Cultura STAMPA

Il De Roberto innamorato che non conoscete

Pubblicato da Bompiani il carteggio tra l'autore de “I viceré” e l'amante Renata Valle Ribera. A cura di Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla
Il De Roberto innamorato che non conoscete

La felicità può avere un inizio preciso. Per Federico De Roberto comincia la sera del 29 maggio 1897. In un salotto milanese l’autore di quell’impietoso affresco di Sicilia risorgimentale che sono I viceré, incontra la sua amata. Ernesta Valle, ribattezzata Renata perché «rinata all’amore», assidua frequentatrice di salotti à la page. Lui, orfano di padre in giovanissima età, figlio di madre possessiva e gelosa, lei, moglie dell’avvocato messinese Guido Ribera, residente a Milano.

Tra i due una passione “scorretta” e clandestina, e un fitto carteggio a cadenza ravvicinata, quasi quotidiana, che va dal 1897, ultimo anno di permanenza milanese dello scrittore, al 1903, con sporadiche tracce che si allungano fino al 1916.

Si tratta di una documentazione importante per comprendere non solo il pensiero di De Roberto, e il suo carattere, ma la vita sociale e culturale di due città così lontane e diverse come Milano e Catania.

federico-de-robertoUn carteggio bilaterale che è rimasto inedito per circa un secolo e ora trova la luce grazie a una poderosa pubblicazione di Bompiani curata da Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla, Si dubita sempre delle cose più belle, che rivisita nel titolo le parole dello scrittore («Si dubita sempre delle cose che ci stanno troppo a cuore, ché si teme di perderle»).

Si tratta di quasi ottocento testimonianze scritte, prevalentemente lettere, ma anche cartoline, biglietti non datati, un diario e un telegramma, più qualche sibillino segno di vita da parte di Guido Ribera rivolto a De Roberto.

Vero è che i due amanti nutrivano più di un sospetto che i rispettivi sodali, cioè il marito per lei e la madre per lui, fossero al corrente della loro relazione, magari fingendosi ignari e facendo buon viso. Al punto che farebbe persino sorridere tutto l’apparato di stratagemmi, messaggi in codice, sotterfugi che si andavano inventando. Lettere custodite nei libri, o consegnate a mano o in fermo posta, precedute da avvertimenti in codice, complice il servizio spedizioni de Il Mattino di Napoli.

Sono lettere d’amore, soprattutto, ma anche lettere prodighe di suggerimenti letterari, elargiti da entrambe le parti. Parlano dei russi e degli amati francesi, Flaubert, Zola, Maupassant, o degli stessi scritti di De Roberto, Gli amori, L’illusione, il romanzo precedente I viceré nella cui protagonista Renata ravvisa una figura esistita nella vita di lui che la farà ingelosire (“si può essere anche gelosi del passato”).

Colpisce lo stile enfatico di De Roberto («O Cuor dei cuori òdimi, quando tu mi dici di partire il moto della mia obbedienza è così pronto che io vorrei già essere sotto un altro cielo»), i toni disarmati e le intenzioni sottomesse («Mi pare sia tuo il sangue che mi scorre nelle vene, non ho più personalità»).

Lettere in cui la scrittura si fa promessa non mantenuta di panacea dell’anima, inquieta e insidiata: dal claustrofobico rapporto con la madre, donna Marianna Asmundi, «un bene che mi soffoca e mi strozza», e dai suoi disturbi umorali, che si percepiscono nitidamente dalla descrizione consapevole di stati emotivi alterati («È una vera malattia morale e non lieve  – le scriverà in uno dei tanti momenti di sconforto catanesi –. Mi sento troppo vuoto, troppo contrariato, troppo sbalestrato, troppo avvilito»).

D’altra parte Catania rappresentava per lui «l’odiato e aborrito paese», come scrivono i curatori, «gabbia, prigione, trappola, stanza della tortura», dove aveva sì tante conoscenze ma nessuna buona frequentazione, a parte l’amico Giovanni Verga, con cui passeggiava per via Etnea e con cui, probabilmente, ricordava Milano, l’operosa, evoluta e vivace Milano che significava «Renata, Amore, Gioia, Voluttà, Conforto, Pace, Sorriso, Bellezza, Tripudio».

Scriveva così all’amata lontano, con nostalgia infinita, quella nostalgia che trasfigura i ricordi e fa apparire semplice e bella una storia complicata vissuta in segreto, strappando momenti di intimità e dolcezza alla vita ufficiale che non ti appartiene.

«Il vostro pensiero – gli scriveva lei quando si trovava ancora a Milano – potrà trovarmi in Santa Maria delle Grazie, domani sarò lì, a pregare». Un indizio, un messaggio subliminale, forse, contenuto in una lettera che parrebbe formale, di circostanza, e che invece la dice lunga.

Piacerà molto ai milanesi questo libro prezioso che parla di sentimenti e indugia assai sull’aneddotica privata, calata in una città dai colori a olio nonostante la nebbia e i rumori felpati. Una città che non c’è più, tra salotti di nobildonne colte e emancipate, pranzi in cui gli invitati si chiamavano Arrigo Boito o Giuseppe Giacosa, letterati, scrittori, caffè in galleria, teatri, messe domenicali in compagnia di dame e principesse di passaggio.

Il tutto raccontato come parte di una cronaca personale e quotidiana, da condividere con l’amato, in attesa di una sua sollecita e appasionata risposta.

Il suggerimento è quello di aprire una pagina a caso e improvvisarsi per un momento destinatari eletti. Potreste anche imbattervi in queste deliziose parole che sanno di coccole che di più non si può: «Grazie dei dolci tanto tanto tanto buoni; iersera a letto quanti ne ho mangiati!».

Il volume, completo anche di un significativo repertorio iconografico – foto di famiglia, copertine di libri e riviste, copie di lettere –, consta di più di duemila pagine ed è stato pubblicato con il patrocinio del comune di Noto.

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