Editoriali STAMPA

Renzinomics, il bilancio di un anno (e il rischio di tirare a campare)

Una montagna di riunioni europee, summit e vertici, alla fine l'Europa ha prodotto di più solo nella convegnistica. L'Italia s'è salvata dal baratro ma rimangono troppe incognite, se non si abbatte l'indebitamento con misure drastiche.

Come le monete, il bilancio dei 300 giorni di Renzi al governo ha due facce: la prima è quella stellata dell’Europa, croce e delizia degli ultimi sei anni, la seconda è la leonardiana di casa nostra, dove le cose vanno male da tempo e non solo per colpa della matrigna moneta unica. Logico quindi dividere in due tempi, come in un film, un’analisi della situazione.

L’Europa e l’illusione del semestre.

Se è vero che tutti i sogni muoiono all’alba, quelli legati alla presidenza Ue sono evaporati ben prima della scadenza naturale del turno italiano. Su queste colonne si è sostenuto in tempi non sospetti che l’occasione si sarebbe tramutata in una Fortezza Bastiani da vigilare a fondo perduto, a causa del cambio della guardia tra vecchia e nuova Commissione e vecchio e nuovo Parlamento. E così è stato, con l’aggravante che nei posti chiave delle istituzioni che contano non sono arrivati amanti dell’Italia e del suo dolce spendere: Juncker, Tusk, Schulz e Katainen ci hanno fatto subito la faccia feroce e non si fermeranno alle mimiche corporali.

Il nodo è la discrasia operativa esistente  tra Roma e Bruxelles. In Italia, si può contare su qualche mese di tempo (a voler essere ottimisti) per realizzare quello che si annuncia, in Europa, tutto va incassato e deciso ben prima dei vertici. Che diventano quindi inutili, come vuoti restano spesso i contenuti concreti delle dichiarazioni finali. Immersi in un diluvio di meeting effimeri. In poco meno di 184 giorni di presidenza italiana, si sono succeduti, a guida del governo Renzi, ben 242 incontri, quasi due ogni 36 ore, e gli esiti, scarsi, si potevano già leggere nelle bozze preparate dagli sherpa ben prima che capi di Stato, premier e ministri si incontrassero.

La stessa cosa è avvenuta anche all’ultimo summit chiusosi il 19 dicembre con la promessa dello scomputo delle spese da investimenti per il Fondo Juncker dal calcolo del 3% (e ci mancherebbe altro) e la battuta in stile Mina del premier («parole, parole, parole…»).

Così va il pazzo mondo dell’Unione. Nonostante una situazione economica allarmante, i leader degli esecutivi dell’Ue si sono ritrovati per 7 Consigli europei tra ordinari e straordinari, 36 Consigli Ecofin e affini (solo due sulla disoccupazione), 36 riunioni informali, 59 Comitati politici e di sicurezza, 61 altri eventi istituzionali, partecipando in alcuni casi alle 23 riunioni ‘’plenarie’’ del Parlamento Europeo. Nei ritagli di tempo c’era poi da governare un paese. L’unico risultato effettivo del tanto atteso semestre europeo a guida tricolore sulla carta è stato così quello di aver fatto inserire nel vocabolario della troika e degli euroburocrati la parola ‘’crescita’’: in realtà l’unico Pil che è aumentato è stato quello della convegnistica. Forse si è fatto un bel gioco ma il risultato è stato zero a zero.

Numeri alla mano, dal primo luglio a questo ultimo scorcio di dicembre, come ricordato su Milano Finanza, i principali indicatori economici dell’Eurozona e del Belpaese sono rimasti sostanzialmente inchiodati. Nell’area euro, a fine giugno il Pil cresceva dello 0,8%, lo stesso tasso del terzo trimestre, la disoccupazione viaggiava all’11,6% contro l’attuale 11,5%, il tasso di esportazioni aumentava dell’1,4% (1,3% a fine settembre), mentre il DJ E Stoxx 50 veleggia intorno ai 3.000 punti contro 3.200 di sei mesi fa. Una performance da economia congelata: che qualcuno la tolga finalmente fuori dal freezer, tra una riunione e l’altra, senza contare più di tanto sul prossimo QE della Bce e sul piano finanziario della Commissione europea che con 21 miliardi di euro veri ne vuole mobilitare più di 300. Si può anche essere dei campioni della politica, ma con queste liturgie non si va da nessuna parte.

L’Italia e la voglia di fare

Anche in casa le cose non vanno meglio ma sicuramente il bicchiere è mezzo pieno, visto che si è rischiato di non averlo più. Basta rileggere i fondamentali dell’ultimo scorcio del 2011, quando Silvio Berlusconi passò il testimone a Mario Monti, per capire che l’Italia del 2015 che si trova a guidare Matteo Renzi non è più in terapia intensiva: tre anni fa il baratro l’abbiamo visto in faccia, come accade al protagonista di Cuore di tenebra di Conrad. Lo spread è diminuito di oltre 300 punti base (era a 474 a fine dicembre 2011 ora veleggia intorno a 130), l’inflazione è sparita, il crollo del greggio e la discesa dell’euro rappresentano, almeno sulla carta, un possibile volano di ripresa, non mancano, per fortuna, i soldi per le tredicesime dei pubblici dipendenti. Nonostante ciò, le sfide che attendono l’ex sindaco sono enormi. Ha ereditato un paese fermo, senza speranza e ancora non è riuscito a rialzarlo.

