I colori del nero STAMPA

Aquila Nera, un fascismo di provincia dai miti arrugginiti

L'inchiesta dell'Aquila racconta una storia “provinciale” rispetto alla galassia nera degli ultimi decenni, legata a riferimenti ideologici datati anche per la sottocultura dell'estrema destra
Aquila Nera, un fascismo di provincia dai miti arrugginiti

Ci sono le armi, quelle sequestrate dai Ros, e quelle che il gruppo progettava di procurarsi illegalmente in Slovenia o nel resto della ex Jugoslavia. E ci sono le minacce, quel terribile appello all’azione ripetuto più volte da quello che gli inquirenti considerano come il leader della struttura che, intercettato, spiegava: «È giunto il momento di colpire, ma non alla cieca. Non come alla stazione di Bologna. Vanno colpite banche, prefetture, questure, uffici di Equitalia, con i dipendenti dentro. (…) Credo che la via dell’Italicus sia l’unica percorribile».

È l’esistenza di un pericolo immediato che ha spinto la procura della Repubblica dell’Aquila a intervenire contro gli appartenenti alla formazione clandestina autodefinitasi come Avanguardia Ordinovista (14 persone arrestate e 31 indagate tra l’Abruzzo, le Marche, il Friuli e la Lombardia, ma anche a Roma, Torino e Palermo). Ma ancora prima l’inchiesta, che arriva a qualche settimana da quella battezzata Mafia Capitale, rivela come il neofascismo, anche quello potenzialmente pericoloso non solo in termini politici, continui ad avere nel nostro paese anche un radicamento per così dire “periferico”, lontano sia dai centri di potere che dalle contraddizioni sociali più marcate.

Quella descritta nelle carte dell’indagine “Aquila Nera”, e ampiamente illustrata dal tono e dai contenuti delle numerose intercettazioni trascritte, è infatti prima di tutto una storia di provincia, descrive perlopiù una geografia marginale anche agli assi della galassia nera che si è affermata negli ultimi decenni. Buona parte delle persone indagate, molte prossime ai cinquant’anni, si muove in piccoli centri, agita riferimenti “ideologici” che appaiono, seppur terrificanti, datati anche nell’ambito delle sottoculture dell’estrema destra.

Stefano Manni, l’ex sottoffuciale dei carabinieri indicato come il leader del gruppo, vanta la propria parentela con Gianni Nardi, terrorista nero di Ordine Nuovo morto in circostanze poco chiare in Spagna nel 1976. Mentre Luca Infantino, di Legnano, un po’ più giovane della media degli altri “camerati”, sulla pagina web della Scuola politica Triskele – che avrebbe dovuto costituire l’ossatura ideologica del gruppo, che progettava attentati ma anche di fondare un proprio partito – riproduceva il testo di un opuscolo dedicato al processo a Ordine Nuovo del 1973, anno in cui l’organizzazione fu sciolta dal ministero del’Interno.

Del resto, secondo gli inquirenti, il punto di riferimento ideologico del gruppo sarebbe stato Rutilio Sermonti, da tempo trasferitosi da Roma ad Ascoli Piceno, che a 93 anni, incarna la memoria fascista delle origini, passando dalla Rsi ai Far, dall’Msi a Ordine Nuovo e che, dopo aver scritto di politica, arte e contro le tesi di Darwin sull’evoluzione della specie, è stato negli ultimi anni anche candidato di Forza Nuova.

Se i social network, e Facebook su tutti, rappresentavano il vero terreno di caccia del gruppo che intendeva “arruolare” nuovi adepti, a fronte dell’attuale numero davvero esiguo di militanti, la presenza sul territorio era scarsa e, ancora una volta, concentrata in realtà della provincia. Tra gli indagati, si trovano così da un lato una consigliera comunale del partitino di Fascismo e Libertà, all’origine fondato da Giorgio Pisanò e poi passato per varie scissioni e rinascite, eletta in un piccolo centro del chietino, dall’altro alcuni aderenti alla sigla dei Nazionalisti Friulani, già considerati vicini al movimento dei Forconi.

Definire “provinciale” il profilo di questo gruppo che ha scelto di evocare addirittura l’esperienza del terrorismo di Ordine Nuovo e della strategia della tensione non significa però sminuirne la pericolosità, della cui consistenza l’indagine saprà dire di più in seguito. Piuttosto si tratta di constatare come, accanto al tentativo di cavalcare il malessere metropolitano in funzione xenofoba, come accade con il montante fascio-leghismo plasticamente definito nell’abbraccio tra Casa Pound e la Lega di Salvini, o di intrecciare il proprio destino, rinsaldando antichi sodalizi comunitari, con quello della destra politica postfascista negli anni del berlusconismo, come rivela, su tutte, la traiettoria di Massimo Carminati, il neofascismo in Italia abbia ancora anche il volto apparentemente inoffensivo dei piccoli centri e delle sparate da bar, oggi da Facebook.

Si può sorridere ricordando come proprio Montesilvano, la cittadina balneare alla porte di Pescara dove è stato arrestato il presunto capo di Avanguardia Ordinovista, sia stata negli anni Novanta lo scenario della La guerra degli Antò, film tratto dal quasi omonimo romanzo di Silvia Ballestra che raccontava le gesta di quattro punk abruzzesi. Senza però dimenticare che molto prima dell’avvento dei mediatici “fascisti del terzo millennio”, buona parte della storia del neofascismo e delle “trame nere” si era svolta in piccoli centri di provincia.

Perfino la strategia delle bombe che avrebbe portato alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 era stata elaborata e messa in atto all’ombra dei campanili della provincia veneta e in piccoli depositi di armi ed esplosivi sparsi per tutto il profondo Nordest.

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