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Dopo New York poliziotti in massimo allarme e neri con più armi

Dopo l'uccisione di due "cops" a Brooklyn, gli agenti delle grandi città temono nuove aggressioni. Ma le statistiche dicono che i bianchi sono autori della maggioranza degli attacchi. E tra gli africano-americani sempre più popolare il possesso di pistole
Dopo New York poliziotti in massimo allarme e neri con più armi

Per i “cops”, come sono chiamati i poliziotti in America, è massimo allarme. Specie nelle grandi città. Dove i dipartimenti di polizia e i sindacati di categoria hanno invitato tutti gli agenti a prendere precauzioni temendo il ripetersi di episodi come quello avvenuto a Brooklyn sabato pomeriggio. A New York, ai 35mila agenti della metropoli, il sindacato locale ha dato istruzioni di rispondere alle urgenze inviando sul posto sempre due pattuglie, anche – se è il caso – contravvenendo agli ordini dei loro capi. In strada sempre almeno in tre. E giubbotto antiproiettile. Nessun arresto, «se non assolutamente necessario». A Newark, città con una notevole comunità africano-americana, una direttiva istruisce gli agenti a non pattugliare mai da soli e a evitare individui che cercano lo scontro. A Filadelfia, a Boston, in altri grandi città, stesso tipo di istruzioni. Con l’esortazione a non alimentare il conflitto, già rovente, con post polemici sui social media.

Indubbiamente, c’è un eccesso emotivo in queste reazioni, e bisogna vedere quanto alimentato ad arte, con l’intenzione di rovesciare la narrativa che monopolizzava i media prima dell’uccisione degli agenti Rafael Ramos e Wenjian Liu, sotto i colpi esplosi dal ventottenne nero Ismaayl Brinsley. Fino a sabato scorso, infatti, dominavano le scene ossessivamente ripetute da tv e siti web di Eric Garner soffocato a morte dagli agenti a Staten Island e poi il video choc di un agente in borghese che picchia un ragazzino di colore ammanettato da una pattuglia, in pieno giorno, lungo la East Broadway.
Adesso le vittime sono gli agenti. A soffiare sul fuoco i media di destra e personaggi come l’ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, a cui si devono i metodi brutali impiegati dalla polizia locale e stigmatizzati più volte dall’attuale sindaco Bill de Blasio, pertanto finito in cima alla lista dei politici bersagliati in questi giorni, i “cattivi maestri” di personaggi come Ismaayl Brinsley.
«Abbiamo avuto mesi di propaganda, a partire dal presidente, che tutti dovrebbero odiare i poliziotti» ha detto l’ex-sindaco sceriffo, riferendosi a Obama, a de Blasio, al ministro di giustizia Eric Holder e al leader africano-americano Al Sharpton. Tutti responsabili di volerci veder chiaro nei metodi della polizia nei confronti della popolazione di colore e di cercare di imporre atteggiamenti in linea con l’uniforme che indossano.

Naturalmente, il sottotesto delle istruzioni diffuse tra gli agenti è quello di stare attenti agli africano-americani, affibbiando a nuovi potenziali aggressori, di colore, il profilo di Brinsley.
Peraltro questa narrativa subliminale, oltre che razzista, è manipolatoria, anche perché nella realtà dei fatti – secondo gli stessi dati della Fbi – non solo negli ultimi due decenni sono notevolmente diminuiti i casi di violenza e gli attacchi mortali nei confronti degli agenti di polizia in America, ma risulta anche che la maggioranza di questi atti è stata compiuta da aggressori bianchi.

Al tempo stesso, in galera finiscono molti più neri che bianchi, e sono reclusi in prigioni che scoppiano. Dal 1980 al 2008 la popolazione carceraria statunitense è quadruplicata, passando da mezzo milione di detenuti a 2.3 milioni (nelle carceri c’è un quarto di tutti i detenuti del mondo). E quasi la metà dei carcerati in America è nera. Sommati, neri e ispanici arrivano al sessanta per cento della popolazione carceraria americana, una percentuale spropositata in rapporto alla percentuale di neri e di ispanici nel complesso dell’intera popolazione statunitense (un quarto della quale è africano-americana e latina).
Sono questi – al di là delle forti emozioni del momento, legate a fatti drammatici come l’uccisione degli agenti Ramos e Liu (peraltro anch’essi appartenenti a minoranze) – i dati su cui si deve ragionare a mente fredda. E agire politicamente di conseguenza.
Altrimenti, il rischio reale, e tutt’altro che remoto, è l’avvitamento dell’America in uno scontro razziale che potrebbe assumere anche gli aspetti di guerra civile, specie nelle parti più esposte del paese.

A suggerire uno scenario così preoccupante sono i dati più recenti sugli atteggiamenti nei confronti delle armi da fuoco. Secondo una ricerca del Pew Research Center (condotta tra il 3 e il 7 dicembre, cioè dopo i fatti di Ferguson e Staten Island ma prima dell’uccisione degli agenti Ramos e Liu) è di nuovo in forte crescita il “partito della pistola facile”, soprattutto nella popolazione di colore. Dopo l’eccidio nella scuola di Sandy Hook, in Connecticut, nel dicembre 2012, si era rafforzata l’opinione a favore di un controllo maggiore nell’acquisto e nella diffusione delle armi da fuoco. Due anni dopo si osserva un aumento dei “pro-gun”, degli americani favorevoli alle pistole, particolarmente evidente tra gli intervistati africano-americani (più 25 per cento contro l’otto per cento in più tra i bianchi). Significa che il 54 per cento dei neri si sente più al sicuro possedendo un’arma da fuoco.

Per la prima volta, in vent’anni, si nota una maggioranza dei favorevoli alle armi da fuoco rispetto ai sostenitori di regole di controllo del loro possesso. Non è una buona notizia per l’America dei diritti, ed è un pessimo presagio, se la scena finisce per essere dominata dalle teste calde e dai Giuliani.

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  • Joey Burks

    Can you get any more left wing biased you Euro trash?

  • Antonio Carullo

    1 pessimo articolo! troppo fazioso!