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Ucraina sull’orlo del default. Europa e Fmi chiedono austerità a Kiev

L'economia ucraina è a pezzi, senza un intervento dell'Occidente rischia il collasso. Ma Ue e Fondo monetario chiedono in cambio “riforme” pesanti, che gli oligarchi ucraini hanno sempre respinto
Ucraina sull'orlo del default. Europa e Fmi chiedono austerità a Kiev

Una buona notizia dall’Ucraina. Cosa rarissima, di questi tempi. Nel 2013-2014 l’export di cereali è cresciuto sensibilmente, stando ai dati forniti dai produttori. Sono state piazzate sui mercati esteri venti milioni di tonnellate di grano e circa dieci di frumento. Nel biennio precedente ci si era fermati a tredici e sette, rispettivamente.

Non tutto ciò che luccica è oro, a ogni modo. L’ex repubblica sovietica conferma il suo profilo da granaio. Eppure la curva delle esportazioni, più che all’espansione della produzione, si lega alla perdita di valore della moneta, la hryvnia. Non si tratta di una svalutazione competitiva, bensì di un vero e proprio crollo. Il primo gennaio di quest’anno il rapporto tra dollaro e hryvnia, tralasciando i decimali, era di uno a otto. Ora è di uno a sedici. In pratica, la valuta ucraina ha perso in dodici mesi il 100 per cento del suo valore, affondata dalla crisi politica e militare che il paese sta vivendo.

Lo spettro del fallimento
Anche se significativo, la caduta della hryvnia è un solo un dettaglio. È l’intero telaio dell’economia di Kiev, già messo a dura prova al terremoto finanziario del 2008-2009, che sta infatti perdendo pezzi. Davanti a tutto questo i dati sull’export di grano e frumento sono poca cosa. Non spostano di un centimetro il quadro. La buona notizia è relativa.

Fallimento: tutto sembra portare verso questo epilogo. Il Pil, nel 2014, è destinato a perdere circa sette punti percentuali. Dieci circa ne ha persi la produzione industriale, tra gennaio e ottobre. L’inflazione, proprio in virtù del rendimento pessimo della moneta, ha sfondato il tetto del 20 per cento, procedendo di male in peggio. Il paese, da qualche mese, s’è messo inoltre a importare carbone. Prima era totalmente autosufficiente, ma la guerra nelle regioni dell’est ha determinato la chiusura di diversi impianti, ribaltando l’equilibrio della bilancia commerciale del settore e causando persino qualche blackout.

Il numero che più in assoluto preoccupa è tuttavia quello delle riserve. Recentemente sono scese sotto i dieci miliardi di dollari. Livello critico, da default. Servono soldi e servono subito.

La cura del Fmi
Il denaro deve arrivare necessariamente da Occidente e il suo flusso dovrà essere maggiore, a quanto pare, rispetto a quello stabilito lo scorso aprile dal Fondo monetario internazionale, il maggiore tra i prestatori internazionali dell’Ucraina. L’istituzione diretta da Christine Lagarde mise sul piatto diciassette miliardi di dollari in due anni, a cui si sono aggiunti finanziamenti di taglia minore da parte di Stati Uniti e Unione europea.

Il patto, che chiedeva in cambio massicce dosi di riforme, è stato siglato in aprile. Da allora la crisi nell’est del paese s’è evoluta in peggio, spingendo ulteriormente verso il basso i fondamentali dell’economia. Le riforme varate, invece, sono state di portata limitata. Conseguentemente il Fmi (che ha già assistito Kiev nel 2009 salvo poi sospendere il prestito) non si fida più di tanto. Teme che l’Ucraina, dovesse rimandare le consegne, diventi una gola senza fondo. Discorso condiviso dall’Unione europea.

È anche vero, in ogni caso, che Kiev, alle prese con il costoso sforzo bellico, potrebbe dichiarare la bancarotta in assenza di una rapida iniezione di liquidità. Se così fosse, il senso dello sforzo con cui l’Occidente ha deciso di sostenere politicamente l’Ucraina evaporerebbe. È quindi probabile che nei forzieri di Kiev venga dirottata un’ulteriore somma, ancora non quantificabile (si parla di almeno una dozzina di miliardi). Stavolta Christine Lagarde e l’Ue pretenderanno zelo riformista. Non a caso una delegazione del Fmi s’è recata a Kiev, in questi giorni, in cerca di certezze.

Riformisti e antiriformisti
Si direbbe che gli inviati della Lagarde abbiano saputo spiegarsi, se è vero che il governo ucraino è in procinto di fare quello che ha sempre evitato: aumentare la bolletta del metano, tenuta artificiosamente bassa da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese. Questioni di consenso e di voti. Salirà dalle tre alle cinque volte, ha spiegato Andrei Kobolev, il numero uno di Naftogaz, l’azienda statale del gas.

Un altro segnale che deporrebbe a favore della volontà di fare le riforme sta nella presenza, nel nuovo governo, di tre tecnici non ucraini. Sono l’americana Natalia Jaresko, il lituano Aivaras Abromavicius e il georgiano Alexander Kvitashvili. La prima è ministro dell’economia. Il secondo è andato alle finanze. Il terzo alla sanità, bastione della corruzione endemica di cui soffre il paese. Tre dicasteri chiave, dunque, su cui si misurerà la volontà del duo Poroshenko-Yatseniuk di costruire l’Ucraina post-sovietica e aderire alle richieste dei prestatori.

La strada è però anche lastricata di ostacoli, insidie, dubbi. Le riforme infatti vanno a incidere in un tessuto economico dominato da poche, potenti oligarchie che di liberalizzazioni e competitività non ne hanno mai voluto sentire e che oggi, in tempi di conflitto armato, esercitano su Kiev una nuova forma di pressione. Gli oligarchi, infatti, finanziano i battaglioni paramilitari che affiancano sul fronte dell’est l’esercito regolare. Senza queste milizie l’Ucraina non riuscirebbe a tenere testa ai ribelli filorussi. Il potere di ricatto dei tycoon è quindi molto forte e potrebbe tradursi proprio nell’annacquamento delle riforme.

Ma riforme significa anche tagli, austerità, cura draconiana. E Foreign Policy s’è chiesto se sia questa la ricetta idonea, tenuto conto che l’Ucraina, malmessa com’è, avrebbe bisogno più di stabilità che di austerità. Ma stabilizzare, visto che l’Ucraina sta andando alla deriva, può significare gettare soldi all’infinito nel pozzo. C’è da considerare anche questo aspetto.

Qui si torna ai piedi dell’albero. Da una parte c’è Kiev che deve spendere soldi per sostenere la guerra e chiederne di aggiuntivi per fare le riforme, motivando la cosa proprio in virtù della crisi militare (si può dire che sia tatticamente conveniente continuare la guerra?). Dall’altra l’Occidente, che appoggia il cambio di direzione politica che Kiev sta prendendo, ma rischia anche di spendere più del dovuto. Intanto il tempo stringe e il fallimento non è un fattore fantapolitico.

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