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Sostengo Marino ma cambiamo tutto

Analisi impietosa di cosa ha sbagliato il Pd di Roma e i rimedi che ora dobbiamo approntare

Roma è caduta. Per uno strano gioco del destino la caduta ha coinciso con la gestione di un sindaco che porta lo stesso cognome di un’antica e rapace federazione di tribù germaniche che per tre secoli minacciò con razzie e uccisioni le frontiere dell’Impero.

Un’orda barbarica mossa a guerra dal lusso romano e dal miraggio delle ricchezze dell’Impero. Tutto questo ora è di nuovo sotto i nostri occhi: Alemanno ha aperto le porte di Roma alla depredazione e nonostante anni di denuncia politica c’è voluta – ancora una volta – un’inchiesta giudiziaria per scoprire quel che era chiaro ed evidente da anni.

Il Partito democratico che era nato nel 2008 per sovvertire i paradigmi tradizionali della politica italiana, a partire da una distorta vocazione consociativa dei partiti della Prima repubblica – che però aveva ben altre radici e motivazioni – non è riuscito, a Roma, in questo intento e si è fatto imbrigliare – dall’opposizione – nella rete di un sistema di potere particolarmente odioso, dannoso e volgare.

Al netto degli esiti dell’inchiesta – sperabilmente meno severa di quanto ora sembra per il Pd – questo giudizio politico che personalmente formulai dal 2009 come segretario regionale, attirandomi attacchi feroci ed una opposizione interna durissima anche da chi oggi dice che “si deve cambiare”, ci sta tutto. Oggi è indiscusso e condiviso ma allora non lo era.

Privo di una politica e di una nuova lettura dei vorticosi processi di cambiamento sociale e del senso comune in corso nella Capitale d’Italia, investita dalle conseguenze della globalizzazione, il Partito democratico di Roma ha scelto la scorciatoia più facile e miope che in politica possa darsi: una miscela di propaganda verbale e una pratica consociativa di potere, senza una lettura e conseguentemente una politica. Il nodo era – e rimane oggi ancor più stringente – la somma delle conseguenze di una globalizzazione crescente e incontrollabile: immigrazione, crollo del ceto medio, fine del ciclo immobiliare e finanziario, affanno dello Stato nazionale di cui Roma è il perno.

Beninteso. La globalizzazione portava con se anche opportunità. Ma come ci ha ampiamente raccontato Zygmund Baumann, il mondo sta per ora vivendo principalmente gli aspetti negativi della globalizzazione, mentre le conseguenze positive faticano ad affermarsi. In un mondo più aperto, una grande metropoli come Roma avrebbe dovuto puntare ad accrescere l’internazionalizzazione del suo sistema economico ma la Giunta che si era installata al potere non pensava certo a questo.

Sicché, anziché curare i mail crescenti, essa ha avvelenato un corpo già debilitato con la sua cura depredatoria. E a noi – Pd romano – è mancata la capacità di capire tutto questo.

Anche per questo siamo arrivati al 2013 assistendo all’autodistruzione della destra e pensando che sarebbe bastato assistere al crollo di Alemanno e dei suoi. Siamo tornati in Campidoglio ma senza una politica e dovendo – anche per questo limite – fronteggiare un altissimo astensionismo ed una forte affermazione grillina, simbolo di una protesta senza alcuno sbocco e proposta politica.

Diciamolo chiaramente. Ignazio Marino è stato anche l’espressione di questo limite. L’alibi e la soluzione provvidenziale di un partito senza una sua politica che si affidava ad una personalità “irregolare”. Egli era il candidato vincente e questo fu chiaro da subito. Io lo sostenni alle primarie e ne spiegai le motivazioni con chiarezza a Gentiloni e a Sassoli, candidati più classicamente “riformisti”.

Solo Marino poteva vincere, ma conoscevamo certe sue caratteristiche. Prima fra tutte la sua inclinazione a strizzare l’occhio all’antipolitica, che in fondo non ha mai perduto. Questo, secondo me, è un problema, non certo la “panda rossa”. Non è un difetto morale e ci mancherebbe. Ma non può bastare nemmeno mostrarsi ora come l’argine alla corruzione, perché un sindaco deve essere “in sé” un argine alla corruzione.

