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Obama-Raúl, dopo mezzo secolo soffia il vento del disgelo

C’è di nuovo un grande argentino nel destino di Cuba. Ai tempi della revolución si chiamava Ernesto Che Guevara. Oggi si chiama papa Francesco
Obama-Raúl, dopo mezzo secolo soffia il vento del disgelo

C’è di nuovo un grande argentino nel destino di Cuba. Ai tempi della revolución si chiamava Ernesto Che Guevara. Oggi si chiama Francesco. Il papa. Anche lui un rivoluzionario. Dei nostri tempi. La sua arma è la parola. La capacità di parlare a tutti e con tutti, e ascoltare tutti, con l’assillo costante di far sì che questa formidabile chimica della parola conquisti anche gli altri e li metta in relazione tra loro.

Sulla forza del dialogo si basa la sua visione della pace nel mondo.

Non si sapeva di un suo interesse specifico verso Cuba. La sua attenzione sembrava più concentrata sul Medio Oriente. Ma adesso che un suo ruolo emerge, nella storica intesa tra Usa e Cuba, non c’è di che stupirsi. Al contrario: era “logico” che fosse così.

Da tempo i suoi predecessori e la diplomazia vaticana erano attenti all’evoluzione nell’isola caraibica dopo la caduta del Muro. Ma adesso che nella distensione americano-cubana si rivela il protagonismo di Francesco, c’è qualcosa in più rispetto a quanto fatto dai due suoi predecessori.

Conta il suo essere latino-americano. Argentino. Un po’ come contava per Giovanni Paolo II essere polacco, nel processo di sgretolamento dell’impero sovietico.

Ma il papa attuale, proprio questo non vuole e temeva. Che Cuba inevitabilmente si sgretoli con il venir meno dei due Castro, con ripercussioni terribili dentro l’isola e non solo.

Si era dunque fatto urgentissimo, non più procrastinabile, uscire dall’embargo e avviare un processo il più possibile senza scosse e soprattutto senza spargimento di sangue nel dopo-Castro.

Un’urgenza condivisa da Obama. E naturalmente dal pragmatico e ormai ultraottantenne Raul.

Per Obama non si tratta solo di un nuovo, importante gesto di attenzione verso la comunità ispanica statunitense, dopo la svolta sull’immigrazione. Tolta la parte più intransigente degli esuli cubani, i latinos non vedono l’ora di avere relazioni normali con l’Avana, non solo i businessmen.

Obama si rivolge a tutta l’America latina. Significativamente parla di “Americhe”. Parla di un capitolo della storia nuovo per le Americhe.

Da tempo Washington ha preso atto del fatto che l’America latina non è, non può più essere, il suo backyard, il suo cortile da casa. Anche lì l’89 ha cambiato le vecchie coordinate. Ma c’è voluto un po’ per capirlo davvero, a Washington. Questa amministrazione è quella che più attivamente ha cambiato registro nelle relazioni con Messico, Brasile e Argentina. I tre giganti del sud. Tre forze emergenti nell’economia e nella politica mondiali. Tutte e tre contrarie da tempo al proseguimento del crudele e inutile embargo americano verso i fratelli cubani.

Non ultimo conta la relazione speciale tra il presidente americano e il papa, del quale Obama è estimatore e “alleato”. Fin dal suo apparire sulla scena dopo le dimissioni di Benedetto. Anche allora Obama salutò la sua elezione come l’avvento di un figlio delle Americhe.

Ci saranno adesso passaggi delicati nel processo di normalizzazione. A Cuba il regime, per sua natura rigido e irriformabile, dovrà muoversi diversamente. Ne sarà capace? E Obama dovrà contrastare le prevedibili ostilità di una destra, irata perché improvvisamente orfana del nemico comunista, l’ultimo rimasto (Cina, Vietnam e Nord Corea sono altra storia).

L’embargo è stato tolto ma la mentalità dell’embargo, di chi l’ha imposto e di chi la subito, durerà e peserà ancora per un po’.

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  • Kimor Rossi

    una monarchia assoluta teocratica e una dittatura comunista si stanno giocando la buona fede dell’unico vero democratico: il presidente Obama.