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Nuovo segretario generale, sarà solo politica?

A farne le spese, alla lunga, sarà il prescelto di domani, dall’indomani etichettabile come uomo del presidente, o di qualcun altro o qualcosa d’altro. Non un criterio, non un identikit, una fisionomia, non una ricognizione del perimetro del ruolo

Ci sono due modi per leggere l’intricata vicenda della nomina del nuovo segretario generale di Montecitorio. Il primo con l’uso di un microscopio, che illumini il microcosmo dell’amministrazione interessata, inseguendo, nella più totale assenza di trasparenza ufficiale, il pettegolezzo di stampa: che racconta di beghe tra i partiti e all’interno degli stessi, di tensioni tra le cariche istituzionali – il presidente della camera, cui spetta di proporre il segretario generale, e i membri dell’ufficio di presidenza, che votano quella proposta – di contrasti forse anche tra gli stessi funzionari chiamati in causa. Quest’ultimo sarebbe il dato peggiore, per una amministrazione nella quale la competenza viene dopo una terzietà non di facciata, del tutto speciale, incondizionata. Una vera e propria ragione di esistenza.

Il secondo modo richiede l’uso di uno strumento che inquadri l’insieme della dirigenza pubblica, dentro il quale il capo di un’amministrazione parlamentare si incastona come una singola tessera in un grande mosaico. La conclamata volontà di cambiamento del paese – parola ormai magica, che sembra escludere la eventualità di cambiamenti peggiorativi, al pari dell’altra parola magica, le riforme – travalica ogni buona intenzione se il “paese dirigente” non risponde alle sollecitazioni e va per conto proprio, ovvero in tante direzioni diverse.

Il dilagante e incondizionato potere di nomina che la politica esercita disinvoltamente, con ingordigia e con strumenti del tutto primitivi e anacronistici, se da un lato sdrammatizza nel dettaglio del microscopio singoli errori di scelta, produce veri disastri, pubblici e generali, se mal gestito su vasta scala, finendo per ritorcersi contro la politica stessa.

Errori in serie, a Montecitorio, a quanto si apprende, sempre ricorrendo ai retroscena dell’informazione: errori sufficienti per revocare la patente di guida e di nomina ai piloti, se si trattasse di un organismo responsabile operante in regime di concorrenza.

La politica, accanita nella volontà di perseguire il dito della responsabilità civile di questa o quella categoria, trascura la luna della responsabilità propria, di governante, di decidente, di nominante. C’erano un tempo le elezioni, a permettere di far valere le responsabilità, con la scelta dei propri rappresentanti, e la bocciatura degli altri: quel tempo è passato. Che risieda in questo strabismo il vero primato della politica?

Primo errore, tragico in un organismo equidistante per definizione, è quello di occuparsi solo di nomi, accanto a ognuno dei quali ormai si può legittimamente scrivere la sigla di un partito, o di un segmento di partito, o il nome di una personalità politica. Sarà quindi una nomina politica, al di là delle intenzioni.

A farne le spese, alla lunga, sarà il prescelto di domani, dall’indomani etichettabile come uomo del presidente, o di qualcun altro o qualcosa d’altro. Non un criterio, non un identikit, una fisionomia, non una ricognizione del perimetro del ruolo: la simmetria incentrata ed esaurita sull’equazione camera uguale assemblea, esclude che il segretario generale che sarà – in un ambito che esclude surrogati dell’influenza di uno spirito santo – abbia dato fin qui prova di sapere come si guida un’amministrazione di oltre millecinquecento persone, come si legge un bilancio, come si programma una pianta organica, come si circoscrive il potere irresponsabilmente concorrente di un organo politico con invasivi poteri amministrativi. Ovvero il collegio dei questori, composto di tre deputati dotati di poteri diretti sull’amministrazione.

Altro che separazione tra politica e amministrazione di bassaniniana memoria. Basti pensare alla procedura di nomina del capo dei commessi, ruolo di grande responsabilità: nomina che avviene in piena cogestione tra i questori e il segretario generale (comunque tre contro uno), mentre la responsabilità della condotta di quello che può assumere il ruolo di un corpo separato sarà tutta del soccombente o, peggio, conciliante capo dell’amministrazione.
È solo un esempio: pittoresco dal punto della responsabilità amministrativa, non tra i più significativi sul piano sostanziale.