Non è dato essere sindaco e non essere tale, è un requisito ineludibile anzi un pre-requisito che però non basta. Ecco perché dico a Marino e al Pd che se vogliamo continuare ad andare avanti con questa esperienza amministrativa è giunto il momento di “cambiare tutto”. Il che significa tornare alla politica. Non servono più scorciatoie populiste o “paragrilline”. Cambiare tutto, per me, non vuol dire mettere bocca sugli assetti della giunta o delle aziende, quella è materia del sindaco.

E lo scrivo con cognizione di causa perché Marino e i suoi assessori sanno che non ho mai alzato il telefono per segnalare nulla e nessuno – se non questioni di merito o problemi del territorio – e tutti sanno con quanto fiato dal 2009 ho chiesto di uscire dai consigli di amministrazione di tutte le aziende capitoline arrivando a presentare una proposta di legge in Parlamento che è ferma in Commissione Affari Costituzionali e che rivoluziona i criteri delle nomine sottraendoli alle lobby e alle tribù partitiche.

Cambiare tutto significa tornare a pensare, a studiare, a interrogarsi su cosa e Roma oggi.

Mettendo insieme le persone, la loro voglia di ragionare e di capire. Dobbiamo farlo tutti insieme senza magliette, senza quelle ridicole sigle che hanno segnato la nostra fasulla geografia interna fino ad oggi. È un problema non solo romano ma nazionale. Ritrovarsi per capire e per cambiare.

Questo spetta al Pd, che deve demolire l’edificio lesionato che abbiamo davanti e ricostruirlo. Sogno un partito che magari si ritrovi per tre giorni in un seminario aperto, organizzato per temi e dove le persone possano stare insieme vincendo le barriere delle tribù che le hanno divise per anni. Sogno un partito che lavori per forum aperti su contenuti e scopra il gusto delle giuste analisi e delle giuste soluzioni. Sogno un’amministrazione che sia onesta ma anche capace di dire ai romani la verità: quello che si può fare e quello che non possono verosimilmente aspettarsi in quattro anni. E che indichi poche cose certe da fare nel tempo limitato del suo primo mandato.

Io sostengo Marino e lavoro per un vero partito democratico. Ma cambiamo tutto.

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  • Nuccio

    Non sono romano e non sto a Roma, ma qualunque progetto politico si abbia in mente c’è un nodo che non è eludibile.
    Il comune di Roma ha un mare di debiti e una infinità di aziende pubbliche.
    Senza la drastica riduzione e riorganizzazione di queste aziende non si va da nessuna parte. Questa è la prima cosa da fare, invece sento che il comune di Roma ha ancora farmacie pubbliche (per di più in perdita) e un’assicurazione, e chi sa quante altre cose inutili. Queste aziende vanno tutte vendute al più presto. Anzi dovevano già essere vendute.
    Tutte queste aziende hanno e probabilmente tutti gli assessorati sono centri di spesa autonomi. Va creata un’unica stazione appaltante per tutti.
    Altre due parole sulla corruzione che non riguardano solo Roma. Si pensa che questa si ridurrà con nuove e più severe leggi e con l’introduzione di nuovi reati. Io non la penso così. Penso che questa sia una parte infinitesimale del problema. E se rimaniamo in questo campo la cosa più importante è rendere più veloce il processo senza scappatoie. Ma il vero problema invece sta nel ridurre il perimetro dell’intervento pubblico e rafforzare il controlli.

  • Felice Sarzano

    Qui da Torino, Roma (meglio la sua amministrazione) appariva e appare qualcosa di intricato e forse opaco. Ora abbiamo capito che c’è anche del torbido. Quello che si sta svelando a Roma è parente prossimo di tante altre situazioni, quali Expo, Mose, lavori a Genova mai fatti, argini i Toscana che si polverizzano, “ecomostri” che hanno vita più lunga del muro di Berlino, case nel Belice consegnate 46 anni dopo il terremoto, un’autostrada iniziata quando gli USA mettevano l’embargo a Cuba e non ancora finita, e via discorrendo. A me non interessa la cronaca giudiziaria. Negli anni si vedranno verdetti e sentenze. Né mi interessa che nei talk show ci si passi la patata bollente da una sedia all’altra: stucchevole. Nemmeno appassiona che un partito o un altro si mobilitino e facciano autocritica,. A me interessa che questi episodi non sono delle malattie disconnesse tra loro, ma sono tutti sintomi di un’unica, profonda malattia: i processi decisionali del nostro Stato sono fuori controllo, dunque alla mercé di qualsiasi mentecatto se ne voglia approfittare.