Editoriali STAMPA

Tutti in ritardo su Cuba, tranne papa Francesco

Troppi errori e per troppi anni, sia Obama che Castro arrivano tardi a sancire la svolta tra Usa e Cuba. Il nuovo Vaticano di Bergoglio e Parolin invece è stato velocissimo e si candida per un diverso ruolo nel mondo.

Barack Obama ci arriva in ritardo, in extremis rispetto alla fase finale della sua leadership, se non altro giustifica parzialmente, a distanza di anni, quel Nobel per la pace assegnatogli “alle buone intenzioni”.

Raul Castro, anche per conto del fratello, ci arriva a tempo ampiamente scaduto, quando il socialismo cubano è un simulacro non solo del sogno e del modello che fu per un paio di generazioni, ma anche della improbabile minaccia globale a cui volle elevarlo per mezzo secolo la paranoia degli americani.

Al di là della propaganda, siamo al disgelo tra chi difendeva il proprio potere con carcere e negazione della libertà, e chi intorno a questa gabbia ne ha costruita una più grossa utile solo alla propria falsa coscienza e certo non al popolo cubano, come ha ammesso alla fine Obama.

In realtà l’unico che arriva puntuale all’avvio di una fase di normalizzazione che ora pensiamo lunga e che invece sarà probabilmente rapidissima, è papa Francesco.

Il papa argentino ha impiegato tutto sommato pochi mesi – dando forza a monsignor Parolin per un nuovo protagonismo della diplomazia vaticana – per imprimere una svolta così clamorosa alla più antica crisi del suo continente d’origine.

Torna alla memoria la potenza dell’intervento di Wojtyla contro il blocco sovietico. Francesco, tutt’altro tipo di pontefice, già sorprendente per la scossa che ha saputo dare alla vita interna e all’immagine esterna della sua Chiesa, apre ora uno scenario promettente di nuovo ruolo vaticano nelle crisi mondiali. Almeno laddove la parola cristiana può arrivare ed essere ascoltata.

Oltre all’evento in sé, quello che appare storico è la formula adottata da Obama per giustificare la fine dell’embargo. Certo, solo un presidente avviato a fine mandato poteva riconoscere «il fallimento» del blocco che ha segnato cinquant’anni di storia americana sotto amministrazioni d’ogni tipo. E, certo, si aprirà nel Congresso uno scontro che si proietterà nelle presidenziali. Ma un punto è messo. Eppure, per quanto paradossale sia dirlo dopo 53 anni, davvero c’è voluto del coraggio per riconoscere un errore di tale durata.

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