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A far paura è Bruxelles non il voto greco

Dare la parola agli elettori non può mai diventare una fonte di rischio in una società democratica. Il problema è la mal funzionante catena di trasmissione tra le decisioni prese a tavolino dall'Unione europea e la gestione della sovranità in patria

L’errore più grande nell’affrontare il nuovo caso Grecia sarebbe quello di mettere in discussione l’autodeterminazione dei popoli. Tutti i partiti euroscettici non aspettano altro, per poter dire che l’Europa così come è va buttata a mare con tutto il bambino, rappresentato in questo caso dalla moneta unica. Aver paura delle elezioni democraticamente previste dalla Costituzione ellenica – come sembrano mostrare i mercati che hanno punito pesantemente il listino di Atene e fatto rialzare lo spread italiano facendo cadere anche la borsa di Milano – è profondamente sbagliato.

Il paese di Pericle è già passato più volte per le urne, in momenti ancora più difficili come tre anni fa, e tutta l’architettura comunitaria è rimasta comunque in piedi nonostante le Cassandre della speculazione volessero una sostanziale sospensione dei diritti elettivi nei paesi più coinvolti dalla crisi. Dare la parola agli elettori non può e non potrà mai diventare una fonte di rischio in una società democratica.

Il problema è un altro: la mal funzionante catena di trasmissione tra le decisioni che si prendono a tavolino a Bruxelles e vengono poi messe in pratica dalla Troika, e la gestione della sovranità in patria.

La crisi greca ha assunto l’abnorme dimensione di oggi – 240 miliardi di dollari di prestiti, pari a circa il 100% del Pil, riduzione del 30% del reddito disponibile, 25% di disoccupazione – perché l’Unione europea nel 2010, quando Atene dichiarò di fatto il suo default, è intervenuta in ritardo e solo quando la Germania, le cui banche erano pesantemente coinvolte nel dissesto finanziario greco, diede il suo assenso.

Allora, è bene ricordarlo proprio oggi, quando il paese si appresta ad andare ad elezioni nel prossimo gennaio con la possibilità che vinca il partito di Syriza, sarebbero bastati 40 miliardi di euro per tagliare la testa al toro ed evitare guai peggiori. Invece si è traccheggiato, arrivando al punto in cui un salvataggio sta costando più di un fallimento.

Nel momento in cui i greci chiedono la revisione delle condizioni di riduzione del loro enorme indebitamento, pur in presenza di una crescita che nel 2015 sarà quasi del 3%, bisogna perciò scindere le responsabilità degli esecutivi ellenici (molte, a cominciare da quelli che truccarono i conti pur di tenere in piedi il sogno delle Olimpiadi) da quelle, inesistenti, di una popolazione fiaccata nel portafogli ma non nello spirito.

È questo il vulnus dell’armonizzazione europea: le sue istituzioni chiedono sacrifici, attraverso manovre, aumenti di tasse, riduzioni delle protezioni sociali, proprio a chi sta pagando il prezzo più alto della crisi. E non agli esecutivi che in tutti questi anni hanno assistito quasi inermi all’aumento monstre del debito pubblico europeo (pari a 5.000 miliardi di euro) e al dilagare della disoccupazione.

I greci votino pure e scelgano il loro futuro presidente della repubblica, ma l’Unione che conta, a cominciare dalla Commissione Juncker, non si dimentichi di dare risposte concrete a oltre 300 milioni di cittadini, pena la perdita di ogni credibilità residua e la fine del sogno europeo.

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  • C Di Mauro

    Ci vuole un Europa sociale…Nel catastrofico dopoguerra l Europa e risorta…Si deve risorgere ancora….