Ancora, tra gli errori: l’ancoraggio ostinato del presidente della camera a una norma regolamentare che le affida il potere di proporre il nuovo segretario generale, cristallizzando un anacronistico rapporto esclusivo e simbiotico tra vertice politico e vertice amministrativo, e privando quest’ultimo di un ruolo formale di sintesi tra tutte le espressioni politiche della camera, da surrogarsi attraverso eventuali relazioni ulteriori, personali, non previste. Comunque di rango minore. Con i rischi che ciò, nell’ambito più politico che esista nel paese, può produrre in termini di trasparenza ed equidistanza. E che produrrà, a seguito di questa vicenda, inevitabilmente.

Non mettiamo tra gli errori, invece, il fatto che il prescelto possa essere un collaboratore diretto del presidente. Non necessariamente, trattandosi di un ordinario funzionario parlamentare. Preoccupa semmai di più che si possa parlare – stando ai soliti pettegolezzi di stampa, di altro non si dispone – di vicinanza tra l’uscente e il possibile subentrante. E, per converso, di lontananza con altri. Preoccupa quale misuratore della compattezza del corpo amministrativo, e quale avvisaglia delle difficoltà che attenderanno il prescelto.

Sembra consolante, invece, la considerazione che una nomina approssimativa, anche errata, sia un semplice tassello di un mosaico il cui volto complessivo potrà attenuare quella luce stonata.

Consolazione però di breve durata, se si pensa che – di nomina approssimativa in nomina sbagliata – ne è uscito un quadro di insieme della dirigenza del paese stonato, inadeguato, poco incline a un concorso alla volontà di cambiamento del paese. C’è chi considera quello della selezione della dirigenza vasta dell’apparato pubblico il problema dei problemi, e la soluzione ad esso terribilmente complessa e comunque destinata a una snervante gradualità, anche perché affidata agli stessi responsabili della situazione
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Necessariamente, affidata agli stessi?
Sì, se si considera che la responsabilità finale, il sigillo ufficiale sulla nomina dei “collaboratori non politici della politica”, è bene che resti, in un sistema democratico, nelle mani della politica stessa. Non necessariamente, se si accettasse di introdurre nel procedimento dei temperamenti all’attuale arbitrio della politica: a patto che non si consideri utile temperamento il passaggio con voto nelle commissioni parlamentari, fonte di baratti e, comunque, implementatore di un tasso di politicità già esuberante. Temperamenti utili nell’immediato, a tampone: per farvi seguire un sistema di vere garanzie.

Il tema è assai complesso, e andrà trattato autonomamente, senza costrizioni alla sintesi. Al momento, si potrebbe introdurre, quale iniziale temperamento, un sistema di presentazione di candidature, trasparente e pubblico: da solo, renderebbe impossibili certi misfatti, quale quello che, in un recente passato, ha portato il titolare di una catena di macellerie, già candidato in una lista politica, all’interno di un’autorità indipendente e altamente specialistica. Servirebbe, ancora, un passaggio procedimentale di valutazione di ogni singolo curriculum – corollario automatico di ogni sistema di candidature – da parte di un organismo tecnico specializzato. Specializzato anche nella misurazione delle capacità di decisione e di guida.

Meglio, si perdoni la diffidenza, se operante sul mercato internazionale: che rilasci delle valutazioni esse stesse pubbliche, e quindi da rigettare o accogliere. Difficili da rigettare con gli strumenti odierni della politica, basati prevalentemente su aspetti assai poco tecnici. Anche un sistema di audizioni pubbliche restringerebbe l’area incontaminata dell’arbitrio. Per ora siamo ai deterrenti, di immediata introduzione: poi si potrebbe passare, per l’appunto, alla costruzione di un sistema di maggiori garanzie.

Per cominciare un’inversione di rotta, potrebbe bastare, o almeno servirebbe. Chi vuole il cambiamento del paese, davvero, scagli la prima pietra, quella della propria disponibilità.

Segretario generale della camera dal 1994 al1999, presidente del Comitato tecnico scientifico per la valutazione nelle amministrazioni dello stato dal 2000 al 2007

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