Il nostra paese è un cantiere di riforme in divenire, ma in termini di variabili economiche, da quel 22 febbraio in cui il governo giurò nelle mani di Giorgio Napolitano, è cambiato poco. Il differenziale di interessi tra Btp e Bund a dieci anni è diminuito da 174 a 134 punti base e sembrerebbe (Grecia ed elezioni elleniche permettendo) in costante calo; Il Pil ha arrestato la sua discesa dal meno 1,2% di fine 2013 al meno 0,5% che si attende a fine anno; la borsa resta quasi stabile con il Ftse Mib sotto quota 20.000 punti (era 20.391 dodici mesi fa); il debito pubblico è aumentato di un’altra cinquantina di miliardi (da 2.108 miliardi di euro a 2.158), mentre il tasso di disoccupazione ha superato quota 13% (13,2% contro 12,7%).

Da queste poche righe si capisce perfettamente quali siano i due principali nodi da sciogliere: incentivare la nuova occupazione, sostenendo il reddito delle famiglie, e scrollarsi di dosso parte dell’indebitamento statale, che rappresenta l’unica vera minaccia nel caso dovessero aumentare i tassi d’interesse ed esserci turbolenze sui mercati.

Dal punto di vista della politica economica, la legge di stabilità da 35 miliardi, condotta parzialmente in deficit, riparte dal famoso fattore 80: è l’ammontare del bonus fiscale in euro, reso stabile anche nel 2015 e cifra del successo elettorale del Pd alle elezioni europee, ma anche l’assegno in miliardi che occorre staccare ogni anno per pagare gli interessi sul debito. Sarà cruciale avere un ruolo attivo a cavallo del QE di Draghi e del piano da 300 miliardi di investimenti della Commissione europea.

Il lavoro è il secondo livello di azione. I disoccupati sono più di 3 milioni e 400 mila, le grandi imprese non investono, le medie spariscono, le Pmi resistono. Non basta. Per ogni fallimento in Italia hanno aperto 27 start up tra gennaio e settembre 2014. Ma un’azienda su tre che chiude aveva meno di quattro anni, un segnale non incoraggiante. Bisognerà vedere se il fertilizzante rappresentato dallo sconto Irap sul costo del lavoro e dalla decontribuzione delle nuove assunzioni non verrà neutralizzato dalle nuove norme del Jobs Act sui licenziamenti e dalla miriade di clausole di salvaguardia, che dal 2016 in poi, tra aumenti dell’Iva e della tassazione sulla casa, rischiano di trasformarsi in una gragnuola di tasse.

Poi c’è la madre di tutti i problemi, il debito. In piena recessione non può che salire oltre il 134% e nel 2015 farà anche peggio, a poco serviranno le sparute privatizzazioni che rappresentano peraltro un incasso una tantum. Non è ancora chiaro a tutti che l’unica strada è un taglio drastico dell’indebitamento con la valorizzazione del patrimonio statale e la vendita di asset. L’Europa per ora sonnecchia, ma presto ci chiederà di rispettare il Fiscal Compact e saranno dolori.

A fronte di queste incognite, mentre tanti paesi crescono più di noi, ci si può rifugiare nella vecchia massima di Giulio Andreotti: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Un vecchio adagio che non funziona più.

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  • lupo presilano

    Siamo tutti bravi a pontificare su ciò che non va ma di ricette concretamente alternative non se ne sentono.

    • Roberto Frati

      Vero, sono d’accordo. Fate articoli un po’ più propositivi.L’Italia ha tutte le possibilità di uscire dalla crisi, basta gufare ad ogni piè sospinto.

  • ziotom

    L’Italia e’ catenacciara come il gioco del calcio che praticava anni or sono. Ci sono poi 60 milioni di allenatori che chiacchierano dalla mattina alla sera e parte di essi e’ malato di pessimismo cronico, di inattivismo patologico e di succhiaruotismo (termine preso dal ciclismo) spudorato. Ma come nel 1982 e 2006, l’italia vinse i campionati mondiali, sfidando a bocca chiusa e con la forza delle gambe i 60 milioni di allenatori di cui sopra. Spero che il nostro allenatore Matteo, si chiuda in silenzio stampa e pedali sodo, come dimostra di saper fare. I Gufi si adatteranno quando le cose andranno meglio e si tramuteranno anche loro in libellule.

  • antones favantes

    A salvare gli italiani dal baratro ci pensa la nuova “troika” di NASPI, ASDI e DISCOLL.

  • diego

    Sommella, di questi tempi fare diagnosi sul malato “Italia” è esercizio fin troppo facile e lei arriva su “Europa” ben ultimo a diagnosticare cosa non va e a profetizzare scenari apocalittici se non si interviene “con misure drastiche”. Ora, tanti medici anche illuminati forniscono ogni giorno consulti e propongono tarapie diverse, a seconda del loro orientamento accademico, scientifico e soprattutto politico.
    Diciamo banalmente che molte soluzioni sembrano adeguate, ma applicate al paziente si rivelano del tutto inefficaci, quando non incontrano un sua netta contrarietà a farsi curare, istigato spesso dai numerosi maestri del disfattismo tout court.
    Quasi il paziente avesse un destino segnato, come lei sembra constatare.
    Molti osservatori, parziali come lei, sottolineano – e lei lo fa assai bene in questo editoriale – come la quasi totalità delle proposte avanzate dal governo Renzi non vadano bene per uscire da questa situazione di crisi profonda, come a dire che le riforme proposte, alcune già approvate, si riveleranno carta straccia (vedo che Conrad ultimamente imperversa tra i maestri della critica antirenziana…).
    Quindi, possiamo tranquillamente andare a coltivare qualche piccolo appezzamento di terreno, perché lottare è inutile, cercare di invertire la rotta impossibile, sperare in qualche soluzione positiva a livello italiano e europeo illusorio, perché tanto…
    Alè Professore. Buon 2015 (aspettando la Befana e il Fiscal Compact).