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Come deve cambiare la tv dei sette nani generalisti

Il mitico Duopolio non regge più: deve fare i conti con il gigante internet. Il 2015 l'anno della riforma Rai?

 

Cambia il mondo attorno alla tv generalista, quella che da noi coincide con i “sette nani”: Dotto e Mammolo (Rai1 e Rai3), Eolo e Pisolo (Italia1 e Rete4), Gongolo (Rai2) e Cucciolo (La7). Tutti assiepati nella miniera di gemme del Duopolio (infatti a Cucciolo ne toccano ben poche).

L’arrivo della ragazzona (internet) si è portata appresso il mondo esterno e cioè i principi azzurri (la tv “a la carte”) e le streghe cattive (Google, Netflix e siamo solo all’inizio). Tipi che valutano le gemme dei nani come fondi di bottiglia (si tratti della fiction da pianerottolo o degli interminabili talk show degli indignati) tanto più che hanno da piazzare le loro mele, velenose solo per chi non le mangia (film, ultrafiction, format di intrattenimento, video giochi, e ogni altro ben di dio che possa scaturire dagli schermi di casa o portatili oppure essere proiettato su quelli dei cinematografi).

I nanetti del Duopolio puntano i piedi per frenare la discesa, ma gli si stanno consumando i talloni e  l’insieme delle forze economiche, sociali e istituzionali del Paese e non possono non rendersi conto che serve una mezza, anzi una intera rivoluzione. Che in tv si chiama innanzitutto “riforma della Rai”, ma riguarda da vicinissimo anche le fortune di Mediaset.  Sono le reti del Duopolio infatti che, essendo troppe e di conseguenza disperdendo le risorse, producono e fanno produrre sotto gli standard dei mercati internazionali (e neppure più riescono a mungere tutti soli – come era nell’essenza del Duopolio – il mercato pubblicitario, visto che internet offre sbocchi crescenti a chi cerca occhi e orecchie per rifilare merci e servizi).

Il Palazzo d’Inverno della (eventuale) rivoluzione RAItelevisiva si chiama Governance&Canone: il primo riguarda l’indipendenza e la professionalità dei vertici, il secondo è la dimensione e la certezza del finanziamento pubblico che garantisce (in Italia come altrove in Europa) la esistenza in vita di  una minima base produttiva nazionale (finora buttato al vento per mantenere le mille inutili reti e telegiornali ereditati dalla lottizzazione). La sfida è riuscire a “esportare” (sistematicamente, non per caso) riprendendo la parola chiave detta da Renzi a Fazio.

Nel frattempo sembra che sia Rai che Mediaset stiano cercando di consolidare il legame tra il pubblico e le ammiraglie Rai1 e Canale5 che di certo, proprio in quanto più “generaliste”, un futuro ce l’hanno (perché se su internet, che in fondo è una videoteca, andremo a “cercare per scegliere”, sarà sempre dalla tv generalista, che nella sua essenza è una finestra, che annuseremo l’aria che tira, i luoghi comuni correnti, le passioni  più o meno farlocche che vanno per la maggiore).

Sarà per questo che negli ascolti serali d’autunno da quattro anni a questa parte notiamo per la prima volta che sia Rai1 sia Canale 5 risalgono la china dello share, anche cannibalizzando le reti consocie. Così, se l’ammiraglia Rai1 l’altr’anno valeva grosso modo la somma di Rai2 e Rai3, oggi se ne stacca di un terzo. Esattamente come Canale5 rispetto a Italia1 e Rete4.

Insomma, per la prima volta si intravede un accenno di riorganizzazione nel sistema del tre+tre, che ha segnato gli anni del nostro scontento televisivo. Sempre che il nuovo anno, a cui stiamo affidando una bella mole di compiti, non si incarichi immediatamente di smentirci.

A proposito, auguri!

 

 

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