Cultura STAMPA

Berlinguer, i cattolici e il Pd alla ricerca dell’anima (possibilmente, non perduta)

Un libro s'interroga sulle radici del Pd e riparte dalle lettere che Berlinguer scambiò con Monsignor Bettazzi. È il posto giusto in cui cercare?
Berlinguer, i cattolici e il Pd alla ricerca dell'anima (possibilmente, non perduta)

Bisogna partire dalla fine, per cogliere il senso de L’anima della sinistra (Editori Internazionali Riuniti, 111 pagina, 11 euro), il libro che raccoglie le lettere che Monsignor Luigi Bettazzi ed Enrico Berlinguer si scambiarono tra il 1976 e 1977, sul tema dei rapporti tra i cattolici e i comunisti, i credenti e i non credenti, arricchite dagli interventi di Giuseppe Vacca e Domenico Rosati. Scrive Claudio Sardo, autore del lungo saggio finale, che fin dal titolo dichiara il riformismo di oggi «debole» e insufficiente: «Ora che il Pd è a pieno titolo nel Pse, è arrivato il momento di riscoprire il valore di alcune originalità della cultura politica italiana, e di alcune ricchezze che la sinistra, nelle sue varie articolazioni, ancora custodisce».

Il patrimonio da riscoprire, in realtà, tanto poco frequentato non è. Anzi, è stato uno dei più interrogati, riflettuti e fatti operare. Sardo stesso lo riconosce: «Non ci sarebbero stati in Italia né l’Ulivo né il Pd – ricorda, stavolta nella prefazione – senza la storia del Partito comunista italiano e la particolare natura della Democrazia cristiana italiana e senza la vitalità delle idee e delle esperienze maturate nell’associazionismo cattolico».

Dunque perché tornarci ancora? Perché ora?

Il primo motivo è il trentesimo anniversario della morte di Berlinguer, il secondo è la discussione politico-culturale italiana e in particolare quella sulla natura del Partito democratico. Chi scrive non c’era nell’Italia di allora e si è sentito trascinare in quel tempo dalla lettera bella e ariosa di Bettazzi, dove s’incontrano frasi di questo tipo: «Il Vangelo non costituisce un’alternativa, tanto meno una contrapposizione alla “liberazione” dell’uomo, ma ne dovrebbe costituire l’ispirazione e l’anima». Si rimane sorpresi, come trovandosi di fronte a qualcosa di noto come la politica ma fatta in modo totalmente diverso, dalla riposta ufficiale e sorvegliata del segretario del partito comunista, studiata parola per parola, preoccupata di iscriversi alla tradizione dei Togliatti e dei Longo per poterne in qualche modo uscire fuori – rinnovarsi, restando uguali.

Si ha l’impressione di capire al volo il modo in cui funzionassero le teste dei cattolici e i comunisti nell’Italia del ’76 e ’77 e che significato ebbe il loro avvicinamento. Benché, per capirlo veramente, ci sia bisogno di leggere i saggi di Vacca e di Rosati, che spiegano (soprattutto il primo) con alta competenza cosa sia stata la questione cattolica per il comunismo italiano e cosa quella comunista per i cattolici italiani.

S’imparano un sacco di cose su queste pagine. Il guaio di noi giornalisti però è che a un certo punto ci domandiamo: «Ma cosa serve tutto questo oggi?». Sardo, che giornalista è, ed è stato anche direttore dell’Unità, prova a rispondere: facendo delle intelligenti osservazioni su come è stato ricordato Berlinguer in questo trentennale, cioè tutto schiacciato sul suo tema ultimo – la questione morale –, dimenticandosi invece l’altro suo rovello – il compromesso storico – arrivando così al paradosso di considerarlo un eroe dell’antipolitica dei nostri giorni. «È una caricatura – annota Sardo – disegnare Berlinguer come un moralista impolitico. Enrico Berlinguer era il capo di un partito e riteneva i partiti esemplai alla politica democratica e all’esistenza stessa della sinistra».

Sardo si preoccupa anche di smontare l’idea che la questione morale e la rivendicazione della diversità comunista siano stati la causa «dell’isolamento teorico e pratico del Pci negli anni ottanta». Contro Miriam Mafai, capofila di coloro che hanno invitato a «dimenticare Berlinguer» (questo il titolo di un suo brillante saggio), Sardo pensa che l’eredità berlingueriana sia del tutto attuale. Perché la sinistra ha bisogno di una spinta ideale forte, di una «trascendenza», addirittura, e non può fare a meno delle «riserve critiche che il pensiero religioso, o le nuove soggettività, offrono in un tempo in cui si parla di fine della storia».

Si può essere d’accordo o meno. Ma il punto è: bisogna per forza cercarla là – in Berlinguer e nel suo dialogo con i cattolici – l’anima della sinistra? Sopratutto oggi che i comunisti si sono estinti, e nemmeno i cattolici si sentono tanto bene? Il rischio è che l’anima finisca per coincidere con un episodio della storia italiana, per quanto originario e originale possa essere: anziché con la parte più vivente di un essere, umano o politico che sia. Il mondo è oggi una moltitudine di solitudini, nel lavoro e nella società – come può il dialogo tra i popoli di due istituzioni collettive e identitarie – in fondo due chiese, come quella cattolica e quella comunista – fornire ai singoli le parole capaci di distruggere ciò che rende ciascun uomo nemico, cioè competitor, dell’altro uomo?

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  • HB

    e invece dovrebbe, per rispondere alla domanda finale. Ma aver dimenticato il processo che ha portato nel 1995 all’Ulivo, vedi le scelte di questo governo e l’alleanza spuria con le peggiori destre non naziste d’Europa, rende tutti i gatti bigi la notte.