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Napolitano: «Dopo il 25 maggio Italia più forte in Europa. Non si attenti alla continuità del nuovo corso»

Un discorso politico, più politico di qualsiasi altro prima. Salutando le alte cariche dello stato, il presidente dà un forte ed esplicito sostegno a Matteo Renzi e al suo governo. M5S: «Propaganda»
Napolitano: «Dopo il 25 maggio Italia più forte in Europa. Non si attenti alla continuità del nuovo corso»

Un discorso politico, più politico di qualsiasi altro prima. Nel penultimo discorso prima del congedo finale, il capo dello stato ha abbandonato il suo consueto equilibrismo istituzionale e bipartisan per dare un forte ed esplicito sostegno al governo e a chi ne è alla guida.

Quaranta minuti circa, una decina in meno delle volte precedenti, sono serviti a Giorgio Napolitano per spiegare alle alte cariche dello stato, riunite per l’ultima volta davanti a lui nel salone del Quirinale, la sua lettura della situazione politica, istituzionale ed economica del paese e per enunciare i punti che ritiene fondamentali.

Il primo riconoscimento a Matteo Renzi e al suo Pd arriva già nella prima cartella: «Il forte consenso espressosi nelle elezioni del 25 maggio per il partito che guida il governo italiano ha oggettivamente garantito e accresciuto ascolto e autorità all’Italia nel concerto europeo». Autorità, ricorda, che si è tradotta nel ruolo assegnato a Federica Mogherini nella commissione europea.

Ma il peso dell’Italia in Europa, sottolinea Napolitano, si è visto anche nel «clima nuovo di attenzione» rispetto alle proposte per un nuovo corso delle politiche finanziarie e di bilancio, «oltre i limiti divenuti soffocanti e controproducenti dell’austerità». Aver rispettato i vincoli ed evitato richieste di manovre aggiuntive è stato merito principalmente del «valore» e «affidabilità» che «si riconoscono al ministro Padoan».

Fin qui l’Europa. Quindi, l’Italia. Disoccupazione e disagio sociale, mancata ripresa del Pil: Napolitano non nasconde che «le prove» che il sistema paese e la stessa democrazia hanno davanti «sono ancora pesanti», e per superarle indica due questioni «più schiettamente politiche»: la prima, l’assoluto bisogno di esprimere fiducia sulle potenzialità dell’Italia; la seconda, il clima sociale che ritiene «indispensabile» per rilanciare la crescita e l’occupazione. In questo capitolo torna il Napolitano severo, anche nei toni: nel paese c’è «impulso di protesta», «non rabbia», un «lessico che non appartiene alla tradizione civile delle lotte operaie e popolari in Italia». Ai sindacati (che vorrebbe vedere uniti) raccomanda «sforzo convergente di dialogo».

Ma è nella seconda parte del discorso che il presidente della repubblica mette tutto il peso della sua autorità sul piatto della politica, delle istituzioni e del sostegno all’azione del governo. Le riforme costituzionali, con la fine del bicameralismo perfetto, e la riforma della legge elettorale, sono state la stella guida per Napolitano, che ad esse ha legato l’accettazione del secondo mandato. Ripetutamente in passato il presidente ha stigmatizzato forze politiche e parlamento per la loro litigiosità che si traduceva in inconcludenza riformatrice, lo scorso anno – governo Letta in carica – espresse apprezzamento per il lavoro dei saggi, ma preoccupazione che l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza potesse tradursi in un nuovo stop.

Questa volta il capo dello stato ha evidenziato la pars costruens: dopo il «gran lavoro istruttorio» fatto dal governo precedente, ora «si sta lavorando, discutendo, votando».

Sulla riforma del lavoro, Napolitano lamenta che ci si sia concentrati riduttivamente sul punto di massimo possibile dissenso (l’art. 18, che non nomina, ndr), invece che sull’impianto della riforma, che considera importante, così come importante è l’essere pervenuti ormai ai decreti delegati.

Sulle riforme costituzionali, cita Leopoldo Elia per respingere le argomentazioni di chi si oppone alla fine del bicameralismo perfetto. Non si torna indietro. «Rispettare – ammonisce Napolitano – pur nel dissenso, la coerenza delle riforme in gestazione – sul bicameralismo, sui rapporti tra stato e regioni, e anche sull’altro, fondamentale tema della legge elettorale – è un dovere di onestà politica e di serietà istituzionale».

Al governo Napolitano riconosce un «tasso di volontà riformatrice e di determinazione politica e istituzionale» che ha riscosso riconoscimenti sul piano internazionale, i cui riflessi si sono tradotti in «disponibilità di nuovi interlocutori dell’Italia a investire e operare da noi».

L’antipolitica è una «patologia destabilizzante ed eversiva». Torna il concetto già espresso con durezza una settimana fa ai Lincei e che già allora aveva suscitato le reazioni di Beppe Grillo.

Occorre «continuità»». Napolitano lo ripete ancora in conclusione, quando fa l’unico riferimento al suo prossimo addio: «Tutto richiede continuità istituzionale. A rappresentarla e garantirla mi ero personalmente impegnato ancora una volta, per tutto lo speciale periodo del semestre italiano di presidenza europea». Quel semestre sta per concludersi e il presidente è stanco.

Le prime reazioni alle parole di Napolitano sono generalmente molto positive. Non quelle di Cinquestelle, nessun esponente dei quali è salito oggi al Colle. È il vicepresidente della camera, Luigi Di Maio, a scrivere su Facebook: «Meno male che oggi non sono andato al Quirinale ad ascoltare questa propaganda». Il riferimento è all’affermazione di Napolitano sui risultati elettorali delle europee, che hanno reso l’Italia più forte in Europa.

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  • Kimor Rossi

    Spero che se ne vada al più presto chi votò PD non voleva un governo con alfano , venuto da una finta scisscione di FI per fare un governo privo di identità

    • Paolo Sestu

      E come PdC non voleva un nominato, come l’ebetino!

  • diego

    Napolitano, uno dei migliori presidenti della repubblica italiana.
    Peccato se ne vada. Bene il plauso e l’incoraggiamento al governo Renzi per l’impegno riformista.