolamento, che lo portò sull’orlo del suicidio. A 47 anni di distanza sono evidenti i postumi di quell’esperienza, in particolare nella postura e nella difficoltà dei movimenti.
Nel suo libro di memorie, del 1999, “Faith of My Fathers” (sia il padre sia il nonno erano stati in marina, fino al grado di ammiraglio) racconta di come fu costretto a firmare una confessione di “crimini di guerra”, un atto che gli è pesato per tutta la vita, nonostante molti suoi commilitoni prigionieri e sotto tortura avessero fatto lo stesso e nonostante il suo rifiuto dell’offerta di essere rilasciato prima se avesse “collaborato”.

“Soprattutto – ha scandito ancora McCain nella sua dichiarazione al senato – so che l’uso della tortura compromette ciò che più ci distingue dai nostri nemici, la nostra credenza che tutti, anche i nemici catturati, possiedono i diritti umani fondamentali che sono protetti dalle convenzioni internazionali che non solo gli Usa hanno sottoscritto, ma di cui in gran parte si sono fatti promotori”.

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  • 6aleph

    chiediamolo, al nostro talebano, il soidisant intelligente ferrarone, se è giusto o no