Teledipendente STAMPA

A lezione di catechismo da Benigni

La Rai pare non riuscire a trovare una via moderna alla sua missione di Servizio Pubblico, e si affida ancora a un linguaggio retrò: la pedagogia del Grande Personaggio
A lezione di catechismo da Benigni

Si potrebbero stilare i 10 comandamenti di uno show di Benigni:

  1. Entrerai sulla scena zompettando sulla marcetta di Piovani
  2. Onora il pubblico tuo di Raiuno esprimendo gioia immensa nell’essere lì per lui
  3. Non avrai come idolo il linguaggio audiovisivo: solo tu e la parola, la massimo un leggio come appoggio. Ah, il teatro!
  4. Pronuncerai almeno mille volte “bellezza”. Quasi altrettanto “straordinario”
  5. Faticherai copiosamente, ma non ti riposerai fino alla fine, asciugandoti il sudore con un fazzoletto bianco
  6. Accenna alla “realtà spiccia” (qui, Mafia Capitale), ma poi aggancia subito il “contenuto”, sebbene poi la tua retorica sia incentrata sulla conciliazione tra anima e corpo, basso e alto, poesia e prosaico
  7. Uccidi il comico che è (era) in te
  8. Affabula
  9. Affabula
  10. Affabula

Lasciateci giocare un po’, suvvia. E lasciateci anche provare ad andare al di là del format “Benigni legge…”, al di là dei commenti estasiati, al di là di uno show che comunque sul finale affascina (nel deserto di una tv senza proposte).

E dunque, cosa rappresentano queste due serate per il Servizio Pubblico e per Benigni?

La Rai pare espiare tutti i suoi peccati attraverso questo spazio di anno in anno appaltato a Benigni. Si depura da ogni male, pure da quello pubblicitario (salvo prima dell’inizio trasmissione). Di sicuro, queste due serate sono per costruzione e preparazione molto superiori a altri raffazzonati show cui abbiamo assistito. E questo è un bene. Ma è sufficiente?

La Rai pare non riuscire a trovare una via moderna alla sua missione di Servizio Pubblico, e si affida ancora a un linguaggio retrò: la pedagogia del Grande Personaggio, l’evento unico con linguaggio teatrale, il Grande Tema spiegato al pubblico fanciullino. Si va dunque ancora a lezione di catechismo da Benigni, perché la tv ci catechizza come un tempo.

Benigni non è più un comico, se per comico intendiamo chi si dice una verità, spesso dolorosa, facendoci ridere. Benigni è un affabulatore, questo sì. Carica la sua prosa di mille e più metafore, facendo diventare le dure, scarne, semplici parole dei Comandamenti un fiume in piena. Ci sono momenti in cui tutto questo funziona, altri in cui appare tutto troppo, o falsamente profondo (“Siamo connessi tutto il giorno con il mondo ma siamo sconnessi con noi stessi”). Elevati giri di parole alternati a luoghi comuni.

Basta la sua carica enfatica a non farci sentire la distanza? Benigni è ormai un divulgatore entusiasta. Figura questa lontanissima dal comico, che ci fa vedere le pieghe nascoste delle cose, spesso grottesche. Benigni studia, e si vede. Ma è l’entusiasmo caricato che lascia perplessi. Nessun dubbio in Benigni. E invece il pubblico ne avrebbe bisogno per uscire dal suo stato di eterno ragazzino.

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  • campanellina88@hotmail.it

    Benigni a differenza di altri si è elevato non ha continuato a rifare se stesso tutta la vita. Fa bene, come fa bene starsene in disparte, facendo queste sortite eccezionali. Negli altri paesi se li coccolano i talenti a differenza dell’Italia, paese molto conformista, basta dire che andate in brodo di giuggiole per programmi tipo Masterchef

    • Gabriele

      Non mi pare proprio che Stefania Carini – che seguo sempre con piacere – sia mai andata in brodo di giuggiole per Masterchef e simili. Questo articolo mi pare in verità esemplare, perché pone davvero il dito nella piaga – della Rai e di Benigni, al di là delle pastorali alla Gramellini…

    • 6aleph

      lo stesso brodo in cui cuoci, per un benigni che da secoli parla solo di se stesso e dei suoi soldi, mi ricorda bertone,