Commenti STAMPA

A Roma, per cacciare il mondo di mezzo, facciamo come il Labour

Il sistema politico, incluso il Pd della Capitale, deve trovare la forza di ridare vita alla società attiva

Sono giorni complicati che richiedono una visione lucida e intelligente per capire non solo come intervenire, ma come evitare un riproporsi del sistema che emerge nel governo della città di Roma e che potrebbe domani affiorare in altre realtà locali o in altri corpi dello stato.

A questa realtà dobbiamo tentare di applicare con consapevolezza il nostro ingegno e la nostra responsabilità politica, lasciando alla magistratura il compito assai più complesso di determinare le responsabilità penali di questo sistema tanto efferato da essere inquadrato come associazione mafiosa.

La responsabilità politica è invece tutta sulle nostre spalle, su di noi che abbiamo mancato di capire che alla complessità della società, al moltiplicarsi di interessi individuali, polverizzati in migliaia di esigenze particolari, si rispondesse con meccanismi di semplificazioni ordinati e organizzati dal crimine.

La democrazia è, al pari degli altri regimi politici, un meccanismo di semplificazione della realtà, ci serve per strutturare e organizzare la società, per formattarne i conflitti, per convivere pacificamente e migliorare o quantomeno preservare la nostra condizione.

L’inevitabilità dell’uso di sintesi della realtà, così come più volte evocato dagli studi di Luhmann, appare sempre più evidente in un mondo dove correttamente e giustamente ognuno di noi padroneggia sempre di più se stesso, la propria individualità. Un mondo dove ognuno con le risorse necessarie può disporre di sé fino alla più singola unità immaginabile, dove ci si può mappare fino alla più remota viscera e al contempo dove si può ottenere una risposta singola, personalizzata, unica nel rapporto tra se stessi e il mondo.

Questo universo di disintermediazione (parola che utilizziamo troppo spesso) non cambia la necessità di affrontare la realtà attraverso meccanismi che la rendano comprensibile perché sia possibile adoperare decisioni. Altrove, dove si è già sperimentato il collasso della società novecentesca, è stato il mercato a sostituire l’intermediazione degli interessi con strumenti di rappresentanza alternativi, sempre più mercantilisti.

Si guardi agli Stati Uniti dove, pur calando l’efficacia legislativa e la fiducia dei cittadini nei confronti del proprio parlamento, è andato aumentando l’investimento nelle società di lobby e di rappresentanza degli interessi. È certamente facile criticare questo sistema che nei fatti si è auto adattato alla carenza di visione politica e di progetto sociale, ma che ciò nonostante ci è utile come strumento di raffronto.

In Italia, complice un capitalismo sbilenco e costruito da una produttività molecolare di piccole e medie imprese, il mercato crudele ma lecito non ha avuto la capacità di occupare quelle casematte di rappresentanza che gestavano la realtà e la digerivano, trasformando la complessità in decisioni da affrontare. Scelte che fossero comprensibili sia alla politica (i decisori) sia ai cittadini.

Spazi di definizione dei bisogni sociali che non sono stati superati né attraverso il direttismo dei movimenti neo-assembleari come il Movimento 5 stelle, né attraverso la Lega Nord che più di altri partiti ha provato ad anticipare una coesione ideale di un “partito del rancore”, sentimento funzionale a una “decodifica” della realtà.

In quelle casematte, lo si evince guardando Roma, si è invece installata la corruzione criminale che ha offerto una nuova agenda di bisogni comprensibili, di alternative politiche nel controllo del consenso fino al controllo del territorio. Pur provando imbarazzo ad affiancare la parola politica alle attività criminale, mi pare che sia un termine insostituibile: del resto nel secondo dopoguerra la mafia ebbe modo di svilupparsi in una prima stagione non come anti-stato bensì come altro-Stato, rispondendo all’esigenza di controllo del territorio che le istituzioni democratiche non erano in grado di esercitare.

Attraverso questa diversa lettura ci può apparire più comprensibile la disponibilità della politica a piegarsi per pochi soldi (perché di pochi soldi si parla) all’irragionevole organizzazione che ha controllato il territorio, che ha dato soluzioni a esigenze apparentemente ineludibili e che più di ogni altro sistema ha potuto offrire un controllo del consenso che è divenuto la vera valuta di corruzione politica.

Traviati quindi dal capitale di consenso che avrebbe dovuto legittimarli, gli attori democratici hanno adattato le loro decisioni ed i loro comportamenti, adeguando le proprie priorità. Si realizza quindi questo paradosso democratico per cui il consenso perde la sua importanza e la sua funzione legittimante e si arriva alle decisioni autoritative del segretario nazionale del Partito democratico che con il valore della legge (lo statuto in questo caso) e con una alta più legittimazione politica sovverte e interrompe il naturale rapporto tra consenso e politica democratica.

Il segretario lo fa attraverso il commissariamento del Partito Democratico di Roma. Se il capitale politico fosse una valuta allora a Roma si parlerebbe di martedì nero, simile a quello che scatenò il panico del 1929 e che portò alla grande depressione.

Il commissariamento è certamente un tentativo di porre soluzione all’emergenza e, come già annunciato dal commissario Orfini, si occuperà non solo di usare la ruspa per interrompere i rapporti esistenti tra attuale dirigenza politica e società, ma anche di ricostruire il partito democratico di Roma.

La ricostruzione in sé del Partito democratico di Roma, o di qualsivoglia realtà dove emergessero situazioni simili, è forse il punto più delicato, perché apparentemente guidato da una lettura della realtà gramsciana in cui il moderno Principe è il Partito e quanto avvenuto è da imputarsi alla sua assenza.

Tuttavia le aberrazioni del sistema dei “partiti pesanti” erano significative già nella Prima Repubblica, inoltre la funzione educativa che i partiti di massa inseguivano all’insegna dell’egemonia culturale oggi è un traguardo irraggiungibile. Non è più nelle disponibilità dei partiti trasferire verticalmente una narrazione duratura alla società.

Sarebbe più utile alla ricognizione dei luoghi ideali aggiungere la presa di coscienza dei luoghi reali, ovvero di quei luoghi “vuoti” dove la criminalità si è annidata per anni e proporre un disegno politico dove il partito torni a essere strumento e non un fine e che si diriga verso politiche che rendano possibile ai cittadini più facilmente la pratica del community-organizing, tentativo che sta portando avanti il labour britannico, insieme a decisioni strutturali e nazionali che diano un orizzonte di investimento al terzo settore e che rimettano nell’economia dei servizi al centro la valorizzazione della cittadinanza come spazio comune e politicamente sano.

Solo in un sistema dove il capitale sociale sia forte e vivace è possibile immaginare un ruolo dei partiti, una funzione di armonizzazione delle domande della società e in grado di proporne di nuove, perché in un sistema in buona salute nel campo dei bisogni si colloca la realizzazione delle idee, dei progetti di cambiamento della realtà.

Il sistema politico, così come lo conosciamo, corre su gambe d’argilla. E, o troverà la forza di ridare vita alla società attiva e bisogni rinnovati, o perderà definitivamente ragione di esistere e per davvero allora ci ritroveremo soli e per sempre nella “terra di mezzo”.

 

TAG:
  • Kimor Rossi

    Attenzione perchè dove il capitale sociale è forte, come in emilia romagna, la gente sta a casa e non va più a votare perche gli avete tolto il partito in cui si identificava e che andava bene per amministrare una società matura, moderna e dinamica in cui comunque i fenomeni corrruttivi sono limitati e nella percentuale del nord europa.