Cultura STAMPA

Panettone variabile

Una volta era un simbolo di Milano, nel tempo ha conquistato l'intero paese a colpi di spot e rivisitazioni
Panettone variabile

Una volta era un simbolo di Milano, come il Duomo o il teatro alla Scala. Il tradizionale dolce di Natale, con uvetta sultanina e frutta candita è ormai diffuso in tutto il paese e si è conquistato un primato indiscusso tra zeppole, mostaccioli, torroni e croccanti.

Complici anche le sempre rinnovate rivisitazioni che, strizzando l’occhio alle tradizioni locali, lo farciscono di crema al limoncello, al pistacchio, al tiramisù e propongono varianti di ogni forma e dimensione, dalle stelle alle comete all’abete addobbato. Non sempre attecchiscono tra gli amanti del vecchio panettone di Milano, quello alto, “pulito”, senza glassa, mandorle né interferenze “blasfeme”, perché il panettone è sacro come la Madonnina del duomo, e si deve gustare secondo i suoi intoccabili crismi. Tutt’al più con un fiocco di panna montata, ma servita a parte.

A loro, innannzitutto, si rivolge la Motta, prima con quel celebre spot che invitava Babbo Natale a buttarsi sul morbido, rassicurato da un bambino bellissimo, e ora cedendo la parola a Ale&Franz che fanno gli spiritosi seduti su una panchina sullo sfondo delle guglie.

Vince la tradizione anche con un’altra storica e blasonata azienda milanese, le Tre Marie, che orgogliosamente esorta a permettersi un prodotto di nicchia almeno a Natale (“A Natale c’è un lusso che ti puoi sempre permettere”).

Ma ora usciamo da Milano e spostiamoci a ovest, nel basso Piemonte, in provincia di Cuneo. Per la precisione a Fossano, una cittadina tranquilla di venticinquemila abitanti, famosa per il castello sabaudo dalle quattro torri. Ecco, pare che da qui esca il 40 per cento della produzione italiana di panettoni.

Fossano, per chi non lo sa, è la patria di Balocco e di Maina, le due aziende leader nel settore dolciario che tutti conoscono anche grazie a testimonial con griffe che si sono succeduti nel tempo, dalle gemelle Kessler (“Balocco, il panettone che si gusta due volte”) a Nino Frassica (“Maina, ma che buono che buono che buono”) fino a Fiorello, volto di Maina per ben quattro anni. Ve lo ricordate nei panni di un boss malavitoso quando intimava di acquistare il gran nocciolato perché “a Natale mai senza Maina, non è publicità è un avvertimento”?

Ma ora che il prodotto è ben collaudato, atteso e acquistato da centinaia di famiglie già prima di Natale, magari consumato come sostanziosa colazione invernale, anche i testimonial non servono più.

Basta un paesello in collina e i buoni consigli di un saggio signore con la barba bianca, il signor Balocco, lo stesso che ci rassicura tutto l’anno della bontà dei suoi biscotti, testimone fidato della lunga tradizione familiare di un’azienda nata come pasticceria nel 1927.

Basta la cura e la pazienza di una lenta lievitazione a garantire che “piano piano buono buono”. E con questo adagio, perdonateci il gioco di parole, Maina ha festeggiato il suo primo mezzo secolo di vita e di dolcezza. Tra le iniziative un concorso rivolto alle scuole elementari che invitava i bambini a “mangiarselo con gli occhi” o a “coltivare i propri sogni” attraverso un disegno, utilizzabile per il packaging, noi speriamo del prossimo anno. (Per il packaging Maina ha vinto l’edizione 2014 di Dolci&Consumi Awards). Ne sono arrivati più di cinquecento. Tra questi c’è un aereo da cui volano i panettoni su un paesaggio urbano con le finestre illuminate. Dentro le case, le famiglie, le tavole imbandite, gli abeti illuminati, fuori i tetti e i campanili innevati. È il nuovo spot, con quella sfilata di Babbi Natale niente male che cantano e ballano. Fa più Natale.

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